E’ un assioma evidente di per se stesso che il collega è, come tale, un asino calzato e vestito, messo in cattedra grazie a un concorso al limite dello scandalo, il quale testimonia il deplorevole stato di corruzione e decadenza dell’università italiana in generale.

E’, tuttavia, altrettanto assiomatico che quando il collega viene nella sua città a fare una conferenza – il fatto stesso che sia stato invitato un imbecille come lui è indice del deplorevole stato di corruzione e decadenza dell’università italiana in generale – il professore debba assistere alla sua performance facendo finta di essere interessato. Perché? Perché il collega, altrimenti, potrebbe opinare che il professore in questione lo ritenga un asino calzato e vestito, la cui assunzione in ruolo prova il deplorevole stato di corruzione e decadenza dell’università italiana in generale.

E’ altresì raccomandabile, per lo stesso motivo, presentare finanche il collega che condivide lo studio con te così: – Ecco Nello Capitello, uno dei maggiori pensatori di questo ufficio dal lato del termosifone. – Il collega, in quanto tale, non capirà mai che tu stai elegantemente suggerendo che ci sarà certamente, nella sua parte di stanza, qualche acaro della polvere d’ingegno più alto del suo, perché egli, per definizione, è troppo stupido per farlo.

Non c’è contraddizione fra questi due principi? Come può il collega credere che tu gli manifesti una genuina stima scientifica essendo egli, in quanto tale, imbecille per definizione? Semplicissimo: la relazione di colleganza non gode della proprietà riflessiva. Il collega, non essendo collega a se stesso, crede scioccamente di essere l’unico intelletto preclaro e meritevole in una mare di colleghi assiomatici. Ovviamente sbaglia, perché egli è collega tuo – sei tu, dunque, l’unico intelletto preclaro -, ma non se ne accorge proprio perché, in quanto tale, è troppo stupido per rendersene conto.