Sono stata in Sardegna, per partecipare alle due conferenze di inaugurazione degli archivi aperti delle università di Sassari e di Cagliari, UnissResearch e Unica@Research.

Gli archivi aperti sono dei server fatti apposta per mettere a disposizione del pubblico gli articoli e i libri scritti dai ricercatori che lavorano nei due atenei.  Sono stati realizzati in ottemperanza alla dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura di ricerca, firmata a suo tempo dai rettori delle due università sarde.

La decisione di mettere in atto la dichiarazione è stata presa a maggio. A novembre gli archivi erano già pronti per essere presentati, grazie alla cooperazione dei due atenei e al sostegno della regione Sardegna.

Cooperare nella ricerca e nella sua  disseminazione fa sì che  ciascuno tragga vantaggio dal lavoro dell’altro, senza  doversi reinventare continuamente la ruota.  Qui, infatti, non si tratta di farsi concorrenza  per ingrassare il mio portafoglio a scapito del tuo.  Si tratta di acquisire dei risultati, che sono scientifici solo se valgono tanto per me quanto per te, se il lavoro che ho fatto per me serve anche a te. I sardi, che l’hanno capito, sono riusciti a realizzare in pochi mesi degli archivi elettronici che altri atenei hanno costruito in anni.

Il testo della mia conferenza è già online in uno dei due archivi, a questo indirizzo. A voce, ho aggiunto che la pubblicazione ad accesso aperto renderebbe possibile avere, almeno nel campo della ricerca, un Obama italiano.

Nelle biografie ufficiali, si racconta che Obama è stato il primo presidente nero della “Harvard Law Review”, ma ci si dimentica di ricordare che la rivista in questione è fatta da giovani che in Italia sarebbero chiamati laureandi e dottorandi.  Se si  smettesse di credere che il prestigio dell’editore identifica il valore della ricerca, per costruire una rivista scientifica basterebbe un gruppo di giovani studiosi con un server Linux, o anche, più semplicemente, un blog su WordPress. E questo contribuirebbe a rompere il vincolo baronale, che oggi condanna lo studioso giovane a dipendere dal suo professore di riferimento, suo unico contatto con l’editore da cui dipende la sua carriera.

In questo strano momento storico italiano, ho detto questo in una conferenza all’università, e sono stata pure applaudita.