La valutazione retroattiva della ricerca – sul modello del tribunale di Atene – non è un’invenzione di accademici minimi, o anche medio-massimi, insoddisfatti del peer review tradizionale. C’è una istituzione letteraria dell’età della stampa – la recensione – nata proprio per assolvere a questo scopo, perfino in epoche in cui i costi delle pubblicazioni erano talmente alti da rendere inevitabile la selezione editoriale.

Prima si pubblica e poi si valuta. Non viceversa. Perché due giudici frettolosi, nel segreto della loro camera di consiglio, non sono in grado di giudicare meglio di una moltitudine che ha tutto il tempo del mondo.

Le recensioni, dunque, sono una forma di valutazione retroattiva. Sarebbero anzi la valutazione più seria, perché per farle è indispensabile leggere ciò di cui si vuol parlare, anziché affidarsi a elementi spuri connessi alla sede di pubblicazione, come il fattore d’impatto o la fama dell’editore. E perché la recensione è una valutazione pubblica, fatta da uno studioso non anonimo e sottoposta alla pubblica discussione – cioè a una vera revisione da parte dei pari.

Però nell’ambiente del dialogo impossibile, le recensioni si scrivono per favorire gli amici. Ogni altro uso viene considerato ostilmente. In questo ambiente, dunque, le recensioni saranno inevitabilmente insincere, scritte in fretta e male da giovani che sembrano vecchi e che, anche quando usano la rete, non sanno andare oltre Microsoft Word. Né sorprende che la valutazione della ricerca – quella che dovremmo compiere noi, quando facciamo ricerca – venga affidata a calcoli quantitativi o comitati speciali.

Quando una oligarchia delibera nel buio dei corridoi, al di là delle regole e degli scopi che dovrebbero giustificare il suo potere, il confronto non può avvenire alla luce del sole. La politica accademica, in fondo, è solo un caso particolare, microcosmico, della politica italiana. Per questo da noi la scelta del professor Prodi sembra coraggiosa e degna d’ammirazione, anche se altrove sarebbe apparsa normale.

Il cosiddetto Web 2.0 ci offrirebbe gli strumenti per riportare la discussione alla luce del sole. Ma, in questo momento, quale autorità accademica potrebbe accettare che un articolo interattivo in un blog di ricerca “valga come pubblicazione“?

Che fare? Noi, che siamo accademici minimi, abbiamo preso una rivista accademica seria, che fa il peer review in doppio cieco, come “Studi cartacei” non riuscirebbe mai, e ci abbiamo aggiunto una interfaccia blog, che permette agli utenti registrati di commentare e valutare quello che pubblichiamo sulla rivista. Il lettore può scegliere quale interfaccia guardare.

E ora staremo a vedere che succede.