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Insegno a Pisa, una delle città da cui è partita la rivolta degli studenti. Ho fatto regolarmente lezione, entro i limiti stabiliti dalla legge, tranne nei giorni in cui la didattica era stata dichiarata ufficialmente sospesa. Come si può vedere dal newswire della mia facoltà, anche i miei colleghi stanno facendo regolarmente lezione. Gli spostamenti d’aula che vengono comunicati sono dovuti solo al fatto che il polo Carmignani è attualmente occupato. Ma, per quanto mi risulta, a nessun professore è stato impedito di fare lezione e a nessuno studente è stato impedito di parteciparvi. Vedo gli studenti che seguono il mio corso sia a lezione sia alle manifestazioni contro (Gelmini)-Tremonti. Di “facinorosi” per ora non ce ne sono: questi sono studenti che vogliono studiare.
Il rafforzamento “identitario” sarebbe – si dice - il vero e unico senso di queste “rituali” proteste giovanili. Sarà. A me sembra che questo arzigogolo non sia l’unico senso che queste proteste hanno, bensì l’unico che si è disposti a concedergli. Qui ci sono delle oligarchie senili e ossessive, senilmente e voracemente arroccate sui loro privilegi, che vogliono negare a tutti questi giovani il diritto di dire la loro sul loro futuro; il diritto di potersi elevare socialmente tramite una istruzione pubblica di qualità offerta a prezzi ragionevoli; il diritto di non essere gli unici a pagare per una crisi economica dovuta non a loro, ma alla loro stessa avidità dissennata. Qui si stanno negando ai giovani dei diritti di cui i vecchi hanno abusato senza ritegno, senza che nessuno dei gerontocrati abbia mai fatto nulla per porre a se stesso un freno. E’ una questione di identità? A me sembra un serio, serissimo problema di giustizia.
L’università pubblica offre – o dovrebbe offrire – al pubblico un servizio che consiste in:
- lezioni
- esami di profitto
- conferimento di titoli di studio
I cosiddetti ricercatori precari vengono impiegati sia nelle lezioni, sia negli esami, sia nelle lauree.
Quando la facoltà non ha un docente cosiddetto “strutturato”, cioè un professore regolarmente assunto dall’ateneo, ma è indispensabile insegnare una certa disciplina – di solito perché la legge lo impone – il preside fa un bando per assegnare il corso “a contratto”. Il contrattista prescelto, in cambio di compensi che vanno da zero a poco più di mille euro, si impegna a fare lezione, a ricevere gli studenti che abbiano bisogno di chiedergli chiarimenti, a far loro l’esame finale e a seguire gli eventuali laureandi.
Per legge le commissioni di esame devono essere collegiali, in modo da rendere più difficili gli arbitrii .Di solito agli esami, accanto al docente che ha tenuto il corso, c’è un signore che risponde al buffo nome di “culture della materia”. Questo signore, quando l’università era di élite, era stato pensato come un libero studioso che di tanto in tanto, per diletto, si presentava a discettare col professore e con i suoi studenti. Oggi i corsi fondamentali, nelle università “storiche”, hanno centinaia di studenti. Questo significa che ciascuna commissione deve fare centinaia di esami: esaminare è un lavoro e non più un passatempo. Chi è oggi il “cultore della materia”? Il dottorando, l’assegnista, il borsista, il contrattista: in altre parole, il precario. L’alternativa è svolgere l’esame con una commissione monocratica che poi chiede a un collega di firmare il verbale come se fosse stato presente, commettendo un falso in atto pubblico e rendendo l’esame stesso annullabile.
Per laurearsi è necessario scrivere una tesi. Nelle lauree di primo livello la riforma Berlinguer-Zecchino ha imposto che questa tesi non fosse più un lavoro di ricerca originale, ma qualcosa di più simile a una tesina. Le tesi, però, devono in ogni caso essere lette e corrette da un professore che le presenta alla commissione di laurea. La correzione delle tesi, ormai, si deve spesso fare riga per riga, supplendo alle lacune lasciate nei gradi di istruzione precedente. Ci sono professori che hanno centinaia di laureandi. Chi li aiuta in un compito che legalmente dovrebbe essere solo loro, ma che è divenuto umanamente impossibile soddisfare da soli? I soliti precari.
I precari che lavorano nelle commissioni d’esame e sulle tesi tipicamente hanno contratti e assegni temporanei legati a funzioni di ricerca e non di didattica. Però fanno didattica. Perché?
Perché i finanziamenti all’università pubblica, nei decenni, sono stati sistematicamente e costantemente tagliati, da sinistra e da destra. Il risultato è che, già ora, non ci sono abbastanza docenti di ruolo per insegnare nei corsi, non ci sono abbastanza commissari per fare gli esami, non ci sono abbastanza professori per correggere le tesi.
Quale sarebbe stata la soluzione di questo problema? Imporre un sistema concorsuale serio e assumere più professori.
Non essendo stata seguita questa via, il sistema che possiamo compiacerci di chiamare baronale ha adottato quest’altra: far uso dei precari in cambio della promessa di un posto fisso futuro. Cinicamente, questo sistema è riuscito a ottenere quanto la legge pretendeva: assicurare un servizio pubblico con costi molto più bassi del dovuto. Dietro i baroni e i loro servi della gleba c’è – c’era – semplicemente una versione accademica del lavoro indecente. E un ceto politico che preferisce spendere i soldi delle vostre tasse altrove.
Che si ottiene tagliando ancora? Soltanto questo: che l’università pubblica non riuscirà a svolgere i suoi servizi neppure col lavoro indecente, perché i precari verranno privati perfino del miraggio di un possibile concorso disperso nel più remoto futuro. Qui non si sta eliminando l’università baronale. Si sta eliminando l’università pubblica.
* Questo post è parte di un servizio surrogatorio di utilità collettiva, ad uso dell’opinione pubblica negativa che si trovasse a passare di qui.
Oggi sono stata a un’assemblea convocata dai rappresentanti degli studenti allo scopo di informare i rappresentati sulla riforma (Gelmini)-Tremonti di cui ho già parlato qui e qui. Contro le mie aspettative, l’ampia aula del polo didattico Carmignani era completamente piena. C’è, evidentemente, interesse.
Di tutto quello che si è detto, voglio raccontare quanto hanno richiesto i cosiddetti ricercatori precari. I “precari” quelli che gli studenti chiamano “assistenti”, cioè, in realtà, borsisti, assegnisti e contrattisti. Sono giovani che sacrificano gli anni migliori della loro vita per salari bassissimi, incerti e intermittenti, svolgendo compiti a cui non sarebbero tenuti, ma che sono indispensabili per l’università. Per esempio, almeno finché l’università resterà pubblica, gli esami – a garanzia dello studente – devono essere svolti da una commissione e non da un professore monocratico. Se non avessi il precario che sta con me a farsi centinaia di esami gratis, io non potrei – legalmente – esaminare nessuno. Perché queste persone, che guadagnerebbero di più se andassero, come si diceva una volta, “a servizio” si sottopongono a tutto questo? Perché sopportano un sistema che è spesso simile alla schiavitù? Soltanto per passione. Se avessero interessi più terreni preferirebbero fare gli elettricisti.
Cosa chiedono i “precari”? Che docenti e ricercatori siano solidali con loro, astenendosi da tutta la didattica che non è loro imposta per legge. Per legge, attualmente, un professore non dovrebbe fare più di 60 ore di lezione all’anno, perché per un docente universitario l’attività didattica è qualcosa di collaterale rispetto alla ricerca; quanto ai ricercatori, si chiamano così perché dovrebbero ricercare e non insegnare. Se ciascuno di noi svolgesse solo i compiti assegnatigli dalla legge, si vedrebbe che le risorse umane dell’università pubblica sono già tese al limite estremo. I cinquantamila precari della ricerca, che non verranno mai assunti, mentre Geronte Cariatide potrà fare, come insegna il collega, il bello e il cattivo tempo finché non andrà in pensione, sono – in termini di capitale umano – i nostri mutui subprime.
Vogliamo o no una università accessibile a tutti quelli che hanno voglia di studiare? Vogliamo o no un sistema di istruzione e di ricerca trasparente? E’ davvero così ovvio che il denaro delle nostre tasse debba servire solo a “salvare” l’Alitalia?
I professori amano fustigarsi – come si sa, la situazione dell’università è sempre colpa di tutti gli altri – e rassegnarsi. Col risultato che ciascuno di loro può essere bastonato impunemente – sempre, beninteso, per colpa di tutti gli altri.
I professori amano lamentarsi perché non godono di buona stampa. Abituati a considerarsi classe dirigente – come non sono più – si scoraggiano perché sentono la mancanza di appositi giornalisti che parlino per loro, quando potrebbero benissimo parlare da sé.
Riusciranno, almeno questa volta, a difendere le loro ragioni?
Vedremo domani.
Io ovviamente scrivo tutto questo solo a scarico di coscienza. Perché è sempre, beninteso, colpa di tutti gli altri.
A proposito della cosiddetta riforma Gelmini può essere interessante leggere in combinato disposto, sia questo articolo di Gennaro Carotenuto, sia questa intervista a un collega, su “Libero”.
La cosiddetta riforma Gelmini decreta, semplicemente, che Oreste Interno, dopo aver passato dieci o quindici anni della sua vita a fare il precario della ricerca, non verrà mai assunto dall’università. Che Pompeo Matroneo, professore associato di belle speranze, resterà associato a vita; e, soprattutto, che il potente professore ordinario Geronte Cariatide potrà arrivare fino alla pensione senza essere toccato quasi in nulla. Non ci sta bene? Niente paura: le università potranno trasformarsi in fondazioni private, che si finanzieranno con le rette degli studenti, i quali si renderanno infine conto del valore dell’istruzione perché la dovranno pagare cara, eventualmente indebitando le loro famiglie con i pratici mutui subprime che tanto furore stanno facendo oltreoceano.
Gennaro Carotenuto scrive cose che tutti coloro che lavorano all’università sanno e condividono. Invece il collega, al di là di una francamente intempestiva esaltazione del modello americano, dice che i professori che si ribellano alla riforma vogliono semplicemente conservare i loro privilegi. Conservare, cioè, il diritto di fare il bello e il cattivo tempo a spese dei contribuenti, gonfiando pletoricamente gli organici con i loro allievi somari, senza dover rendere conto a nessuno. Per questo i professori temono la privatizzazione, che toglierebbe loro il potere di decidere per consegnarlo a “chi mette i soldi”. Un bel dimagrimento è quello che ci vuole.
Il collega, che è un professore ordinario settantenne, sa bene come vanno le cose, nell’università italiana. Dovrebbe anche sapere che, se si impedisce l’ingresso ai giovani e si blocca la carriera di ricercatori e associati, i professori ordinari come Geronte Cariatide - come lui – continueranno a fare il bello e il cattivo tempo, senza avere più nuovi entranti che vengono a contrastarli. Ma come mai è così convinto in una università pubblica “chi mette i soldi” non sia in grado di ridurre a regola le oligarchie accademiche?
Avevo scritto altrove che l’università italiana potrebbe diventare più trasparente se solo prendesse sul serio l’impegno alla pubblicazione ad accesso aperto e se fossero vietate le carriere interne. Ci si potrebbe chiedere perché non lo si è fatto, o non lo si fa. Ma quando mai, in Italia, il contribuente è stato messo in grado di controllare come vengono spesi i suoi soldi? Sarebbe decisamente bizzarro voler cominciare proprio dall’università, col rischio che il contribuente stesso ci prenda gusto e vada a curiosare anche altrove. Molto più comodo passare da un’oligarchia universitaria pubblica che si comporta privatisticamente a una oligarchia universitaria privata che si comporta allo stesso modo.
In una parola: l’università pubblica italiana può essere solo tagliata e non riformata perché l’Italia non è una democrazia. Ma non si deve sapere in giro.

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