Archive for ‘Open access’

11 luglio, 2014

Manuale di stile, aggiornato

Il canone della citazione accademica che tutti noi abbiamo imparato quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea è ancora adatto per l’età della rete, o vale la pena discutere di un suo aggiornamento? Non è una questione “da bibliotecari”, perché riguarda l’accessibilità di quanto indichiamo come rifermento e la sua controllabilità. Ne parlo sul Bftp, qui.

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12 maggio, 2014

LaTeX per umanisti timidi

Non è mica obbligatorio consumare la vita su Power Point e su Word  C’è di meglio, soprattutto per chi ama fare astrazione dall’esperienza sensibile.

Qui c’è una brevissima introduzione al LaTeX per l’uso di studenti e umanisti timorosi, completa di sorgente. Forse ho spiegato comandi, dichiarazioni e ambienti in modo un po’ troppo fantasioso.  Mi sono divertita a scriverla, però,  e  potrebbe perfino  servire a qualcuno.

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21 aprile, 2014

Vittorie ambigue: lo stato dell’accesso aperto

Chi avesse perso l’intervista a Richard Poynder sullo stato dell’accesso aperto può leggerne una presentazione sul “Bollettino telematico di filosofia politica”, qui – con alcune domande che, in italiano, molti si erano già fatti ma che, in inglese, sembrano più serie.

24 gennaio, 2014

L’accesso aperto fa male alla carriera? Forse no.

L’accesso aperto è – era? – una scelta per ricercatori dalla vita spericolata. Sarebbe disonesto raccomandarlo agli studiosi giovani senza questa avvertenza.  Personalmente, però, come si vede dall’elenco delle mie pubblicazioni,  ho cercato di praticare l’open access - in una condizione più comoda, anche se non più forte  -  da quando ho preso coscienza della sua importanza.

Stanno lentamente uscendo, in questi mesi,  i risultati dell’Abilitazione scientifica nazionale. Per rendersi conto del difetto del sistema basta seguire i commenti a  quest’articolo di Roars.  Suggerisco, però, a chi mi legge di controllare quanti, fra gli  autori e i collaboratori del Bollettino telematico di filosofia politica e della collana Methexis, sono stati abilitati nei settori di filosofia politica e di filosofia del diritto (14/A1; 12/H3), pur in un impianto autoritario e oligopolistico, che avevamo a suo tempo  criticato e che non promette di migliorare.

La casualità dell’intero sistema dell’Asn non consente le generalizzazioni. Fra chi commenta col proprio nome  l’articolo di Roars ci sono esclusi che mi lasciano perplessa. Ma non voglio parlare qui di questo.  Desidero, piuttosto, mostrare quanto l’accesso aperto  sarebbe stato utile non alla carriera altrui o mia,  ma a tutti,  se fosse stato applicato sistematicamente nell’attuale Asn, anche senza cambiare nient’altro.

I commissari di storia medioevale e i loro titoli “truccati”

I giornali   raccontano che trentotto studiosi di storia medioevale,  sfortunati all’ASN 2012, hanno denunciato parte dei loro commissari accusandoli di aver mentito sul numero e sulla qualità delle loro pubblicazioni.

È possibile “mentire” su qualcosa che per definizione dovrebbe essere pubblico perché le pubblicazioni, a dispetto del loro nome, non sono affatto pubbliche. Non solo i testi sono ancora prevalentemente ad accesso chiuso, ma soprattutto, in Italia non è pubblico il database delle pubblicazioni dei docenti.  Questo database è inoltre assai sciatto, sia perché le registrazioni sono facilmente modificabili da parte degli interessati, sia perché la tipologia delle pubblicazioni non è  ben definita, come spiegava qui  Paola Galimberti in tempi non sospetti.  È dunque assai facile che chi vi inserisce i suoi dati “menta” – o, meglio, li qualifichi con un certo grado di soggettività – in perfetta buona fede.  Ma nessun pubblico ludibrio può fare da deterrente per chi gonfia i propri titoli,   nessuna intelligenza collettiva può intervenire a discuterli e correggerli perché il database è inaccessibile.

Hanno ragione i commissari di storia medioevale o i loro detrattori? Io stessa non lo so dire.  Si dovrà, forse, scomodare il giudice, quando sarebbe bastata una maggior trasparenza.

Esclusione discutibili?

Per custodire i custodi basta un semplice click? Forse no. Proviamo, però, a immaginare se tutti i giudizi su tutte le opere presentate dai candidati alle ASN recassero un link, al loro testo, in modo che chiunque potesse discuterli con cognizione di causa. Rimarrebbe ancora possibile bocciare studiosi di valore e promuovere mediocri ben appoggiati.  Ma occorrerebbe una discreta quantità di pelo sullo stomaco aggiuntivo: oggi il lettore di giornali può liquidare quanto gli viene riferito come una disputa esoterica. Con l’accesso aperto le discussioni potrebbero anche essere  meno accademiche:  Aristofane, forse,  potrebbe abituarsi a rendere ragione di quello che dice.

Aggiornamento: ho rimosso una parte dedicata a una singola persona, che pubblica ad accesso aperto, perché in una situazione in cui i più pubblicano – o, meglio, “privatizzano” –  ad accesso chiuso i miei link avrebbero potuto fare l’effetto non di un invito alla discussione, ma di una gogna telematica. L’uso pubblico della ragione può funzionare al meglio quando è diffuso e simmetrico: oggi, purtroppo, siamo ben lontani da questa condizione.

5 ottobre, 2013

Chi ha paura dell’accesso aperto?

Oggi Repubblica ripubblica i risultati di un’indagine descritta in un recentissimo articolo di Science, facendoli precedere da questo occhiello:

“Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico”

John Bohannon si è inventato un articolo scientifico irto d’errori e l’ha sottoposto a riviste ad accesso aperto scelte esclusivamente fra quelle che impongono agli autori una tariffa di pubblicazione. Entro questo campione, che comprendeva anche testate listate come predatory journals, una buona metà ha accettato il suo testo, per lo più dopo una revisione paritaria superficiale o nulla. L’hanno però rifiutato, fra le altre, Plos One e perfino alcune riviste di Hindawi, nonostante  precedenti non del tutto cristallini.

Bohannon ha limitato il campione alle riviste ad accesso aperto che fanno pagare gli autori, dove dunque è più facile che l’interesse al lucro prevalga sul rigore scientifico,  escludendo quelle gratuite, e non si è curato di predisporre un gruppo di controllo composto da riviste ad accesso chiuso (*).  Il lettore disattento è dunque portato a credere che tutte le riviste ad accesso aperto impongano agli autori tariffe di pubblicazione e che l’interesse al lucro prevalga soltanto nella “selva” dell’open access – come se nel giardino coltivato dell’accesso chiuso non fiorisse le crisi dei prezzi dei periodici.

Partendo da questo post di Mike Taylor ci si può facilmente rendere conto che queste critiche sono soltanto due fra le molte ricevute dall’articolo,  disponibile ad accesso aperto su Science.  Per una coincidenza bizzarra, Science è  la stessa rivista che, pochi giorni prima, aveva posto ad accesso chiuso e a pagamento i risultati delle analisi del suolo e delle rocce marziane fatte da Curiosity della NASA, cioè da un ente pubblico finanziato dal contribuente. Uno dei cofondatori della Public Library of Science, sulla base delle norme del copyright americano, li ha resi disponibili sul suo blog, qui.

Questa coincidenza, forse per la fretta, non è stata rilevata dai ripubblicatori. Né ci si è resi conto che l’articolo di Bohannon dice ben poco dell’accesso aperto in generale,  mentre è invece indicativo di un sistema che, come se si fosse ancora nell’età della stampa,  collega le carriere non a quello che si scrive, ma al fatto che sia pubblicato in qualcosa che abbia almeno la parvenza di una rivista scientifica, e rende la revisione paritaria – anonima e segreta – un compito privo di riconoscimenti e soggetto all’abuso. A questi rischi sarebbe meno esposto  un accesso aperto genuino, che lavori su articoli preliminarmente depositati in archivi aperti e sperimenti, eventualmente in subsidio a quella chiusa, anche la revisione paritaria aperta. Ma per capirlo occorre superare l’ansia di pubblicare e di ripubblicare, oltrepassare il FUD e regalarsi del tempo per riflettere.

(*) L’articolo, è vero, aggiunge che molto probabilmente anche un’indagine sulle riviste ad abbonamento avrebbe esiti simili, e pure questo è fedelmente riportato da Repubblica – per l’uso dei lettori attenti.

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