Archive for ‘peer review’

5 ottobre, 2013

Chi ha paura dell’accesso aperto?

Oggi Repubblica ripubblica i risultati di un’indagine descritta in un recentissimo articolo di Science, facendoli precedere da questo occhiello:

“Una clamorosa inchiesta di Science porta alla luce i fumosi meccanismi che si nascondono dietro alla selva delle riviste accademico-scientifiche open access: uno studio privo di fondamento, realizzato ad hoc e riempito di errori elementari, è stato accettato nel 60% dei casi. Basta saldare il bonifico”

John Bohannon si è inventato un articolo scientifico irto d’errori e l’ha sottoposto a riviste ad accesso aperto scelte esclusivamente fra quelle che impongono agli autori una tariffa di pubblicazione. Entro questo campione, che comprendeva anche testate listate come predatory journals, una buona metà ha accettato il suo testo, per lo più dopo una revisione paritaria superficiale o nulla. L’hanno però rifiutato, fra le altre, Plos One e perfino alcune riviste di Hindawi, nonostante  precedenti non del tutto cristallini.

Bohannon ha limitato il campione alle riviste ad accesso aperto che fanno pagare gli autori, dove dunque è più facile che l’interesse al lucro prevalga sul rigore scientifico,  escludendo quelle gratuite, e non si è curato di predisporre un gruppo di controllo composto da riviste ad accesso chiuso (*).  Il lettore disattento è dunque portato a credere che tutte le riviste ad accesso aperto impongano agli autori tariffe di pubblicazione e che l’interesse al lucro prevalga soltanto nella “selva” dell’open access – come se nel giardino coltivato dell’accesso chiuso non fiorisse le crisi dei prezzi dei periodici.

Partendo da questo post di Mike Taylor ci si può facilmente rendere conto che queste critiche sono soltanto due fra le molte ricevute dall’articolo,  disponibile ad accesso aperto su Science.  Per una coincidenza bizzarra, Science è  la stessa rivista che, pochi giorni prima, aveva posto ad accesso chiuso e a pagamento i risultati delle analisi del suolo e delle rocce marziane fatte da Curiosity della NASA, cioè da un ente pubblico finanziato dal contribuente. Uno dei cofondatori della Public Library of Science, sulla base delle norme del copyright americano, li ha resi disponibili sul suo blog, qui.

Questa coincidenza, forse per la fretta, non è stata rilevata dai ripubblicatori. Né ci si è resi conto che l’articolo di Bohannon dice ben poco dell’accesso aperto in generale,  mentre è invece indicativo di un sistema che, come se si fosse ancora nell’età della stampa,  collega le carriere non a quello che si scrive, ma al fatto che sia pubblicato in qualcosa che abbia almeno la parvenza di una rivista scientifica, e rende la revisione paritaria – anonima e segreta – un compito privo di riconoscimenti e soggetto all’abuso. A questi rischi sarebbe meno esposto  un accesso aperto genuino, che lavori su articoli preliminarmente depositati in archivi aperti e sperimenti, eventualmente in subsidio a quella chiusa, anche la revisione paritaria aperta. Ma per capirlo occorre superare l’ansia di pubblicare e di ripubblicare, oltrepassare il FUD e regalarsi del tempo per riflettere.

(*) L’articolo, è vero, aggiunge che molto probabilmente anche un’indagine sulle riviste ad abbonamento avrebbe esiti simili, e pure questo è fedelmente riportato da Repubblica – per l’uso dei lettori attenti.

29 aprile, 2013

Metajournals. A federalist proposal for scholarly communication and data aggregation

While the EU is building an open access infrastructure of archives (e.g. Openaire) and it is trying to implement it in the Horizon 2020 program, the gap between the tools and the human beings – researchers, citizen scientists, students, ordinary people – is still wide. The necessity to dictate open access publishing as a mandate for the EU funded research – ten years after the BOAI – is an obvious symptom of it: there is a chasm between the net and the public use of reason. To escalate the advancement and the reuse of research, we should federate the multitude of already existing open access journals in federal open overlay journals that receive their contents from the member journals and boost it with their aggregation power and their semantic web tools. The article contains both the theoretical basis and the guidelines for a project whose goals are:

1. making open access journals visible, highly cited and powerful, by federating them into wide disciplinary overlay journals;

2. avoiding the traps of the “authors pay” open access business model, by exploiting one of the virtue of federalism: the federate journals can remain little and affordable, if they gain visibility from the power of the federal overlay journal aggregating them;

3. enriching the overlay journals both through semantic annotation tools and by means of open platforms dedicated to host ex post peer review and experts comments;

4. making the selection and evaluation processes and their resulting data as much as possible public and open, to avoid the pitfalls (e. g, the serials price crisis) experienced by the closed access publishing model. It is about time to free academic publishing from its expensive walled gardens and to put to test the tools that can help us to transform it in one open forest, with one hundred flowers – and one hundred trailblazers.

To download the full-text article,  see here, here or here.

29 agosto, 2012

Revisione paritaria aperta: come sta andando?

Avevo annunciato il nostro piccolo esperimento qui. Il suo esito provvisorio è visibile qui. Gli unici che hanno risposto all’appello sono stati i cosiddetti  citizen scientists – con generosità, intelligenza e una deferenza che ritengo immeritata.

Molti umanisti temono la rete perché temono i troll. Ebbene, trolleggiare su una traduzione dal tedesco di un testo filosofico-giuridico piuttosto complesso è tanto difficile quanto trolleggiare sul bosone di Higgs. C’è chi riesce a farlo, ma non è da tutti. Vedremo che succede quando farò uscire il mio articolo sul testo di Fichte.

E i colleghi? Dove sono i colleghi? A giudicare dai termini più cercati nel “Bollettino telematico di filosofia politica”, molti, in questo periodo, sono occupatissimi a misurarsi la mediana.

Per gli altri, ecco la prima segnalazione di fine estate:  L’università e le sue crisi: una riflessione storica. Parla delle condizioni istituzionali della ricerca, nel passato e nel presente, a partire dai lavori, per me disciplinarmente inconsueti, di un paio di storici dell’economia; ci ho aggiunto qualcosa sul futuro – sempre che ci sia vita, oltre la mediana.

16 luglio, 2012

Revisione paritaria aperta: un esperimento

Che cos’è? Lo spieghiamo qui, sul “Bollettino telematico di filosofia politica”. E la facciamo anche, con Commentpress, qui. Se sapete il tedesco e siete esperti di copyright, potete partecipare, commentando questa traduzione. Chi ha fatto traduzioni sa bene quanto sia difficile trovare la “parola giusta”:  in questo caso, davvero, molti occhi vedono meglio di due.

Il testo è un articolo di Fichte molto importante – nei suoi difetti e nei suoi pregi – per la storia del concetto di proprietà intellettuale. La traduzione, già sotto licenza Creative Commons, è e rimarrà liberamente disponibile in rete.

L’esperimento non serve solo a mostrare che c’è vita, oltre i recinti dell’Anvur. E’ parte di un progetto più ampio, che, nei prossimi giorni, illustreremo nei dettagli .

21 marzo, 2012

Solo per i tuoi occhi

Non è inevitabile che una valutazione della ricerca, per quanto fatta da una gerarchia nominata dal governo, sia un esercizio di censura: quando la ricerca è finanziata da uno stato che si dice democratico, il contribuente ha il diritto di conoscere come vengono spesi i soldi delle sue imposte. Democrazia, però, richiede che i cittadini possano accedere a un’informazione trasparente e liberamente criticabile. Per questo l’uso pubblico della ragione deve essere libero nelle università, quando i professori parlano come studiosi, e anche -  soprattutto – altrove.

La pubblicità dei dati è una condizione di questa libertà. Come facciamo a capire se le università lavorano, o lavorano bene o male, se non sappiamo che cosa fanno?

L’accesso del cittadino a quanto viene prodotto con il suo denaro non sostituisce il giudizio degli esperti. I fisici delle alte energie che hanno reso pubblico un risultato controverso come la velocità superluminale dei neutrini si rivolgevano soprattutto ai colleghi in grado di discutere e di falsificare la loro scoperta. Il loro dibattito, però, ha fatto conoscere a tutti noi la parte più importante della scienza, che è – ora come duemilacinquecento anni fa – il processo e non il risultato. L’ArXiv con le sue discussioni ad accesso aperto ci aiuta a comprendere come e per che cosa opera chi stiamo finanziando.

Quando l’accesso a un testo risponde a un interesse collettivo alla conservazione e alla pubblicità, il diritto italiano offre uno strumento che prevale sul copyrightil deposito legale obbligatorio. Proprio per questo, le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ricevono e rendono consultabili le copie di tutti i documenti italiani destinati all’uso pubblico,  non sono covi di pirati. Né è pirateria obbligare i dottorandi a depositare una copia della loro dissertazione in un archivio istituzionale aperto.

La valutazione della ricerca in corso in Italia impone a ciascun docente universitario di depositare tre suoi testi, usciti fra il 2004 e il 2010, in un sito che i cittadini vedono così,  secondo un regolamento sul copyright che ignora il deposito legale.

Per inserire i nostri lavori nell’archivio blindato del Miur occorre possederne il copyright. Non è un problema, per i pochi di noi che pubblicano ad accesso aperto. E’ invece una complicazione per il moltissimi abituati a regalare il loro lavoro e i loro diritti ai latifondisti della conoscenza

L’Anvur si impegna a conservare i testi lontano dagli sguardi in un archivio chiusissimo, proteggendo i libri con DRM, per il tempo necessario alla valutazione della ricerca, e a distruggere tutto subito dopo. Le nostre opere avrebbero potuto essere il seme di un database italiano e pubblico, indipendente da quelli mantenuti dalle multinazionali dell’editoria scientifica, ma il copyright è più importante. Per cancellare documenti digitalizzati non c’è bisogno del fuoco; nondimeno, farlo per esempio nella  notte del 10 maggio 2013 avrebbe un suo significato simbolico.

Come nei film di spionaggio, anche i valutatori devono distruggere i file dopo averli giudicati. Come verranno gestiti i ricorsi, una volta eliminata la base documentale? Con la licenza di uccidere?

Anvur 007: for your eyes onlyL’ossessione per il copyright – pressoché identico, in questo caso, alla rendita degli editori – ha partorito un altro tribunale di Kafka. I database da cui si ricavano gli indici bibliometrici sono chiusi, parziali e proprietari, i revisori delle singole opere sono anonimi – anche se l’Anvur sembra conoscere bene i rischi di questa scelta (*) – e i testi sono segretissimi ed effimeri. L’intero processo è una scatola nera che vomiterà pubblicamente il verdetto sulle strutture, con un velo di privacy a coprire i giudizi sui singoli ricercatori.

Fatta così, la valutazione della ricerca è un opaco esercizio di potere in un ambito a cui la nostra costituzione, scritta da chi aveva memoria dei roghi dei libri e della scienza di stato, riserva una speciale libertà. La trasparenza della pubblicità – di un archivio aperto e universalmente accessibile dei testi valutati – avrebbe temperato, grazie al controllo della stampa e dell’opinione pubblica colta, il suo carattere strutturalmente autoritario. Ma si è preferito sacrificare gli interessi dei ricercatori che credono nel loro lavoro e dei cittadini che pagano le tasse alle rendite degli editori.

Chi pubblica ad accesso aperto può però mostrare che un altro mondo è possibile. Anche se siamo costretti a depositarli nell’archivio nero dell’Anvur, i nostri testi sono tuttavia pubblici. Per gettar luce su una parte della procedura, ci basta dire quali delle nostre opere abbiamo sottoposto all’Anvur. Le mie, per esempio, sono qui, qui e qui. Potete leggerle senza distruggerle.

(*) Si veda il secondo paragrafo di questo articolo di Antonio Banfi.

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