Archivio per ‘open data’

29 aprile, 2013

Metajournals. A federalist proposal for scholarly communication and data aggregation

While the EU is building an open access infrastructure of archives (e.g. Openaire) and it is trying to implement it in the Horizon 2020 program, the gap between the tools and the human beings – researchers, citizen scientists, students, ordinary people – is still wide. The necessity to dictate open access publishing as a mandate for the EU funded research – ten years after the BOAI – is an obvious symptom of it: there is a chasm between the net and the public use of reason. To escalate the advancement and the reuse of research, we should federate the multitude of already existing open access journals in federal open overlay journals that receive their contents from the member journals and boost it with their aggregation power and their semantic web tools. The article contains both the theoretical basis and the guidelines for a project whose goals are:

1. making open access journals visible, highly cited and powerful, by federating them into wide disciplinary overlay journals;

2. avoiding the traps of the “authors pay” open access business model, by exploiting one of the virtue of federalism: the federate journals can remain little and affordable, if they gain visibility from the power of the federal overlay journal aggregating them;

3. enriching the overlay journals both through semantic annotation tools and by means of open platforms dedicated to host ex post peer review and experts comments;

4. making the selection and evaluation processes and their resulting data as much as possible public and open, to avoid the pitfalls (e. g, the serials price crisis) experienced by the closed access publishing model. It is about time to free academic publishing from its expensive walled gardens and to put to test the tools that can help us to transform it in one open forest, with one hundred flowers – and one hundred trailblazers.

To download the full-text article,  see here, here or here.

5 aprile, 2012

Una questione di sapere, una questione di potere

Noi chiamiamo le digital humanities col nome di “informatica umanistica”. Un bibliotecario americano ha però suggerito di pensarle come una parte di un insieme più ampio, le “scienze umane aperte”. Ne parlo qui.

22 marzo, 2012

Agenti segreti? No: bibliotecari

Sull’intrigo nazionale generato dal regolamento sull‘archivio segreto dell’Anvur ha preso oggi posizione l’Associazione italiana biblioteche, con un breve comunicato stampa fondato su un’analisi giuridica più ampia. Questa è la sua tesi fondamentale:

l’utilizzazione di opere protette da copyright nell’ambito di procedure parlamentari, giudiziarie o amministrative, ossia nell’ambito dell’esercizio dei poteri pubblici, è coperta da una specifica eccezione di legge[*], applicabile in combinato disposto con le norme che definiscono e delimitano le attribuzioni e i poteri dei vari apparati dello Stato. Il legislatore comunitario e quello nazionale hanno ritenuto opportuno affrancare le autorità pubbliche dalla necessità di negoziare di volta in volta con i privati le condizioni per acquisire opere protette agli atti di un procedimento, ferme restando le normali cautele da adottare soprattutto in presenza di posizioni soggettive tutelate dall’ordinamento.

20 novembre, 2011

La valutazione della ricerca e i suoi piedi d’argilla

I dati sulla ricerca italiana sono pubblici? Sono completi? Sono gratuiti? Sono facili da trovare? Pare proprio di no. Lo spiega Paola Galimberti in un articolo che ho recensito e segnalato qui. Sembrano – e forse sono – questioni pedestri: ma è su questi piedi che la valutazione della qualità della ricerca vuole camminare.

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18 aprile, 2011

Il valore dei dati

I dati, nella scienza, sono come le uova:  stanno all’origine di tutto, ma, lasciati a se stessi,  sono muti, bianchi, immobili. Per acquistare un valore, devono trasformarsi in polli starnazzanti, diventando articoli scientifici.  E sebbene i dati siano importanti,  gli starnazzatori che, almeno quando sono polli veri, nascono dalle uova fanno più rumore, perché  dominano la comunicazione scientifica e la valutazione  della ricerca, tramite il conto delle citazioni e degli altri fattori d’impatto.  C’è un modo di premiare chi mette a disposizione del pubblico umili, silenziose,  indispensabili uova?

La metafora delle uova è  scontata per dei genetisti come gli autori di questo articolo, i quali si chiedono in che modo riconoscere e valorizzare la produzione dei dati, la cui pubblicità – ora resa possibile dalla rete – è alla base di una discussione scientifica che non si riduca a pollaio. Per esempio,  per discutere seriamente su quanto siano davvero efficaci i farmaci antidepressivi, è assolutamente indispensabile conoscere i dati della loro sperimentazione, al di là degli starnazzamenti, che possono essere più o meno disinteressati.

Il lavoro degli umanisti,  però,  è soltanto testuale. Sono dunque paragonabili, nel loro insieme, a un immenso pollaio esteso nei secoli,  tanto starnazzante quanto privo di uova? Le cose, in realtà, non sono così semplici: le uova dei giuristi sono i testi legislativi, quelle degli scienziati sociali sono le statistiche demografiche e socio-economiche, e quelle dei filosofi e degli umanisti in senso stretto sono, appunto, i testi. Renderli difficilmente accessibili, perché soggetti a un copyright dal termine ormai spropositato, equivale a distruggere le proprie uova.

Queste, naturalmente, sono solo considerazioni semiserie di una allevatrice di polli ruspante.  Più seriamente, però, ci dovremmo chiedere se c’è, o ci può essere, una differenza apprezzabile – nel mondo che contribuiscono a creare -  fra i professori che la sera leggono Kant e quelli che lo fanno leggere. Fra chi tiene le uova per sé  e chi sceglie, invece, di renderle pubbliche.

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