Archivio per ‘Open access’

24 gennaio, 2014

L’accesso aperto fa male alla carriera? Forse no.

L’accesso aperto è – era? – una scelta per ricercatori dalla vita spericolata. Sarebbe disonesto raccomandarlo agli studiosi giovani senza questa avvertenza.  Personalmente, però, come si vede dall’elenco delle mie pubblicazioni,  ho cercato di praticare l’open access - in una condizione più comoda, anche se non più forte  -  da quando ho preso coscienza della sua importanza.

Stanno lentamente uscendo, in questi mesi,  i risultati dell’Abilitazione scientifica nazionale. Per rendersi conto del difetto del sistema basta seguire i commenti a  quest’articolo di Roars.  Suggerisco, però, a chi mi legge di controllare quanti, fra gli  autori e i collaboratori del Bollettino telematico di filosofia politica e della collana Methexis, sono stati abilitati nei settori di filosofia politica e di filosofia del diritto (14/A1; 12/H3), pur in un impianto autoritario e oligopolistico, che avevamo a suo tempo  criticato e che non promette di migliorare.

La casualità dell’intero sistema dell’Asn non consente le generalizzazioni. Fra chi commenta col proprio nome  l’articolo di Roars ci sono esclusi che mi lasciano perplessa. Ma non voglio parlare qui di questo.  Desidero, piuttosto, mostrare quanto l’accesso aperto  sarebbe stato utile non alla carriera altrui o mia,  ma a tutti,  se fosse stato applicato sistematicamente nell’attuale Asn, anche senza cambiare nient’altro.

I commissari di storia medioevale e i loro titoli “truccati”

I giornali   raccontano che trentotto studiosi di storia medioevale,  sfortunati all’ASN 2012, hanno denunciato parte dei loro commissari accusandoli di aver mentito sul numero e sulla qualità delle loro pubblicazioni.

È possibile “mentire” su qualcosa che per definizione dovrebbe essere pubblico perché le pubblicazioni, a dispetto del loro nome, non sono affatto pubbliche. Non solo i testi sono ancora prevalentemente ad accesso chiuso, ma soprattutto, in Italia non è pubblico il database delle pubblicazioni dei docenti.  Questo database è inoltre assai sciatto, sia perché le registrazioni sono facilmente modificabili da parte degli interessati, sia perché la tipologia delle pubblicazioni non è  ben definita, come spiegava qui  Paola Galimberti in tempi non sospetti.  È dunque assai facile che chi vi inserisce i suoi dati “menta” – o, meglio, li qualifichi con un certo grado di soggettività – in perfetta buona fede.  Ma nessun pubblico ludibrio può fare da deterrente per chi gonfia i propri titoli,   nessuna intelligenza collettiva può intervenire a discuterli e correggerli perché il database è inaccessibile.

Hanno ragione i commissari di storia medioevale o i loro detrattori? Io stessa non lo so dire.  Si dovrà, forse, scomodare il giudice, quando sarebbe bastata una maggior trasparenza.

Esclusione discutibili?

Per custodire i custodi basta un semplice click? Forse no. Proviamo, però, a immaginare se tutti i giudizi su tutte le opere presentate dai candidati alle ASN recassero un link, al loro testo, in modo che chiunque potesse discuterli con cognizione di causa. Rimarrebbe ancora possibile bocciare studiosi di valore e promuovere mediocri ben appoggiati.  Ma occorrerebbe una discreta quantità di pelo sullo stomaco aggiuntivo: oggi il lettore di giornali può liquidare quanto gli viene riferito come una disputa esoterica. Con l’accesso aperto le discussioni potrebbero anche essere  meno accademiche:  Aristofane, forse,  potrebbe abituarsi a rendere ragione di quello che dice.

Aggiornamento: ho rimosso una parte dedicata a una singola persona, che pubblica ad accesso aperto, perché in una situazione in cui i più pubblicano – o, meglio, “privatizzano” -  ad accesso chiuso i miei link avrebbero potuto fare l’effetto non di un invito alla discussione, ma di una gogna telematica. L’uso pubblico della ragione può funzionare al meglio quando è diffuso e simmetrico: oggi, purtroppo, siamo ben lontani da questa condizione.

5 ottobre, 2013

Chi ha paura dell’accesso aperto?

Oggi Repubblica ripubblica i risultati di un’indagine descritta in un recentissimo articolo di Science, facendoli precedere da questo occhiello:

“Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico”

John Bohannon si è inventato un articolo scientifico irto d’errori e l’ha sottoposto a riviste ad accesso aperto scelte esclusivamente fra quelle che impongono agli autori una tariffa di pubblicazione. Entro questo campione, che comprendeva anche testate listate come predatory journals, una buona metà ha accettato il suo testo, per lo più dopo una revisione paritaria superficiale o nulla. L’hanno però rifiutato, fra le altre, Plos One e perfino alcune riviste di Hindawi, nonostante  precedenti non del tutto cristallini.

Bohannon ha limitato il campione alle riviste ad accesso aperto che fanno pagare gli autori, dove dunque è più facile che l’interesse al lucro prevalga sul rigore scientifico,  escludendo quelle gratuite, e non si è curato di predisporre un gruppo di controllo composto da riviste ad accesso chiuso (*).  Il lettore disattento è dunque portato a credere che tutte le riviste ad accesso aperto impongano agli autori tariffe di pubblicazione e che l’interesse al lucro prevalga soltanto nella “selva” dell’open access – come se nel giardino coltivato dell’accesso chiuso non fiorisse le crisi dei prezzi dei periodici.

Partendo da questo post di Mike Taylor ci si può facilmente rendere conto che queste critiche sono soltanto due fra le molte ricevute dall’articolo,  disponibile ad accesso aperto su Science.  Per una coincidenza bizzarra, Science è  la stessa rivista che, pochi giorni prima, aveva posto ad accesso chiuso e a pagamento i risultati delle analisi del suolo e delle rocce marziane fatte da Curiosity della NASA, cioè da un ente pubblico finanziato dal contribuente. Uno dei cofondatori della Public Library of Science, sulla base delle norme del copyright americano, li ha resi disponibili sul suo blog, qui.

Questa coincidenza, forse per la fretta, non è stata rilevata dai ripubblicatori. Né ci si è resi conto che l’articolo di Bohannon dice ben poco dell’accesso aperto in generale,  mentre è invece indicativo di un sistema che, come se si fosse ancora nell’età della stampa,  collega le carriere non a quello che si scrive, ma al fatto che sia pubblicato in qualcosa che abbia almeno la parvenza di una rivista scientifica, e rende la revisione paritaria – anonima e segreta – un compito privo di riconoscimenti e soggetto all’abuso. A questi rischi sarebbe meno esposto  un accesso aperto genuino, che lavori su articoli preliminarmente depositati in archivi aperti e sperimenti, eventualmente in subsidio a quella chiusa, anche la revisione paritaria aperta. Ma per capirlo occorre superare l’ansia di pubblicare e di ripubblicare, oltrepassare il FUD e regalarsi del tempo per riflettere.

(*) L’articolo, è vero, aggiunge che molto probabilmente anche un’indagine sulle riviste ad abbonamento avrebbe esiti simili, e pure questo è fedelmente riportato da Repubblica – per l’uso dei lettori attenti.

20 settembre, 2013

L’accesso aperto è legge – in Germania

Ecco il testo della norma appena approvata dal Bundesrat, che entrerà in vigore la settimana prossima:

§ 38 (4) Der Urheber eines wissenschaftlichen Beitrags, der im Rahmen einer mindestens zur Hälfte mit öffentlichen Mitteln finanzierten Lehr- und Forschungstätigkeit entstanden und in einer periodisch mindestens zweimal jährlich erscheinenden Sammlung erschienen ist, hat auch dann, wenn er dem Verleger oder Herausgeber ein ausschließliches Nutzungsrecht eingeräumt hat, das Recht, den Beitrag nach Ablauf von zwölf Monaten seit der Erstveröffentlichung in der akzeptierten Manuskriptversion öffentlich zugänglich zu machen, soweit dies keinem gewerblichen Zweck dient. Die Quelle der Erstveröffentlichung ist anzugeben. Eine zum Nachteil des Urhebers abweichende Vereinbarung ist unwirksam.

Ecco la mia traduzione al volo:

L’autore di un contributo scientifico che ha avuto origine nell’ambito di un’attività di ricerca e insegnamento finanziata almeno per metà da fondi pubblici ed è pubblicato in una collezione che esce periodicamente almeno due volte l’anno ha il diritto -  anche se ha concesso all’editore o al curatore un diritto d’uso esclusivo – di rendere pubblicamente accessibile, dopo la scadenza di dodici mesi dalla prima pubblicazione, il contributo nella versione del manoscritto accettato, fin tanto che non serva a uno scopo commerciale. La fonte della prima  pubblicazione deve essere indicata.  Un accordo divergente a detrimento dell’autore è senza effetto.

La norma, che ricorda l’articolo 42 della nostra legge sul diritto d’autore, libera però anche i molti  che hanno fatto l’errore di cedere i diritti con un accordo firmato esplicitamente, ma spesso inconsapevolmente, all’editore o al curatore di una raccolta o collezione (Sammlung) periodica. Il termine generico Sammlung permette alla disposizione di coprire sia le riviste scientifiche, sia qualsiasi altra forma di pubblicazione almeno semestrale presente e futura.

Visto che nulla obbliga l’autore a render pubblicamente disponibili i suoi testi – la norma gli concede un diritto, e non un dovere – anche i più intransigenti difensori del copyright non potranno aver niente da obiettare. Il diritto dell’autore non è toccato, ed è anzi pienamente difeso: è intaccato solo l’uso predatorio che ne possono fare gli editori, quando lo ricevono in esclusiva dagli – ingenui? -  titolari originari.

Tag:
22 luglio, 2013

Roars Transactions. A journal on research policy and evaluation

Roars Transactions. A journal on research policy and evaluation ha pubblicato ieri i suoi primi articoli. È una nuova rivista; è soggetta a revisione paritaria ex ante ma, nello stile dei fisici, permette che gli articoli, nelle more della procedura, siano resi pubblici nei modi che gli autori preferiscono. È fatta da ricercatori, studia quello che siamo e quello che facciamo, è ad accesso aperto: merita, quindi, il latino di nostra res agitur e non l’italiano di “cosa nostra”.

18 luglio, 2013

VQR: per gli occhi di nessuno

Poco più di un anno fa, criticando l’avventurosa segretezza della valutazione della ricerca italiana, avevo reso pubblico l’elenco delle tre opere – tutte ad accesso aperto -  che avevano varcato l’oscura soglia dell’Anvur.

Vi piacerebbe sapere come sono state valutate?

Dovrete tenervi la curiosità:  non lo so neppure io.  I dati aggregati del mio settore, entro il mio dipartimento, non sono stati resi pubblici “per privacy“: siamo così pochi che le nostre valutazioni individuali sarebbero indovinabili. Per lo stesso motivo non siamo inseriti in classifica – anche se, dopo aver fatto un po’ di conti sulle tabelle dell’Anvur, sono “quasi” in grado di dire quali colleghi pisani  hanno uno o più lavori marchiati come  “limitati”.

Il punto, però,  è un altro:  che senso ha una valutazione della ricerca non solo condotta da funzionari nominati direttamente o indirettamente dal governo, ma sottratta all’uso pubblico della ragione perfino nei suoi risultati? Le classifiche anvuriane, senza i responsi dei referee e mutilate “per privacy“, indicano davvero qualcosa di significativo? E inoltre, in un mondo che ha già mostrato di non essere immune al conflitto d’interessi, come facciamo a escludere che, nel sancta sanctorum dell’Anvur, qualcuno abbia ceduto alla tentazione di cantarsele e  suonarsele?

La pubblicità avrebbe aiutato sia a controllare il conflitto d’interessi, sia a stemperare l’autoritarismo dell’intera procedura.  Ma si è preferito fare in modo che la valutazione della ricerca scientifica non sia per nulla scientifica, neppure quando, come nel mio caso, i ricercatori temono molto più le segrete dell’Anvur che l’uso pubblico della ragione. Compulsiamo dunque le nostre graduatorie, e godiamoci l’imbuto.

Aggiornamento

Pare  che a partire dal 20 settembre l’esito di tanta valutazione sulle singole opere verrà comunicato, ma esclusivamente agli autori.  Se mi sarà lecito rendere pubblici i miei giudizi – dovrebbe esserlo, se è solo una questione di privacy -,  lo farò,  anche e soprattutto se dovessero essere negativi.  Le mie pubblicazioni recenti sono tutte ad accesso aperto:  potrebbe dunque essere utile e interessante gettare,  per il poco che posso,  uno spiraglietto di luce nelle catacombe dell’Anvur.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 82 follower