Sacrifici umani

Guardate i numeri dell’articolo Il triste destino dei precari della ricerca nell’università italiana. Raccontano non di una decimazione, ma di una strage degli innocenti, di un ridimensionamento ferocissimo di un’università già sottofinanziata e ai minimi termini rispetto ai paesi più sviluppati. Leggetelo in combinato disposto con quest’altro articolo, che narra di come l’Anvur non solo non si sia posta il problema – preso sul serio anche a Harvard – dei prezzi esorbitanti pretesi dagli oligopolisti dell’editoria scientifica per le loro riviste ma, con le sue classifiche, cerchi d’imporre oligopoli d’autorità  anche dove non esistono.

E accettabile, anche se non necessariamente comprensibile, che un governo decida di ridurre il settore della ricerca in tempi di crisi.  Ma una simile scelta potrebbe essere compiuta in modo economicamente razionale: un paese si danneggia di più tagliando qualche rendita da oligopolio e passando alla pubblicazione ad accesso aperto, o togliendo ogni speranza ai giovani interessati alla ricerca?

La risposta dovrebbe essere scontata, ma in Italia non lo è. In Italia si è scelto di celebrare un sacrificio umano di massa sull’altare delle rendite editoriali – di sgozzare il nostro interesse al sapere per il profitto di un‘élite moribonda.  Noi docenti universitari col posto fisso, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, discettando, anche criticamente, di liste, eccellenze e indici bibliometrici, dovremmo prima di tutto denunciare che questa politica è semplicemente una vergogna. L’unico termine di paragone appropriato è l’espulsione degli ebrei dalle università italiana a causa delle leggi razziali. Con una sola differenza: nel 1938 operava un’ideologia razzista, ora un verbo aziendalista che cela nella burocrazia del merito  il culto ottuso delle oligarchie e dei monopoli intellettuali.  Solo il fanatismo di un pensiero unico può spiegare perché, nella situazione in cui ci troviamo, nessuno discuta la scelta offensiva di ammazzare i ricercatori per ingrassare gli editori. Io scrivo per recare testimonianza,  ma ben altri ne dovrebbero parlare.

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