#RWA

Testo del 19/01/2012

Moltissimi, ormai, conoscono il senso dell’acronimo SOPA. L’acronimo RWA, di cui in Italia si parla molto meno, indica invece il  Research Works Act presentato al Congresso americano il 16 dicembre 2011 da due parlamentari la cui campagna elettorale è stata copiosamente finanziata dal mondo dell’editoria.

Gli USA e la Gran Bretagna hanno adottato una politica che impone l’accesso aperto agli articoli scientifici frutto di ricerca a finanziamento pubblico. Nel mondo dell’open access questa scelta è vista con favore, perché dà un appoggio istituzionale a una linea di condotta che può cambiare il mondo della scienza solo se diventa maggioritaria.

Il disegno di legge americano proibisce agli enti statali che si occupano del finanziamento alla ricerca di applicare il principio elementare per il quale il contribuente ha diritto ad accedere a ciò che è stato pagato con le sue tasse: l’autore rimarrebbe il detentore originario del copyright, ma l’accesso pubblico ai suoi articoli non gli sarebbe più imposto. Senza un sostegno istituzionale quanti ricercatori, schiacciati fra l’incudine delle multinazionali dell’editoria scientifica e il martello di una valutazione della ricerca costruita sul loro marketing, avrebbero la consapevolezza politica e la forza morale di ribellarsi al sistema?

Per il momento il RWA ha provocato una marea di proteste, qualche sarcasmo, e azioni affascinanti come il boicottaggio – ma forse sarebbe meglio chiamarlo sciopero – della revisione paritaria. (*)

Chi volesse seguire una vicenda il cui esito riguarda anche gli italiani, cittadini di un paese in via di impoverimento, può guardare @PublicAccessYaY su Twitter. L’accesso aperto sta diventando pericoloso, almeno altrove.

Aggiornamento

Sul “Fatto” di oggi c’è un articolo abbastanza esauriente sull’argomento. Si potrebbe fare di più, dedicando per esempio alle esperienze di accesso aperto già presenti in Italia lo spazio che meritano nelle pagine culturali – perché quello sarebbe il loro posto -; ma che una volta tanto un tema che all’estero finisce sul “Guardian” sia trattato anche da un giornale nazionale è certamente un segnale interessante.

(*) Aggiornamento 24/1/2012

Traduco/parafraso al volo la parte del manifesto Scientists occupy publishers!, che elenca le modalità della protesta. Al di là della vicenda americana, buona parte dei suoi punti potrebbe ispirare la condotta quotidiana dei ricercatori che non desiderano consegnare il proprio lavoro ai latifondisti della conoscenza.

Aggiornamento 10/2/2012

Un altro acronimo, FRPAA, si presenta a raccogliere la sfida di RWA.

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