Archivio per ‘Closed Access’

18 maggio, 2012

Un maggio accademico

Mentre in Italia sprechiamo il nostro tempo sul catalogo dell’Anvur e sul suo futuro del secolo scorso, altrove la primavera accademica sta vivendo il suo maggio. Winston Hide, direttore associato della prestigiosa rivista “Genomics”, edita da Elsevier, si è dimesso dalla sua carica per passare all’accesso aperto, rendendo pubbliche le sue ragioni in una lettera al “Guardian”.

Hide, sapendo benissimo che la sua mossa può essere deleteria per la sua carriera, spiega la sua scelta così:

Non riesco più a lavorare per un sistema che offre un sostanzioso profitto per l’editore mentre nega efficacemente accesso ai risultati della ricerca ai colleghi dei paesi in via di sviluppo.

Oggi il malariologo Bart Knots ha deciso di imitarlo, lasciando il comitato di direzione di un’altra rivista Elsevier, “Acta Tropica”. Fra dieci anni, scrive Knots, l’accesso aperto potrebbe essere banale. Oggi, però, è la scelta di un leader che si alza in piedi e dice “Adesso basta”. Sono questi atti di coraggio che avvicinano il futuro: “i giorni dell’iperprofitto per la pubblicazione scientifica potrebbero essere contati”.

Che senso ha incatenarci proprio ora, d’autorità, a un modello che sta franando?

23 aprile, 2012

Harvard, abbiamo un problema

L’università più ricca e più famosa del mondo ha un problema. Non riesce più a pagare i costi degli abbonamenti alle riviste più prestigiose. E consiglia di passare all’accesso aperto.

Traduco al volo le parti salienti del suo comunicato alle facoltà, operativamente molto simile al breviario irriverente scritto da Danah Boyd nel 2008:

2. Prendete in considerazione l’invio di articoli a riviste ad accesso aperto, o a quelle i cui prezzi d’abbonamento sono ragionevoli e sostenibili: spostate il prestigio sull’accesso aperto.

3. Se fate parte della redazione di una rivista coinvolta, stabilite se può essere pubblicata ad accesso aperto, o indipendentemente da editori le cui politiche di prezzo sono insostenibili. Se non è possibile, valutate l’opzione di dimettervi.

Mentre l’America sta cominciando ad abbracciare gli ideali dell’accesso aperto, in Italia la valutazione della ricerca è intenta a tessere addosso alla filosofia e alle scienze sociali  la stessa camicia di forza di oligopolio e di arretratezza che le principali università del mondo stanno abbandonando. Harvard, anche noi abbiamo un problema – o, se non ce l’abbiamo, ce lo stiamo creando.

21 marzo, 2012

Solo per i tuoi occhi

Non è inevitabile che una valutazione della ricerca, per quanto fatta da una gerarchia nominata dal governo, sia un esercizio di censura: quando la ricerca è finanziata da uno stato che si dice democratico, il contribuente ha il diritto di conoscere come vengono spesi i soldi delle sue imposte. Democrazia, però, richiede che i cittadini possano accedere a un’informazione trasparente e liberamente criticabile. Per questo l’uso pubblico della ragione deve essere libero nelle università, quando i professori parlano come studiosi, e anche -  soprattutto – altrove.

La pubblicità dei dati è una condizione di questa libertà. Come facciamo a capire se le università lavorano, o lavorano bene o male, se non sappiamo che cosa fanno?

L’accesso del cittadino a quanto viene prodotto con il suo denaro non sostituisce il giudizio degli esperti. I fisici delle alte energie che hanno reso pubblico un risultato controverso come la velocità superluminale dei neutrini si rivolgevano soprattutto ai colleghi in grado di discutere e di falsificare la loro scoperta. Il loro dibattito, però, ha fatto conoscere a tutti noi la parte più importante della scienza, che è – ora come duemilacinquecento anni fa – il processo e non il risultato. L’ArXiv con le sue discussioni ad accesso aperto ci aiuta a comprendere come e per che cosa opera chi stiamo finanziando.

Quando l’accesso a un testo risponde a un interesse collettivo alla conservazione e alla pubblicità, il diritto italiano offre uno strumento che prevale sul copyrightil deposito legale obbligatorio. Proprio per questo, le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ricevono e rendono consultabili le copie di tutti i documenti italiani destinati all’uso pubblico,  non sono covi di pirati. Né è pirateria obbligare i dottorandi a depositare una copia della loro dissertazione in un archivio istituzionale aperto.

La valutazione della ricerca in corso in Italia impone a ciascun docente universitario di depositare tre suoi testi, usciti fra il 2004 e il 2010, in un sito che i cittadini vedono così,  secondo un regolamento sul copyright che ignora il deposito legale.

Per inserire i nostri lavori nell’archivio blindato del Miur occorre possederne il copyright. Non è un problema, per i pochi di noi che pubblicano ad accesso aperto. E’ invece una complicazione per il moltissimi abituati a regalare il loro lavoro e i loro diritti ai latifondisti della conoscenza

L’Anvur si impegna a conservare i testi lontano dagli sguardi in un archivio chiusissimo, proteggendo i libri con DRM, per il tempo necessario alla valutazione della ricerca, e a distruggere tutto subito dopo. Le nostre opere avrebbero potuto essere il seme di un database italiano e pubblico, indipendente da quelli mantenuti dalle multinazionali dell’editoria scientifica, ma il copyright è più importante. Per cancellare documenti digitalizzati non c’è bisogno del fuoco; nondimeno, farlo per esempio nella  notte del 10 maggio 2013 avrebbe un suo significato simbolico.

Come nei film di spionaggio, anche i valutatori devono distruggere i file dopo averli giudicati. Come verranno gestiti i ricorsi, una volta eliminata la base documentale? Con la licenza di uccidere?

Anvur 007: for your eyes onlyL’ossessione per il copyright – pressoché identico, in questo caso, alla rendita degli editori – ha partorito un altro tribunale di Kafka. I database da cui si ricavano gli indici bibliometrici sono chiusi, parziali e proprietari, i revisori delle singole opere sono anonimi – anche se l’Anvur sembra conoscere bene i rischi di questa scelta (*) – e i testi sono segretissimi ed effimeri. L’intero processo è una scatola nera che vomiterà pubblicamente il verdetto sulle strutture, con un velo di privacy a coprire i giudizi sui singoli ricercatori.

Fatta così, la valutazione della ricerca è un opaco esercizio di potere in un ambito a cui la nostra costituzione, scritta da chi aveva memoria dei roghi dei libri e della scienza di stato, riserva una speciale libertà. La trasparenza della pubblicità – di un archivio aperto e universalmente accessibile dei testi valutati – avrebbe temperato, grazie al controllo della stampa e dell’opinione pubblica colta, il suo carattere strutturalmente autoritario. Ma si è preferito sacrificare gli interessi dei ricercatori che credono nel loro lavoro e dei cittadini che pagano le tasse alle rendite degli editori.

Chi pubblica ad accesso aperto può però mostrare che un altro mondo è possibile. Anche se siamo costretti a depositarli nell’archivio nero dell’Anvur, i nostri testi sono tuttavia pubblici. Per gettar luce su una parte della procedura, ci basta dire quali delle nostre opere abbiamo sottoposto all’Anvur. Le mie, per esempio, sono qui, qui e qui. Potete leggerle senza distruggerle.

(*) Si veda il secondo paragrafo di questo articolo di Antonio Banfi.

23 febbraio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte quarta: la conservazione dei testi

E’ on-line la quarta parte dell’Accademia dei morti viventi. Questa volta si parla della conservazione dei testi nell’ambiente digitale. E’ un argomento in apparenza noioso, ma assolutamente decisivo.  Lo studioso che non si pone il problema, o che lo liquida come una questione da bibliotecari, è uno studioso che scrive nell’acqua.

15 febbraio, 2012

La leggenda della rivista fantasma

Qualche mese fa avevo ricevuto una richiesta di revisione paritaria da parte di una rivista ad accesso chiuso appartenente a una multinazionale dell’editoria scientifica così bizzarra da farmi sospettare che la sua origine fosse solo indirettamente umana. Avevo rifiutato, spiegando che non lavoro gratis per riviste ad accesso chiuso.

Come se non avessi scritto nulla, ora mi è arrivata una seconda richiesta di revisione paritaria, firmata non da nomi umani bensì dalle variabili “Editor In Chief1″ e “Editor in Chief2″. A bordo, a quanto pare, non c’è nessuno – se non un bot convinto che nel codice della coscienza certe istruzioni vadano trattate alla stregua di commenti. Ho mandato al  bot un altro rifiuto, aggiungendo che non lavoro gratis per editori che sostengono il RWA.  Gentilmente, il bot mi ha ringraziato per la celerità della risposta e si è augurato di potersi valere della mia expertise in altra occasione.

Se le nostre biblioteche non si svenassero per pagare a queste entità abbonamenti dal prezzo esorbitante e i valutatori non trattassero la pubblicazione su simili vascelli fantasma come un titolo di merito la vicenda sarebbe pure straordinariamente dadaista. Oppure no?

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