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Sul detto comune: “questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica” è un saggio  che Kant pubblicò nel 1793. E’ un testo filosofico, ma anche politico, che si interroga sulla legittimità della Rivoluzione Francese. Qui c’è la mia versione integrale, con una licenza Creative Commons che permette a chi vuole di riprodurla e migliorarla senza dover tradurre tutto ogni volta da capo, come  sarebbe inevitabile se l’avessi sottoposta a un copyright più rigido.

Il vecchio e metodico Kant si era talmente entusiasmato degli ideali della Rivoluzione Francese da venir meno alla sua leggendaria, maniacale puntualità per comprare le gazzette con le ultime notizie. Però, se leggiamo questa parte del testo, sembra che per lui la rivoluzione non si possa proprio fare. Perché? Perché se ognuno di noi cominciasse a rispettare solo le leggi e le sentenze che ritiene giuste, subito dopo sparirebbe lo stato di diritto, e ciascuno farebbe un po’ come gli pare, imponendo le sue ragioni agli altri con la forza.

In termini pù tecnici, l’esercizio del diritto di resistenza è per Kant sempre illegittimo perché la condizione civile implica la delega del potere di dirimere le controversie  a un giudice terzo fra le parti, il quale sentenzia secondo leggi pubbliche coercitive: chi volesse decidere di testa sua disconoscendo il potere del giudice ricadrebbe in una condizione incivile detta stato di natura. Lo stato di natura, come lo intende Kant, è una situazione in cui la gente ha un’idea di che cosa sia giusto e ingiusto, ma in cui tutti sono giudici in causa propria, perché nessuno ammette un giudice terzo. Così, quando qualcuno litiga con qualcun altro, ciascuno dei due litiganti, che è anche giudice, tende a dar ragione a se stesso, cioè giudica la propria causa in conflitto di interessi. Alla fine i due litiganti ricorreranno alla forza, poiché nessuno dei due riconosce l’autorità dell’altro, e il più forte prevarrà. Perché l’esito di un conflitto di interessi strutturale non può che essere la legge del più forte.

Ma come poteva uno come Kant entusiasmarsi tanto per la Rivoluzione Francese, che era un supremo esercizio del diritto di resistenza? La risposta è nascosta nell’ultimo paragrafo di questo corollario: se chi è al potere andasse proclamando che la sua autorità non si fonda sul diritto, ma sulla forza – sulla forza di un esercito, di una maggioranza o anche più sottilmente di un monopolio della comunicazione  che nega la libertà della penna – chi gli si oppone potrebbe essere tentato di andare a vedere se questa forza è davvero schiacciante, confrontandola con la sua. Potrebbe, cioè, essere tentato di fare la rivoluzione, proprio perché il potere non si fonda più sulle ragioni della ragione, ma su quelle della forza. E questa rivoluzione, in un paese in cui non regna il diritto, non sarebbe neppure illegittima. Perché ci fosse illegittimità ci dovrebbe, intanto, essere il diritto.

Kant chiama il ricorso alle ragioni della forza “salto mortale” della ragione. “Salto mortale” è una espressione italiana che spicca nel testo tedesco. Anche allora, a quanto pare, gli italiani si facevano riconoscere come saltimbanchi.

I salti mortali sono pericolosi perché se si riduce la legittimità alla forza, se si disconosce l’auitorità dei giudici, se si nega l’autorità del diritto – se si rappresentano, o si sottacciono, importanti questioni giudiziare come conflitti fra politici e giudici, o fra giudici e giudici – si rischia di venir ripagati con la stessa moneta.

A Kant, ogni tanto, venivano in mente delle idee strane. E a me, stranamente, ogni tanto viene voglia di spiegarle. Deve essere un vizio professionale.

Scrivo questo post al caldo uniforme e piacevole prodotto dal riscaldamento a pavimento alimentato dalla pompa di calore geotermica che abbiamo installato nella nostra abitazione. Dovendo ristrutturare la casa, abbiamo fatto anche  altri interventi di miglioramento della sua efficienza energetica, alcuni dei quali – speravamo – incentivati dalle detrazioni fiscali del 55% previste dalla normativa Bersani.

La nostra pompa geotermica è – a quanto pare – la prima pompa di calore a sonda verticale che sia mai stata installata a Pisa.  Solo per realizzare la pompa, abbiamo dato lavoro a:

- cinque muratori tunisini

- un idraulico livornese

- tre suoi assistenti dell’Europa dell’est

- un paio di elettricisti pisani

- un ingegnere pisano

- una geologa pisana

- una media impresa veronese

- una piccola impresa bresciana

La scelta di spendere i nostri risparmi in questo modo eccentrico non ha prodotto soltanto lavoro, Ha creato conoscenza: i muratori, gli idraulici, gli elettricisti, gli ingegneri e i geologi hanno imparato qualcosa che prima non conoscevano – o che gli era noto solo teoricamente.  La pompa, inoltre, offrirà materiale per tesi e  prove empiriche a studenti e professori della facoltà di ingegneria locale. E, naturalmente, ci riscalderà senza inquinare l’atmosfera e risparmiandoci la tassa sui fumi e la bolletta del gas.

Perché racconto questa storia? Per dimostrare senza troppa accademia che la detrazione del 55% non solo produce lealtà fiscale, risparmio energetico e aria pulita, ma dà lavoro alla gente e stimoli all’innovazione. Tremonti, pertanto, ha pensato bene di toglierla, o meglio, di trasformarla in una eventualità raffinatamente aleatoria.

Probabilmente le modifiche tremontiane non mi toccheranno, se verrà mantenuta la promessa di eliminarne la retroattività.  Ma ciò non mi esime dal mettere la mia esperienza al servizio degli altri, aderendo a questa catena di blog.

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Ho visto che qualcuno è capitato su queste pagine dai motori di ricerca, con la speranza di trovare “tutti i professori della sanatoria 1981″.  Era una curiosità che era venuta anche a me, indipendentemente dalle contraddizioni biografiche del professor Brunetta. Ci sono, infatti, un po’ di professori ordinari che, pur ostentando pubblica insensibilità per le ragioni dei ricercatori precari, sono anagraficamente in condizione di aver profittato della sanatoria stessa.  Rivelare questo eventuale aspetto della loro carriera non sarebbe un pettegolezzo, perché servirebbe a valutare la loro coerenza personale.

La memoria mi è di poco aiuto. Negli anni ‘80 del secolo scorso ero studente e pensavo che l’università fosse una cosa seria. Anche la rete serve a poco, perché all’epoca le amministrazioni  lavoravano  interamente su carta.

Dai dati storici, però, possiamo ricavare dei criteri per capire se un curriculum è sospetto o no. La  “grande sanatoria” è stata determinata dal decreto del presidente della repubblica 11 luglio 1980, n. 382. Questo decreto, agli articoli 50-53 e 58-62, prevedeva che una serie di figure, precarie e no, potessero diventare rispettivamente professore associato e ricercatore tramite un semplice giudizio  di idoneità.

I giudizi di idoneità si differenziavano dai concorsi detti liberi, anch’essi previsti dal dpr 382/80, perché erano ad accesso riservato e non erano selettivi, non essendo predeterminato il numero dei “vincitori”, come si racconta in questo documento, basato, purtroppo. solo sul ricordo personale.

Sembra che i primi concorsi liberi siano stati celebrati solo nel 1983/1984. Così si evince, almeno, dalla lettura di qualche curriculum,  come questo o questo. Gli interessati precisano di essere diventati professori associati o ricercatori con “concorso libero” proprio perché, anche allora, si riteneva che superare una selezione fosse molto più onorevole che ottenere un posto di ruolo ope legis.

Da questi lavori parlamentari risulta che le due tornate di giudizi di idoneità furono indette il 12 gennaio 1981 e il 10 agosto 1983; una terza tornata di recupero fu indetta il 4 luglio 1989.

Stando così le cose, i curricula massimamente sospetti dovrebbero essere quelli di chi dichiara di essere diventato ricercatore o associato fra il 1981 e il 1983, specialmente se omette di precisare che il  suo scatto di carriera è avvenuto per concorso libero. Possiamo, invece, essere abbastanza sicuri che, salvo eccezioni, chi ha avuto un avanzamento negli anni ‘90 del secolo scorso è al di fuori del raggio d’azione della grande sanatoria.

Per passare dal sospetto alla certezza occorrerebbe una ricerca fra le carte degli archivi ministeriali e universitari. Io, però, non vado oltre: non voglio rubare il mestiere ai giornalisti.

Il parlamento sta convertendo in legge il decreto 180 sull’università. Ci sono delle aggiunte: i “professori fannulloni”, scrive la stampa, verranno puniti con un dimezzamento degli scatti biennali di anzianità sullo stipendio e con l’esclusione da fondi di ricerca e commissioni di concorso.

I “professori fannulloni” sarebbero quelli che non hanno prodotto “pubblicazioni scientifiche” nell’ultimo biennio.  Ma che cosa si intende per pubblicazioni scientifiche?  Il secondo comma dell’articolo 3-ter del decreto 180, nella versione provvisoria approvata dal senato,  risponde così:

I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

In altre parole: a stabilire se una pubblicazione è scientifica o no non saranno gli scienziati, ma il ministro, per decreto.

Nel 1610 Galileo Galilei, con un gesto di rottura, pubblicò il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana. In questo modo riuscì a spostare il foro della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.  Nessun  ministro aveva  pensato di decretare che quel tipo di pubblicazione non era da considerarsi scientifico: così, per stroncargli la carriera si dovette scomodare il Sant’Uffizio, trasformandolo in un martire, per non essere stati capaci di bollarlo come un fannullone.

La domanda  “Ma mi vale come pubblicazione?” è  un interrogativo meschino, che angoscia  i ricercatori  alla ricerca di  avanzamenti di carriera. In una prospettiva più ampia, però,  essa suggerisce  un’altra, più inquietante, questione: in che genere di regime il potere politico avoca a se il diritto di stabilire che cosa è scientifico e che cosa non lo è?

Immanuel Kant lodava Federico II di Prussia perché lasciava libero l’uso pubblico della ragione, sia nelle questioni religiose, sia sulle scienze e sulle arti: la sua monarchia, pur dispotica, assicurava la libertà d’informazione e di discussione che è  essenziale per una repubblica. Altri despoti, in tempi più recenti, si sono comportati diversamente. Caesar est supra grammaticos.

Una comunità scientifica che funziona dovrebbe essere in grado di stabilire da sé, discutendo liberamente, che cos’è scientifico e che cosa no. Un potere politico illuminato dovrebbe limitarsi ad assicurare le condizioni della libertà della discussione e della trasparenza nei concorsi – sempre che voglia avere scienziati e non portaborse. In questo sistema, una pubblicazione per essere scientifica dovrebbe essere liberamente accessibile, liberamente discutibile e tale da ottenere il riconoscimento della comunità scientifica di riferimento.  Un professore, per provare che lavora, dovrebbe semplicemente depositare i propri testi in un archivio elettronico aperto, istituzionale e disciplinare, e lasciarsi, apertamente. giudicare. Sapere che i colleghi, apertamente, lo giudicheranno dovrebbe bastare a trattenerlo dallo scrivere sciocchezze.

Il decreto, però  – però? -, potrebbe anche limitarsi a fotografare i criteri di valutazione più in uso, come il “prestigio” dell’editore per le monografie umanistiche o il fattore d’impatto per gli articoli scientifici, mettendo fuori gioco il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto. In questo caso,  il potere oligopolistico degli editori scientifici si consoliderebbe, ricevendo una consacrazione governativa con un pizzico di conflitto d’interessi.

C’è da preoccuparsi? Evidentemente sì. Ma perché chi non si è preoccupato finora dovrebbe cominciare a preoccuparsi adesso?

Voglio solo segnalare questo evento, come lo raccontano gli studenti pisani. Qui si legge  un comunicato-stampa dei ricercatori precari pisani, le cui richieste sono visibili qui.

Io non posso fare molto di più che scrivere su un blog. Ma, anche se parlare serve a poco e mi espone a qualche rischio tacere sarebbe peggio.  Mi sembra, infatti, che la trasparenza nella gestione della cosa pubblica e la dignità nei rapporti di lavoro non possano essere liquidate come questioni di “ordine pubblico”. Né a Pisa, né – soprattutto – altrove.

Il risveglio degli studenti sarebbe – avrebbe potuto essere – un’occasione da non perdere, se fossimo – o fossimo stati – capaci di prendere sul serio le parole del nostro mestiere.

Secondo una vulgata diffusa anche fra chi si oppone alle legge 133, il progetto del governo è semplicemente quello di privatizzare il più possibile l’università, in maniera da non doverla più finanziare. Se fosse così il disegno, pur brutale, avrebbe una sua coerenza ideologica, che lo renderebbe in un certo qual modo rispettabile. Ma un gruppo di lavoro della facoltà di scienze politiche  dell’università di Firenze analizzando  con attenzione il testo, ha scoperto che il suo scopo potrebbe essere ben diverso.

Il documento fiorentino dedicato alle implicazioni giuridiche e pratiche della trasformazione delle università in fondazioni meriterebbe di essere letto con attenzione. Per chi non ha voglia di farlo, Minima academica, che è abituata al volontariato di servizio pubblico, ne riassume qui le tesi salienti.

Chi crede che una università-fondazione privata, ai sensi della legge 133, sia più libera di una pubblica si inganna. Basta leggere il comma sesto dell’articolo 16 per rendersi conto che il suo statuto e il suo regolamento di amministrazione e di contabilità sono soggetti ad approvazione da parte del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto  col ministro dell’economia e delle finanze. Se al  ministro lo statuto non piace, l’università se lo deve riscrivere.

Di contro, nel caso dell’università pubblica (legge 168/1989, articolo 6 commi  9 e 10), se il ministro dissente su statuto e regolamenti per motivi di merito o di legittimità, può rinviarli  una volta sola, all’università che li ha approvati Se l’università li riapprova con una maggioranza qualificata, il ministro se ne deve fare una ragione, potendo  solo far ricorso al TAR, ed esclusivamente sulla legittimità. Quindi: mentre l’università pubblica si scrive da sé le sue regole, alla fondazione cosiddetta privata le scriverebbe il governo.

Chi pensa che la presunta privatizzazione dell’università gli permetta di risparmiare sulle tasse, sbaglia. Rimane il finanziamento pubblico (articolo 16, comma 9). Rimane anche la vigilanza ministeriale propria dell’università ente pubblico, il controllo della Corte dei Conti, la possibilità del commissariamento ministeriale in caso di violazione di legge. Si potranno almeno licenziare più facilmente  i baroni? Assolutamente no: lo stato giuridico della docenza,  nella fondazione, rimane lo stesso stato pubblicistico che abbiamo ora. Tutt’al più, forse, con un po’ di pazienza, si potranno licenziare i bidelli, dopo che il loro rapporto di lavoro, in seguito al primo contratto collettivo, sarà diventato privatistico (articolo 16 comma 13),

A che serve questa privatizzazione finta? Non certo a sottrarre alle oligarchie il loro potere – tanto è vero che l’ateneo pubblico (articolo 16 comma 1) può decidere di trasformarsi in fondazione, senza troppe cerimonie, con un voto a maggioranza assoluta dell’organo più baronale che si possa immaginare, il senato accademico.

Si può supporre che, a causa dei tagli al finanziamento  ordinario, questa trasformazione verrà decisa quando si dovrà far entrare qualcuno con i soldi per risanare un bilancio disastrato – per esempio una banca creditrice, qualche ente pubblico locale, o peggio, come potrebbe accadere, scrivono eufemisticamente i fiorentini, “in contesti economicamente arretrati, con élite politiche clientelari o in ambienti manifestamente mafiosi”. L’oligarchia universitaria dovrà fatalmente diventare, da autoreferenziale, collusiva verso l’esterno, entrando in un reticolo di rapporti con politici, banchieri e imprenditori locali – o peggio. Quel che ne verrà fuori sarà più simile alla Kore di Enna che alla Bocconi di Milano. Non sorprendentemente, su questo progetto è d’accordo buona parte della casta politica.

In questo momento, un professore universitario non è obbligato ad essere colluso con le oligarchie politiche ed economiche. Può dire quello che pensa dei politici, degli imprenditori e perfino, sia pure con qualche prudenza, dei colleghi. Minima academica, dietro cui non c’è un barone ma solo un modesto valvassore, in fondo può  ancora scrivere quello che vuole. Ma se la collusione diventasse inevitabile, grazie alle finte fondazioni private,  ai poteri che le controllerebbero, e magari anche grazie a un finta valutazione della ricerca, tutti noi potremmo ridurci così – così corrotti, così vili, così portaborse da non riuscire più  a dire neppure cose come queste.

E’ vero che l’Italia produce meno laureati del Cile? Pare di sì, a voler credere a questo comunicato stampa ministeriale. E a non volerci credere? Be’, gli ingegneri pisani hanno fatto un po’ di conti su questa e altre rivelazioni, qui.

Non occorre, del resto, essere ingegneri per  scaricarsi dal sito del ministero  un utile libretto il quale racconta che nel 2007 i laureati italiani sono stati 301.298. Il Cile, come si può vedere qui, nel 2006 ha prodotto 87.405 laureati.

Come può il ministero raccontare una cosa la cui falsità è così facilmente verificabile? Molto probabilmente l’ente governativo deputato alla nostra istruzione ha usato come fonte il titolo di  questa notizia, a proposito dell’ultimo rapporto OECD Education at a glance.  Se il ministero avesse avuto una cultura letteraria  tale da permettergli di affrontare la lettura non solo del titolo, ma anche del testo della notizia e la cultura matematica necessaria a interpretarlo, si sarebbe reso conto che il rapporto non si riferiva a valori numerici assoluti, bensì a percentuali.

Nella fascia di età tra i 24 e i 34 anni solo il 17%  degli italiani, ha ottenuto una laurea – percentuale, questa, leggermente inferiore a quella cilena, come si vede alla  tavola A1.3a del rapporto Oecd. L’OECD, a dire il vero, aggiunge anche che dopo la riforma del 2002 la percentuale delle ultime generazioni di laureati è rapidamente aumentata e si sta approssimando alla media dei paesi OECD. Ma queste sono sottigliezze che un ministero dell’istruzione non può certo cogliere.

La tavola A1.3a del rapporto Oecd riserva però delle sorprese.  Il 17% è la percentuale di popolazione italiana tra i 24 i 34 anni che ha ottenuto una laurea detta dall’OECD di tipo A; ma i cileni della stessa fascia d’età che hanno ottenuto questo genere di laurea sono, per l’OECD, solo il 14%.  I laureati cileni diventano  in percentuale, più dei laureati italiani solo se al 14% si somma. promiscuamente, il 4% di coloro che hanno ottenuto una laurea di tipo B – qualcosa di simile a un diploma universitario ad orientamento tecnico. E se alla percentuale di laureati italiani di tipo A (17%) si somma quella di tipo B (1%) otteniamo addirittura una percentuale pari a quella dei laureati cileni.

Non che queste percentuali siano confortanti: a quanto pare, lo stesso ministero italiano incontra difficoltà a decifrare testi e a soppesare numeri. Ma che, fra tutti i paesi del mondo, si sia  eretto a termine di confronto  proprio il Cile, è – come dire? – leggermente inquietante.

Tanto all’interno quanto all’esterno l’antico ordinamento universitario è divenuto fittizio. Ma è rimasto, e anzi si è accentuato, un motivo caratteristico della carriera universitaria: il fatto che un [...] libero docente, divenuto ormai un assistente, riesca finalmente a insediarsi nella posizione di ordinario o di direttore d’istituto. è un mero caso.

Queste parole sono state pronunciate da Max Weber nel 1919, a proposito dell’università tedesca. L’università tedesca, negli ultimi tre secoli, ha  fatto fiorire innumerevoli menti brillanti. Eppure il professor Max Weber parla degli atenei germanici con toni simili a quelli che oggi si usano, forse non del tutto innocentemente, a proposito dell’università italiana.

Perché?

Valutare un ricercatore è sempre difficile e venato di arbitrio. Questo è vero sia per i giudizi cosiddetti qualitativi, sia per quelli costruiti su parametri numerici, come il fattore d’impatto, che viene calcolato sulla base delle citazioni che una rivista ha ottenuto quest’anno in relazione agli articoli pubblicati nel biennio precedente – a condizione che questa stessa rivista sia inclusa nel catalogo, venduto a caro prezzo, dell’Institute for Scientific Information, ora posseduto da una multinazionale dell’editoria scientifica commerciale. Si veda, per esempio, che cosa ne pensa il matematico Alessandro Figà Talamanca.

Tutto il mondo è paese, dunque?

Non esattamente. Ho ritrovato, nell’archivio del “Corriere della Sera”, qui e qui, un dibattito fra due professori a proposito di un concorso controverso, risalente all’epoca in cui i concorsi erano ancora nazionali e non locali, come è avvenuto in seguito alla riforma Berlinguer-Zecchino. Il confronto ha il pregio di essere molto sincero, e dunque assai istruttivo. A Danilo Zolo, il quale riteneva che uno studioso meritevole fosse stato ingiustamente escluso dalla rosa dei vincitori, si rispose così: “Perché non hai cercato di diventare membro della commissione giudicante,  facendoti votare dai tuoi colleghi, allo scopo di sostenere quello studioso?” Zolo replicò che chi ragiona in questo modo dà per scontato che il commissario di un concorso non sia e non debba essere un giudice imparziale, bensì un giudice  pro amico. Che ciascun maestro, per usare le parole del nostro gergo segreto, “porti”  al concorso il suo allievo. Che, anche nel nostro piccolo,  questo strutturale conflitto di interessi non sia un problema.

Certo, fra tutti i conflitti d’interessi che ci sono in Italia, quello tipico del commissario di concorso  universitario non è né il maggiore, né il più scandaloso. Molti professori  sono perfino persone per bene, e, sia pure per caso, meritano di avere un posto all’università. Ma perché delle persone per bene praticano e sostengono, di fatto, il principio del giudizio pro amico?

Per un motivo molto semplice: perché ciascuno di loro dà per scontato che tutti gli altri giudichino pro amico. Se qualcuno si allontanasse da questo principio otterrebbe soltanto di veder bocciato il “proprio” candidato a favore dell’amico di qualcun altro. La moneta cattiva ha scacciato così perfettamente la moneta buona che questa non ha più corso.

Succede, così, che Agamennone Interno si senta obbligato a portare fino all’ordinariato il suo allievo Oreste, anche qualora cominci a rendersi conto che il giovane è completamente pazzo, piuttosto ignorantello e magari pure un poco iettatore, proprio come un genitore si sente in obbligo di prendersi cura di un figlio un po’ degenere. Oreste, proprio come un figlio, è venuto infatti al mondo (accademico)  per il suo arbitrio e se venisse abbandonato dal padre morirebbe.

Come se ne esce? Non certo con i tagli, e tanto meno con le privatizzazioni. Quello che si fa nei concorsi pubblici può meglio essere esposto agli occhi del pubblico – come mostra lo stesso archivio storico del “Corriere della Sera”. Quello che si fa in un ufficio privato, di contro,  rimane nascosto, e soggetto ad arbitrii ben peggiori.

Se invece si sciogliesse il vincolo fra il maestro e l’allievo, vietando, almeno nelle fasi iniziali, le carriere interne, le cose potrebbero cambiare. Non essendoci più amici, non ci sarebbero nemmeno  giudici pro amico.  Sarebbe molto semplice fare una legge di due righe che imponesse  un simile divieto, se si fosse effettivamente interessati a migliorare l’università pubblica, e non a svenderla ai privati.

Insegno a Pisa, una delle città da cui è partita la rivolta degli studenti. Ho fatto regolarmente lezione, entro i limiti stabiliti dalla legge, tranne nei giorni in cui la didattica era stata dichiarata ufficialmente sospesa. Come si può vedere dal newswire della mia facoltà, anche i miei colleghi stanno facendo regolarmente lezione. Gli spostamenti d’aula che vengono comunicati sono dovuti solo al fatto che il polo Carmignani è attualmente occupato. Ma, per quanto mi risulta, a nessun professore è stato impedito di fare lezione e a nessuno studente è stato impedito di parteciparvi. Vedo gli studenti che seguono il mio corso sia a lezione sia alle manifestazioni contro (Gelmini)-Tremonti. Di “facinorosi” per ora non ce ne sono: questi sono studenti che vogliono studiare.

Il rafforzamento “identitario” sarebbe – si dice -  il vero e unico senso di queste “rituali” proteste giovanili. Sarà. A me sembra che questo arzigogolo non sia l’unico senso che queste proteste hanno, bensì l’unico che si è disposti a concedergli.  Qui ci sono delle oligarchie senili  e  ossessive, senilmente e voracemente arroccate sui loro privilegi, che vogliono  negare a tutti questi giovani il diritto di dire la loro sul loro futuro; il diritto di potersi elevare socialmente tramite una istruzione pubblica di qualità offerta a prezzi ragionevoli; il diritto di non essere gli unici a pagare per una crisi economica dovuta non a loro, ma alla loro stessa avidità dissennata. Qui si stanno negando ai giovani dei diritti di cui i vecchi hanno abusato senza ritegno, senza che nessuno dei gerontocrati abbia mai fatto nulla per porre a se stesso un freno. E’ una questione di identità? A me sembra un serio, serissimo problema di giustizia.

L’editoriale di “Nature” Cut-throat savings è dedicato ai tagli alla ricerca italiana e alle proteste che stanno suscitando. Ecco la traduzione della sua parte conclusiva.

Il governo Berlusconi  può credere che siano necessarie draconiane misure di bilancio, ma i suoi attacchi  alle fondamenta della ricerca italiana sono insensati. e miopi  Il governo ha trattato la ricerca come una delle tante spese da tagliare, quando in effetti  è piuttosto da considerarsi come un  investimento per costruire un’economia della conoscenza del XXI secolo. In realtà l’Italia ha già fatto proprio  questo concetto sottoscrivendo gli obiettivi UE fissati a Lisbona nel 2000, per i quali gli stati membri si sono impegnati ad alzare il loro investimento in ricerca e sviluppo al  3% del loro prodotto interno lordo. L’Italia, un paese del G8, ha una delle spese più basse in questo settore – appena l’1.1%,  meno della metà di quello di paesi paragonabili come la Francia e la Germania.

Bisogna che il governo prenda in considerazione qualcosa di più dei guadagni a breve termine prodotti con un sistema di decreti  reso facile da ministri compiacenti  Se vuole preparare un futuro realistico per l’italia, come dovrebbe, non dovrebbe riferirsi oziosamente al passato remoto, ma capire come funziona la ricerca in Europa, nel presente.

Nell’articolo c’è pure una nota di colore  su Renato Brunetta,  il quale ha dichiarato che i ricercatori sono come i capitani di ventura del Rinascimento: dar loro un posto fisso significhebbe ucciderli. Chi è in Italia sa che il ministro sta parlando degli altri e non di sé. Lui, infatti  -  divenuto associato con la grande sanatoria del 1981 e ormai inamovibile professore ordinario dell’università italiana – è già morto da un pezzo.

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