Un pregiudizio molto diffuso nella filosofia italiana recente vuole che esista una netta distinzione fra chi studia storia della filosofia e chi produce teorie “originali”. Che dunque, da una parte, non sia lecito confrontarsi con Platone o Kant per imparare qualcosa, e che, dall’altra, si debbano cucinare i propri contributi in maniera tale siano – o appaiano – del tutto inauditi.
E facile capire come questo pregiudizio produca folte generazioni di antiquari senza spirito, di autocompiaciuti scopritori dell’acqua calda e di arzigogolatori oscuri – oltre che conferenze di una noia mortale.
Ma i colleghi sono ancora i più fortunati: oltre ad annoiarsi alle conferenze ed esporsi a contestazioni parlandone su blog che – grazie a Dio – non legge nessuno, non ne riportano grandi danni.
Il peggio ricade sugli studenti. Se va bene, si trovano a studiare autori in una prospettiva aridamente storica. essendo loro vietato ragionarci sopra, oppure ad assistere a scoperte dell’acqua calda compiute da nani, essendo loro precluso l’accesso ai giganti sulle cui spalle i loro maestri hanno rifiutato di sedere. Tuttavia, in questi casi, è pur sempre proposto loro un compito preciso: per quanto la materia sia arida, o superficiale, lo studente sa che cosa deve studiare e come deve comportarsi per superare l’esame. I più sfortunati sono i discenti degli arzigogolatori oscuri: la loro unica speranza è impadronirsi del medesimo gergo e produrre discorsi che, essendo allo stesso modo incomprensibili, vengano apprezzati da tanti maestri. Chi è privo di questa capacità mimetica, resterà fuori per sempre da una disciplina che ormai reca soltanto nel nome l’amore per il sapere.
Ebbene: questo pregiudizio è alimentato anche dal modo in cui pubblichiamo i nostri testi. Platone ha potuto permettersi di essere un grande filosofo, essendo “anonimo”. I suoi dialoghi, cioè, riportano solo tesi che lui attribuisce ad altri, e mai a se stesso. Tanto che una commissione di concorso malevola potrebbe bocciare Aristocle figlio di Aristone perché si presenta semplicemente come un cronista, sebbene dotato di una certa abilità letteraria.
Le teorie di Platone non dipendevano da testi licenziati per le stampe, ma dalla discussione entro comunità di conoscenza; Platone pensava anche che la verità potesse essere soltanto “oggettiva” e non dipendesse dall’originalità degli individui. In parole povere, se una cosa è giusta, è per tutti e non solo per me. Le stampe, peraltro, non c’erano ancora: i manoscritti platonici giravano per l’Accademia, per essere continuamente ridiscussi e rivisti.
Qual era dunque la ricchezza del pensiero di Platone? Il fatto, appunto, che non fosse soltanto suo, ma di molti. Che avesse dietro molti di quelli che oggi si chiamerebbero scrilettori. Che fungesse da crocevia, o da hub, di una ricca e vivace comunità di conoscenza.
Stando così le cose, il merito del pensiero non era l’essere peculiarmente individuale, ma l’essere capace di comunità. Sapersi muovere entro il discorso di un altro, o entro il suo testo, renderlo vivo, farlo parlare, produrre, da esso, altre idee era, in questa prospettiva, un valore importante. E non aveva neppure senso distinguere fra storici senza spirito e teorici “originali” senza storia. C’è solo chi sa rendere il pensiero comune, costruendo anche sulle idee degli altri, e chi no – perché, indifferentemente, è un antiquario arido oppure un arzigogolatore oscuro.
Chi conosce e usa gli strumenti della social scholarship è nella posizione di rendersi conto di questo. Chi, invece, licenzia i suoi scritti per le stampe, o per il sito ad accesso chiusissimo di qualche editore commerciale, fa fatica a capirlo: il libro è un’unità isolata in se conchiusa, mentre la rete è connessa. Il libro si compra perché dice cose che non si trovano da nessun’altra parte – per lo più perché, semplicemente, non siamo capaci di trovarle -; una pagina web si frequenta perché costruisce e motiva molti percorsi di ricerca. Perciò, chi scrive libri si sforza di essere “originale” – in omaggio a una estetica romantica che lo espone a sua volta a un giudizio estetico – mentre chi scrive in rete preferisce, di gran lunga, essere interessante.

7 comments
Comments feed for this article
18 Settembre, 2007 a 11:56 pm
“Ma tu quante monografie hai scritto?” « Minima Academica
[...] accuratamente nascoste – tanto da far credere che si tratt, per definizionei di un’opera “originale” – qui sono rese trasparenti. Se è il caso, la stratificazione offre anche – a qualsiasi lettore – [...]
24 Settembre, 2007 a 1:31 am
fiak
Concordo sul fatto che le teorie di Platone fossero di un’intelligenza collettiva e che oggi purtroppo manca quel dialogo formativo che tanto invidio alle agorà dell’antica grecia. Ma credo che le cause di tale diversità siano da individuare nelle modifiche strutturali delle società. Platone e Socrate dibattevano nel foro e alimentavano battaglie verbali contro i sofisti che di professione facevano gli avvocati; oggi non posso certo andare a parlare di filosofia in piazza e, con una laurea in filosofia, il miglior lavoro per sbancare il lunario è quello del professore, che in quanto tale deve attenersi a dei programmi e a dei metodi “accademici”.
In compenso abbiamo internet (poveri noi) che rende la filosofia, e la conoscenza in generale, meno accessibile delle donnine desnude….
Cmq bel post e bello spunto!!!!
Credo che ritornerò volentieri da queste parti, anzi credo che ti inserirò nella mia blogroll!!!!
25 Settembre, 2007 a 10:11 pm
minimacademica
Forse si dovrebbe anche aggiungere che Socrate e Platone erano filosofi-scienziati e non semplicemente filosofi, nel senso in cui siamo abituati a intenderli noi oggi – perché non era stata ancora inventata la grande divisione fra scienze umane e no.
E ancora Kant, solo un paio di secoli fa, è stato capace a scrivere il suo nome sia nella storia della filosofia, sia nella storia dell’astronomia.
Con la rete e con una formazione teorica di base – che spazi dall’analisi matematica al diritto – un “filosofo” nel senso antico del termine potrebbe fare tante cose.
Certo, si dovrebbero riformare la laurea in filosofia – preferibilmente inserendo uno o due corsi di filosofia attinenti in ogni facoltà, e chiudendo i corsi di laurea in filosofia. Avremmo così filosofi-giuristi, filosofi-medici, filosofi-ingegneri, in luogo dei tecnici senza spirito e degli umanisti inetti di cui oggi facciamo spesso esperienza.
Scherzo, ma fino a un certo punto…
31 Ottobre, 2007 a 8:34 pm
Un documento eloquente « Minima Academica
[...] lucro dell’editore e del suo sito ad accesso rigorosamente chiuso, il testo non è tuttavia originale, in quanto è una semplice ricostruzione storica, che è ben argomentato ma solo perché “è [...]
8 Novembre, 2007 a 1:29 am
La crisi della monografia accademica… « Minima Academica
[...] Servono, ahimè, per fare carriera. E siccome si deve aver l’aria di produrre qualcosa di originale, molte monografie propongono nientemeno che nuove teorie, o sedicenti tali. E come si fa a sapere [...]
20 Novembre, 2007 a 2:18 am
Filosofi da competizione « Minima Academica
[...] denaro, spenderebbe per la ricerca e la formazione perché crede che la ricerca scientifica sia una intrapresa collaborativa tenuta a ridare alla collettività quello che la collettività ha reso possibile. Chi però vive in [...]
11 Maggio, 2008 a 4:44 pm
“Filosofare è un po’ copiare” « Minima academica
[...] università Tags: accesso aperto, Open access, plagio, satira, umanisti Chi l’ha detto? Non l’ho detto io: l’ha dichiarato Gianni Vattimo, in difesa del collega Umberto Galimberti accusato di plagio. [...]