Faculté de droit

Ho partecipato a un colloque internazionale sulla filosofia del diritto di Kant, a Tours. Assai istruttivo, devo dire, per quello che interessa a me – e cioè se sia possibile rendere le cosiddette scienze umane più scienze e meno cosiddette.

Kant sosteneva, nell’introduzione alla Critica della ragion pura, che una disciplina sta imboccando la via sicura di una scienza quando i suoi progressi sono cumulativi e c’è accordo fra coloro che la praticano. Le cosiddette scienze umane sono molto lontane dai paradigmi kantiani, per almeno due motivi: perché siedono su una biblioteca incompleta, e perché gli adepti non vanno d’accordo fra di loro. Non nel senso che litigano, ma, all’opposto, nel senso che non sono in grado di accedere neppure alla condizione minima dell’accordo: la capacità di esprimere e gestire – serenamente – il disaccordo.

Come si possono elaborare paradigmi comuni se, oltre a far circolare poco i testi, alle critiche si reagisce in questo modo?

Il colloque alla francese ha usato una strategia diversa e per me inaspettata – quella di rendere le cosiddette scienze umane meno cosiddette e più umane.

I grandi congressi internazionali organizzati dagli umanisti sono delle torri di Babele. I relatori leggono i loro interventi con voce monotona, senza sforzarsi di drammatizzarli – eppure una volta gli umanisti erano retori! – negli idiomi più vari, o, peggio, in una delle infinite versioni della lingua inglese. Ai partecipanti, se va bene, viene tutt’al più consegnato un misero abstract. Se qualcuno fosse così eccentrico da voler usare delle slide scoprirebbe a sue spese che non c’è proiettore. Nessuno sente il bisogno di usare la rete, né, tanto meno, si dispone di una connessione wireless. Così, anche quando l’oggetto della conferenza è unitario e fondato di testi disponibili in rete – Kant, per esempio – si ha sempre lo stesso risultato: che ognuno dice quello che vuole di Kant, senza controllo. Con l’aggravante che chi domina la lingua della conferenza domina anche la scena, mentre gli altri capiscono poco o nulla.

Il colloque francese si è basato sull’idea di invitare un piccolo numero di kantisti emergenti – inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, brasiliani, italiani – di farli sedere intorno a un tavolo, e di farli interagire fra loro. L’interazione, poi, continuava, dalle tavole accademiche alla tavole da pranzo, ove, in virtù delle tradizioni locali, si mangiava bene e si beveva meglio. Mancavano, è vero, il proiettore, la rete e la possibilità di collegarsi ai testi di Kant (*). Ma erano state create le condizioni umane per una discussione serena.

Questa è un’idea da copiare, con qualche integrazione tecnologica: anche gli umanisti, a quanto pare, si prendono per la gola.

(*) Sull’importanza della connessione wireless a una conferenza si veda il caso del convegno Berlin5 di Padova, qui sotto, e soprattutto il commento di Antonella De Robbio.