Il virus H5N1, per quanto ormai se ne parli molto poco, rimane assai insidioso. E’ endemico nel pollame di molti paesi del mondo, può infettare almeno cinquanta specie di uccelli e dieci di mammiferi e si sta diffondendo in modo incontrollato, soprattutto nei paesi poveri – ove mette a repentaglio una delle principali risorse proteiche per popolazioni già denutrite. E, soprattutto, continua a rimaner soggetto a mutazioni che potrebbero scatenare una pandemia sul tipo di quella dell’influenza “spagnola” del 1918. E’ dunque particolarmente importante che la sua sequenza genetica sia nota al maggior numero possibile di ricercatori: per questo motivo Ilaria Capua, che era riuscita a sequenziare il codice genetico del virus, l’ha reso liberamente condivisibile, anziché “pubblicarlo” ad accesso riservato – come lei stessa racconta qui.
Chiunque abbia a cuore la propria salute, si rende conto che questo gesto è tanto nobile quanto pragmatico. Ma perché pretendere l’accesso aperto per gli studi – che so? – su Kant e Platone, che sono per di più di interesse assai meno vitale dei polli?
Le scienze umane sono chiamate umane perché hanno la pretesa di occuparsi di questioni vitali – sia pure non in senso medico – per tutti gli esseri umani. Un umanista coerente con la propria professione dovrebbe pensare che Kant e Platone siano tanto significativi quanto la sequenza genetica del virus dell’influenza aviaria, perché gli uomini stati fatti per seguir virtute e conoscenza. Dovrebbe dunque venirgli spontaneo di comportarsi come Ilaria Capua – che di mestiere fa la veterinaria.
Non lo vuole fare? Non ritiene praticamente importante farlo? Non ha la più pallida idea del significato dell’accesso aperto e non gli interessa neppure saperlo? Allora deve essere anche implicitamente convinto che i suoi alti studi siano meno importanti dell’influenza dei polli.

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