Archive for ‘pubblicazioni’

30 ottobre, 2012

Don’t hate the aggregator: become the aggregator

Le riviste ad accesso aperto che si intendono come collaterali alla ricerca possono permettersi di essere gratuite sia per chi le legge sia per chi le scrive.

Se essere poveri e oscuri fosse solo il prezzo della libertà, potremmo essere disposti a pagarlo con orgoglio. Ma per sopravvivere in un mondo accademico sempre più inquinato da modelli aziendalistici ed esposto alle forme più ottuse e autoritarie di valutazione della ricerca, dovremmo diventare grossi, e quindi costretti a procedure non più artigianali, bensì industriali, e quindi costosi per gli autori, se non per i lettori.

Come si esce dal dilemma? Ci sarebbe una soluzione semplice, che permetterebbe di essere a un tempo piccoli e grandi, rimanendo gratuiti. Ne parlo qui.

5 luglio, 2012

Accesso aperto: le responsabilità degli studiosi

Sono stata intervistata da “Linguaggio macchina”, qui.  Sull’ulimo numero “Cosmopolis” c’è un mio articolo, dal titolo I collegi invisibili: politica e sapere ai tempi di Internet. E ho appena depositato nell’archivio Marini questo testo: Ecologia dell’informazione: un argomento politico kantiano.

Il terzo  saggio, che rielabora idee già presenti nell’introduzione alla mia traduzione di Kant, è uscito in un libro ad accesso chiuso. Ma. come già spiegato, è perfettamente legale renderlo disponibile in rete, se si ha l’accortezza di non firmare accordi che restringono quanto, per legge, sarebbe nella facoltà dell’autore.

Sono testi scritti non solo  per dire, ma per fare quello che dicono. Con questa speranza, li lascio liberi.

6 febbraio, 2012

L’accademia dei morti viventi, parte terza: il codice maledetto

La terza parte della saga è on-line sul “Bollettino telematico di filosofia politica”. Questa volta si parla di testi – e in particolare di come l’incantesimo del codice blocchi le possibilità della ricerca e della conversazione in rete.

22 giugno, 2011

Autori, curatori

Ho segnalato e recensito qui un articolo interessante di Maria Popova, In a new world of informational abundance, content curation is a new kind of authorship.  La tesi dell’autrice è che la selezione  compiuta dai curatori è un lavoro che contiene un valore aggiunto cognitivo: in un mondo di sovrabbondanza informativa, l’autore non è propriamente chi aggiunge – chiunque oggi lo può fare – ma chi sa “togliere” in modo intelligente.

La segnalazione crea una pista che arricchisce l’oggetto informativo: in questo caso io sono partita da questo post di Luca De Biase, a proposito di un dibattito che riguardava il giornalismo, sono andata a guardare la fonte, l’ho trasferita all’attività di ricerca degli umanisti – che sono giornalisti dell’inattuale – e ci ho aggiunto altri riferimenti, per mostrare come la “nuova” figura del curatore sia già presente nelle culture che, pur non soffrendo di sovrabbondanza informativa, non conoscevano ancora i monopoli intellettuali.  La stessa Divina Commedia, con la mole enciclopedica dei suoi temi e riferimenti presi da altri e da altro,  è molto più l’opera di un curatore che quella di un autore: il suo valore aggiunto non sta nei contenuti, ma nel suo  assemblaggio – nella sua capacità di rendere accessibile un patrimonio di conoscenza  altrimenti riservato ai pochissimi  che potevano accedere ai manoscritti.

18 aprile, 2011

Il valore dei dati

I dati, nella scienza, sono come le uova:  stanno all’origine di tutto, ma, lasciati a se stessi,  sono muti, bianchi, immobili. Per acquistare un valore, devono trasformarsi in polli starnazzanti, diventando articoli scientifici.  E sebbene i dati siano importanti,  gli starnazzatori che, almeno quando sono polli veri, nascono dalle uova fanno più rumore, perché  dominano la comunicazione scientifica e la valutazione  della ricerca, tramite il conto delle citazioni e degli altri fattori d’impatto.  C’è un modo di premiare chi mette a disposizione del pubblico umili, silenziose,  indispensabili uova?

La metafora delle uova è  scontata per dei genetisti come gli autori di questo articolo, i quali si chiedono in che modo riconoscere e valorizzare la produzione dei dati, la cui pubblicità – ora resa possibile dalla rete – è alla base di una discussione scientifica che non si riduca a pollaio. Per esempio,  per discutere seriamente su quanto siano davvero efficaci i farmaci antidepressivi, è assolutamente indispensabile conoscere i dati della loro sperimentazione, al di là degli starnazzamenti, che possono essere più o meno disinteressati.

Il lavoro degli umanisti,  però,  è soltanto testuale. Sono dunque paragonabili, nel loro insieme, a un immenso pollaio esteso nei secoli,  tanto starnazzante quanto privo di uova? Le cose, in realtà, non sono così semplici: le uova dei giuristi sono i testi legislativi, quelle degli scienziati sociali sono le statistiche demografiche e socio-economiche, e quelle dei filosofi e degli umanisti in senso stretto sono, appunto, i testi. Renderli difficilmente accessibili, perché soggetti a un copyright dal termine ormai spropositato, equivale a distruggere le proprie uova.

Queste, naturalmente, sono solo considerazioni semiserie di una allevatrice di polli ruspante.  Più seriamente, però, ci dovremmo chiedere se c’è, o ci può essere, una differenza apprezzabile – nel mondo che contribuiscono a creare –  fra i professori che la sera leggono Kant e quelli che lo fanno leggere. Fra chi tiene le uova per sé  e chi sceglie, invece, di renderle pubbliche.

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