Pirati d’archivio

L’archivio Jstor contiene un enorme patrimonio storico di articoli scientifici digitalizzati, ad accesso riservato. Chi si collega da un’istituzione universitaria che aderisce all’archivio non se ne avvede. Tutti gli altri se ne accorgono benissimo: io ho potuto scaricare una copia personale dell’articolo di Edelstein citata nel mio post precedente grazie alla mia università o, meglio, grazie al denaro degli studenti e dei contribuenti che mi ha acquistato il privilegio di leggerlo. Non posso  però riprodurlo qui, perché violerei i suoi termini d’uso. Posso solo raccontare che la sua copia in formato pdf è in vendita a un prezzo che, alla mia ultima visita, ammontava a  24 dollari.

Jstor – per lo sdegno di Lawrence Lessig – si presenta come un servizio non a scopo di lucro. Ugualmente senza scopo di lucro sono gli archivi ad accesso aperto – questo,  per esempio. Simili archivi, a differenza di Jstor, permettono a chiunque di scaricare contenuti. Questo non significa che siano privi di costi: per quanto di solito girino su software libero, hanno bisogno di elettricità e hardware, di bibliotecari e tecnici. Sono però gratuiti per quanti vi accedono, perché le istituzioni che li finanziano pensano che il denaro pubblico debba servire ad assicurare possibilità per tutti e non a comprare privilegi per pochi.

Come riporta questo articolo di Punto Informatico, “un utente che si firma Gregory Maxwell ha condiviso a mezzo BitTorrent un file contenente materiale accademico non più coperto da copyright eppure ancora a pagamento.” I testi condivisi sono gli articoli storici, anteriori al 1923, della madre di tutte le riviste scientifiche, le Philosophical Transactions of the Royal Society. Testi, dunque, molto antichi, su cui però Jstor reclama un copyright – e un pagamento di 19 dollari per articolo – per il fatto di averli passati allo scanner e averci posto sopra il proprio marchio.

Il condivisore ha aggiunto una lunga spiegazione, che in Italia è sotto censura perché il torrent si trova su The Pirate Bay . Il suo testo integrale, in ogni caso, è raggiungibile tramite un  proxy dall’articolo di “Punto Informatico”. Per l’uso del lettore italiano, traduco qui sotto le sue parti più rilevanti, con l’aggiunta di qualche grassetto e di qualche link. Non perché dicano qualcosa di straordinariamente nuovo, ma perché esprimono – chiaramente, coraggiosamente – le ragioni dell’indignazione di un utente.

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La pubblicazione accademica è un sistema bizzarro: gli autori non sono pagati per scrivere, né lo sono i revisori paritari (anch’essi accademici); in qualche disciplina non lo sono neppure i direttori delle riviste. Gli autori, talvolta, devono addirittura pagare gli editori.

E tuttavia le pubblicazioni scientifiche appartengono al novero della letteratura più scandalosamente cara che si possa acquistare. In passato i  prezzi d’accesso alti servivano a sostenere la costosa riproduzione meccanica dei giornali cartacei di nicchia, ma la distribuzione in rete ha reso una simile funzione per lo più obsoleta.

Per quel che ne so, oggi quanto si paga per l’accesso non ha più nessuno scopo significativo se non quello di perpetuare modelli commerciali defunti. Nell’accademia, la pressione a pubblicare o perire dà agli autori una posizione negoziale incredibilmente debole e al sistema esistente un’inerzia enorme .

Quelli che avrebbero più possibilità di cambiare il sistema -i professori ordinari anziani e famosi i cui contributi danno prestigio e legittimità alle riviste piuttosto che il contrario – sono quelli che ne subiscono meno i guasti. Sono sostenuti da istituzioni che provvedono, non viste, all’accesso a tutto ciò di cui hanno bisogno. Ma dato che le riviste dipendono da loro, potrebbero chiedere alterazioni al contratto consueto senza rischiare la carriera. Molti non si rendono neppure conto di quanto il lavoro accademico è inaccessibile al pubblico in generale, né di quanto potrebbe essere utile all’esterno.

Oggi i grandi editori sono in grado di comprare l’influenza politica necessaria ad abusare della ristretta estensione commerciale della protezione del copyright, allargandola ad ambiti assolutamente non pertinenti: per esempio le riproduzioni pedisseque di documenti e illustrazioni storiche e lo sfruttamento del lavoro di scienziati non retribuiti. Riescono addirittura a farsi finanziare dal contribuente aggredendo la società libera tramite azioni penali (classicamente il copyright era materia civile) e gravando le istituzioni pubbliche di tariffe di abbonamento scandalose.

Il copyright è una finzione giuridica che rappresenta un compromesso di stretta misura: rinunciamo a una parte del nostro diritto naturale di scambiare informazioni allo scopo di creare un incentivo economico all’autore, in modo da poter godere di più opere. Quando gli editori abusano del sistema per puntellare la propria esistenza, quando descrivono in maniera distorta l’estensione del copyright, quando minacciano cause futili per reprimere la disseminazione di opere di pubblico dominio, stanno commettendo un furto ai danni di tutti gli altri.

Parecchi anni fa sono entrato in possesso, con mezzi piuttosto noiosi e legali, di un’ampia collezione di documenti Jstor.

Questi particolari documenti sono gli archivi storici delle Philosophical Transactions of the Royal  Society, una rivista scientifica prestigiosa con una storia che affonda le sue radici nel  ‘600.

La porzione della collezione compresa nell’archivio – i numeri pubblicati prima del 1923 e dunque evidentemente nel dominio pubblico, ammonta a  18.592 articoli e a 33 gigabytes di dati

I documenti sono parte dell’eredità condivisa dell’umanità intera e sono giustamente nel dominio pubblico, ma non sono disponibili liberamente, bensì al prezzo di  19 dollari l’uno, per un mese, da parte di una persona, su un  computer. E’ un furto. A te.

Quando ho ricevuto questi documenti avevo grandi progetti di caricarli su Wikisource, il sito gemello di Wikipedia per le opere di riferimento, dove avrebbero potuto essere abbondantemente linkate con Wikipedia, offrendo un interessante contesto storico agli articoli dell’enciclopedia. Per esempio, Urano fu scoperto nel 1781 da William Herschel: perché non dare un’occhiata all’articolo con l’annuncio originale della sua scoperta? O a una delle sue parecchie pubblicazioni successive sui suoi satelliti, o alle dozzine di articoli di cui fu autore?

Ma presto trovai che la realtà della situazione era poco attraente: pubblicare liberamente i documenti  avrebbe probabilmente attirato liti futili da parte degli editori.

Potevo aspettarmi da loro che pretendessero, come in molti altri casi, che la riproduzione pedissequa  – passare i documenti allo scanner –  creasse un nuovo interesse al copyright. O che distribuire i documenti con la banale filigrana da loro aggiunta comportasse una copia illegale della filigrana stessa. Avrebbero anche potuto perseguire imputazioni penali pretestuose affermando che chiunque avesse ottenuto i file doveva aver violato qualche legge contro l’accesso non autorizzato a sistemi informatici.

Nella mia indagine discreta non riuscii a trovare nessuno disposto a coprire le spese legali potenzialmente infinite a cui mi esponevo, anche se qui l’unica azione illecita è l’uso fraudolento del copyright da parte di JSTOR e della Royal Society per sottrarre all’accesso del pubblico qualcosa che è giuridicamente e moralmente proprietà di tutti.

Nel frattempo, e in gran pompa per il suo trecentocinquantesimo anniversario, la RSOL inaugurò un accesso “libero” ai suoi archivi storici, ma “libero” significava semplicemente “a molte condizioni odiose” e limitato a circa cento articoli.

Fin troppo spesso riviste, gallerie e musei diventano non seminatori di conoscenza – come suggeriscono le loro nobili dichiarazioni d’intenti  – ma censori di conoscenza, perché la censura è l’unica cosa che fanno meglio della rete. L’amministrazione e la cura sono funzioni preziose, ma il loro valore è negativo se c’è solo un unico amministratore e un unico curatore, il cui giudizio regna supremo come l’ultima parola su quanto qualsiasi altro vede e sa. Se le loro raccomandazioni sono valide, possono ricevere attenzione senza l’abuso coercitivo del copyright a mettere a tacere la competizione.

Una disseminazione liberale della conoscenza è essenziale per la ricerca scientifica. Più che altrove, l’applicazione di un copyright restrittivo è inappropriata per le opere accademiche: qui non c’è la complessa questione di come retribuire autori e revisori, dato che gli editori non li pagano di già. E a differenza delle “mere” opere d’intrattenimento, un accesso liberale alla produzione scientifica incide sul benessere dell’umanità.  Ne può dipendere la nostra stessa sopravvivenza.

Se posso sottrarre a un’industria velenosa che agisce per reprimere la comprensione scientifica e storica anche un solo dollaro di un ricavo malguadagnato, allora qualsiasi mio costo personale sarà giustificato – sarà un dollaro in meno speso nella guerra contro la conoscenza. Un dollaro in meno speso facendo lobbying a favore di leggi che rendono delittuoso scaricare troppi articoli scientifici.

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Aggiornamento della traduttrice: per aggiungere scandalo allo scandalo va anche ricordato che presso Wikisource c’è un progetto di digitalizzazione degli articoli di Phil. Trans. basato su fonti disparate. La conservazione e la disseminazione di un patrimonio collettivo dell’umanità vengono così  lasciate nelle mani di dilettanti e volontari,  mentre i professionisti, per lo più retribuiti con denaro pubblico, sono costretti nella morsa di un sistema di pubblicazione e di valutazione della ricerca che spinge alla chiusura.

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