Valori di non uso

Quando pubblico un testo ad accesso aperto, approfittando dei servizi offerti dal mio ateneo, di un archivio istituzionale o disciplinare, o di una più ampia iniziativa interuniversitaria, non lo faccio gratis. Delle istituzioni pagano per me. Pagano meno che se continuassero a privatizzare il frutto del mio lavoro a favore dei latifondisti della conoscenza, ma pagano, con denaro pubblico.

Alla gente, però, non importa accedere a testi per lo più incomprensibili. E anzi, in generale, finanziare la cultura con i soldi dei contribuenti significa togliere ai poveri per dare ai ricchi. Ai poveri non interessa leggere Kant: interessa ai ricchi, che l’avrebbero letto comunque, anche se protetto da barriere economiche, e sono ben contenti di farlo a spese degli altri. Ai poveri poi – insegna Umberto Eco – fa male trovare troppe cose in rete perché non dispongono delle tecniche con le quali gli studiosi di professione discriminano il grano dal loglio.

Se fossi un’economista, risponderei a queste obiezioni ricordando che esistono anche i valori di non uso. Ma siccome non lo sono, preferisco mostrare che esse dipendono da un presupposto implicito piuttosto imbarazzante, questo: i poveri – di denaro e quindi di sapere – sono ignoranti e devono rimanere tali.

Molti anni fa ebbi dei problemi di sicurezza con Windows ’95. Per capire come fosse stato possibile, cominciai a leggere i gruppi di discussione dedicati sulla gerarchia it. di Usenet. Appresi così che il mio software era insicuro per una ragione strutturale: la sua  natura proprietaria  Niente però m’incatenava a Windows: c’era un’alternativa aperta e gratuita, Linux. Mi sarebbe bastato imparare a usarlo.

Con una laurea in scienze politiche e un dottorato di ricerca in filosofia politica, sono una persona informaticamente povera. Che gli Appunti di informatica libera  grazie ai quali ho mosso i miei primi passi con Linux siano liberamente disponibili in rete mi sarebbe dovuto essere indifferente. Ma le discussioni sulla sicurezza nella gerarchia .it, aperte a tutti,  mi hanno aiutato a trovare una risposta più filosofica di quella che cercavo. Non solo mi sono arricchita culturalmente, ma ho anche  risparmiato a me e alla mia facoltà i costi connessi alle licenze e al lock in; e ho offerto ai miei studenti l’occasione di apprendere che la schiavitù onerosa del software proprietario non è né naturale, né inevitabile. I “poveri” sono in grado di arricchirsi, se gliene viene data la possibilità.

Che ai poveri di sapere sia impossibile uscire dalla loro condizione è uno dei due lati di un paradosso reso famoso da un dialogo platonico: il paradosso di Menone. Chi non sa, dice Menone, non può né imparare né fare ricerca da sé, perché la sua povertà lo rende inconsapevole dell’oggetto stesso della sua indagine o della sua istruzione.

Socrate dimostra, con un argomento sviluppato da un mito, che il paradosso di Menone si fonda su un presupposto ingannevole: che gli esseri umani, dotati di sapienza o di ignoranza assoluta, siano o  assolutamente “ricchi” o assolutamente “poveri” e dunque assolutamente incapaci di imparare. Ma noi siamo soggetti conoscenti e non tronchi d’albero solo perché la nostra mente non è né una tabula rasa, né una totalità in sé compiuta:  essendo viva e immersa in una lingua e in una cultura, sa sempre qualcosa a partire dalla quale può apprendere o scoprire qualcos’altro.

Opportunamente interrogato, uno schiavo di Menone mostra al suo padrone come sia possibile l’apprendimento risolvendo, senza una conoscenza formale della geometria, il problema della duplicazione del quadrato. Forse non ci sarebbe mai riuscito, se non si fosse imbattuto in un Socrate che non proteggeva il suo sapere dietro barriere proprietarie, ma è proprio questo il punto: per creare un ambiente favorevole all’arricchimento dei poveri basta lasciare qualche Socrate in giro. Gratis.

Per credere che i poveri di denaro siano per definizione anche poveri di cultura incapaci di espandere il proprio sapere e i propri interessi bisogna essere classisti come e peggio di Menone. Menone, però, era un aristocratico schiavista che non faceva partecipare i suoi servi ignoranti alle decisioni politiche, per non trovarsi a pagare il prezzo delle loro scelte sbagliate. Chi sostiene l’irrilevanza della pubblicazione ad accesso aperto in nome dell’ignoranza irrimediabile dei “poveri” dovrebbe imitare la sua coerenza, e lasciar perdere la democrazia.

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