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Il parlamento sta convertendo in legge il decreto 180 sull’università. Ci sono delle aggiunte: i “professori fannulloni”, scrive la stampa, verranno puniti con un dimezzamento degli scatti biennali di anzianità sullo stipendio e con l’esclusione da fondi di ricerca e commissioni di concorso.

I “professori fannulloni” sarebbero quelli che non hanno prodotto “pubblicazioni scientifiche” nell’ultimo biennio.  Ma che cosa si intende per pubblicazioni scientifiche?  Il secondo comma dell’articolo 3-ter del decreto 180, nella versione provvisoria approvata dal senato,  risponde così:

I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

In altre parole: a stabilire se una pubblicazione è scientifica o no non saranno gli scienziati, ma il ministro, per decreto.

Nel 1610 Galileo Galilei, con un gesto di rottura, pubblicò il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana. In questo modo riuscì a spostare il foro della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.  Nessun  ministro aveva  pensato di decretare che quel tipo di pubblicazione non era da considerarsi scientifico: così, per stroncargli la carriera si dovette scomodare il Sant’Uffizio, trasformandolo in un martire, per non essere stati capaci di bollarlo come un fannullone.

La domanda  “Ma mi vale come pubblicazione?” è  un interrogativo meschino, che angoscia  i ricercatori  alla ricerca di  avanzamenti di carriera. In una prospettiva più ampia, però,  essa suggerisce  un’altra, più inquietante, questione: in che genere di regime il potere politico avoca a se il diritto di stabilire che cosa è scientifico e che cosa non lo è?

Immanuel Kant lodava Federico II di Prussia perché lasciava libero l’uso pubblico della ragione, sia nelle questioni religiose, sia sulle scienze e sulle arti: la sua monarchia, pur dispotica, assicurava la libertà d’informazione e di discussione che è  essenziale per una repubblica. Altri despoti, in tempi più recenti, si sono comportati diversamente. Caesar est supra grammaticos.

Una comunità scientifica che funziona dovrebbe essere in grado di stabilire da sé, discutendo liberamente, che cos’è scientifico e che cosa no. Un potere politico illuminato dovrebbe limitarsi ad assicurare le condizioni della libertà della discussione e della trasparenza nei concorsi – sempre che voglia avere scienziati e non portaborse. In questo sistema, una pubblicazione per essere scientifica dovrebbe essere liberamente accessibile, liberamente discutibile e tale da ottenere il riconoscimento della comunità scientifica di riferimento.  Un professore, per provare che lavora, dovrebbe semplicemente depositare i propri testi in un archivio elettronico aperto, istituzionale e disciplinare, e lasciarsi, apertamente. giudicare. Sapere che i colleghi, apertamente, lo giudicheranno dovrebbe bastare a trattenerlo dallo scrivere sciocchezze.

Il decreto, però  – però? -, potrebbe anche limitarsi a fotografare i criteri di valutazione più in uso, come il “prestigio” dell’editore per le monografie umanistiche o il fattore d’impatto per gli articoli scientifici, mettendo fuori gioco il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto. In questo caso,  il potere oligopolistico degli editori scientifici si consoliderebbe, ricevendo una consacrazione governativa con un pizzico di conflitto d’interessi.

C’è da preoccuparsi? Evidentemente sì. Ma perché chi non si è preoccupato finora dovrebbe cominciare a preoccuparsi adesso?

Sono stata in Sardegna, per partecipare alle due conferenze di inaugurazione degli archivi aperti delle università di Sassari e di Cagliari, UnissResearch e Unica@Research.

Gli archivi aperti sono dei server fatti apposta per mettere a disposizione del pubblico gli articoli e i libri scritti dai ricercatori che lavorano nei due atenei.  Sono stati realizzati in ottemperanza alla dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura di ricerca, firmata a suo tempo dai rettori delle due università sarde.

La decisione di mettere in atto la dichiarazione è stata presa a maggio. A novembre gli archivi erano già pronti per essere presentati, grazie alla cooperazione dei due atenei e al sostegno della regione Sardegna.

Cooperare nella ricerca e nella sua  disseminazione fa sì che  ciascuno tragga vantaggio dal lavoro dell’altro, senza  doversi reinventare continuamente la ruota.  Qui, infatti, non si tratta di farsi concorrenza  per ingrassare il mio portafoglio a scapito del tuo.  Si tratta di acquisire dei risultati, che sono scientifici solo se valgono tanto per me quanto per te, se il lavoro che ho fatto per me serve anche a te. I sardi, che l’hanno capito, sono riusciti a realizzare in pochi mesi degli archivi elettronici che altri atenei hanno costruito in anni.

Il testo della mia conferenza è già online in uno dei due archivi, a questo indirizzo. A voce, ho aggiunto che la pubblicazione ad accesso aperto renderebbe possibile avere, almeno nel campo della ricerca, un Obama italiano.

Nelle biografie ufficiali, si racconta che Obama è stato il primo presidente nero della “Harvard Law Review”, ma ci si dimentica di ricordare che la rivista in questione è fatta da giovani che in Italia sarebbero chiamati laureandi e dottorandi.  Se si  smettesse di credere che il prestigio dell’editore identifica il valore della ricerca, per costruire una rivista scientifica basterebbe un gruppo di giovani studiosi con un server Linux, o anche, più semplicemente, un blog su WordPress. E questo contribuirebbe a rompere il vincolo baronale, che oggi condanna lo studioso giovane a dipendere dal suo professore di riferimento, suo unico contatto con l’editore da cui dipende la sua carriera.

In questo strano momento storico italiano, ho detto questo in una conferenza all’università, e sono stata pure applaudita.

Sono andata al funerale di mio padre.

Mio padre – io sono, a quanto pare, un caso ormai raro di mobilità sociale verso l’alto – è stato per molto tempo capo-tecnico della sede Enel in una cittadina della provincia veneta. Al suo funerale – anche se ormai era in pensione da molti anni – c’erano molti colleghi di lavoro e alcuni utenti. E ne parlavano bene, con  sincerità.

Quando muore un ricercatore universitario, i colleghi gli dedicano poche, affrettate parole, sottolineandone la grande umanità. Quando muore un professore ordinario, se ne parla un po’ di più. Non se ne menziona l’umanità – a quanto pare, i professori l’hanno già trascesa – ma, per definizione, l’eccellenza scientifica. Non ho invece idea di quel che si dica quando muore un professore associato. Immagino – non so se  al mio funerale avrò la presenza di spirito per verificarlo – che sia celebrato, un po’ di più del ricercatore e assai meno dell’ordinario, come semi-umano e semi-eccellente. Ma su tutti questi elogi aleggia qualcosa di non detto, che però in cuor suo pensa ciascuno.

Sugli esseri umani ordinari grava il memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris. I professori ordinari invece  – a meno che il governo non tagli il turnover – non ridiventano polvere. Ridiventano budget. Il budget, nell’organico, serve per bandire nuovi concorsi. A che cosa dunque potranno mai pensare i colleghi, al funerale di un professore? A una cosa, una cosa soltanto: come impadronirsi del suo budget per far bandire il sospirato concorso per il fedele Oreste Interno. Per questo, i colleghi non potranno mai essere grati per la sua vita  più di quanto lo sono per la sua morte. Per questo, mentre si può  sinceramente stimare chi ci fa avere la luce elettrica, nessuna vera stima si riserva a chi si dedica ai lumi della ragione.

Che brutto mestiere ho scelto.

Se a  Pompeo Matroneo venisse in mente di recensire Prisco Architrave facendo commenti men che elogiativi – scrivendo, per esempio, che Prisco non è del tutto convincente quando suggerisce che vi sia una forte correlazione fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima – che ne direbbero Cariatide, Pluteo, Capitello, Solipsista, Interno e tutti gli altri colleghi?

Chi si aspettasse che, su tanta questione filosofico-botanica, chi appartiene a una comunità scientifica senta il bisogno di prendere posizione, per Prisco o per Pompeo, rimarrebbe amaramente deluso. Anche se Pompeo avesse osservato la massima continenza formale, la materia del contendere verrebbe trattata come del tutto secondaria: tutti parlerebbero solo del fatto che Matroneo ha  “attaccato” Architrave.  E se  Matroneo avesse voluto rafforzare la sua tesi citando un saggio di Agamennone Interno che nega la possibilità di connettere l’immortalità dell’anima agli asparagi,  lo stesso Interno si affretterebbe a intervenire a favore di Architrave – se, beninteso, questi si trovasse in una posizione gerarchicamente superiore a quella di Pompeo.

Così funziona una oligarchia, quando la sua occupazione del potere si è ormai interamente separata da ciò che in origine giustificava la sua preminenza. La discussione libera, che non sarebbe pericolosa per una comunità di ricerca reale, diventa distruttiva per una comunità di ricerca nominale – proprio come la libertà di espressione, che è il sale di una democrazia reale, è invece pericolosissima in una democrazia nominale.

Varrebbe la pena interrogarsi sui meccanismi che hanno trasformato la repubblica della scienza in una oligarchia insensata. Ma ciò non avverrà: solo Pompeo Matroneo pagherà per il suo ardire, come se del nesso metafisico-botanico fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima non interessasse né ai metafisici, né ai botanici.

Ricorda qualcosa? E’ successo, pochi giorni fa, che a qualcuno sia venuto in mente di raccontare su una pubblica piazza, raccogliendo voci di pubblico dominio, che una certa ministra sia diventata tale non per il suo merito, ma in  virtù di certi suoi ministeri, o che una certa legge, ancorché il presidente della repubblica si appresti a firmarla, non sia del tutto costituzionale. Di che cosa hanno parlato tutti? Del fatto che la certa ministra e il presidente della repubblica sono stati “insultati”, mentre la bizzarra politicizzazione di certi servizi non propriamente ministeriali o l’eventuale reiterato sfregio alla costituzione sono stati  accuratamente taciuti.

Le oligarchie grandi, a quanto pare, funzionano esattamente come le oligarchie piccole,  Si deplora, anche qui, che Aristofane, nel silenzio di Pericle, parli di politica in modo volgare. Ma nessuno si  chiede come mai, in questa città, Pericle se ne stia così zitto da non esserci proprio.

Qualche tempo fa, mentre spiegavo a lezione questo testo di Kant, una studentessa mi sorprese con una domanda.

Per Kant la repubblica – un modo di governare basato sulla rappresentanza e sulla divisione dei poteri - è il miglior antidoto alla guerra. La scelta bellica è facile se è compiuta da un despota, dotato di un esercito professionale, che non ne subirà le conseguenze; è meno probabile se a deliberarla sono i cittadini, che la patiranno sulla loro pelle. Ma non c’è contraddizione fra questa tesi e il requisito, repubblicano, della rappresentanza? Un parlamento che vota a favore di un impegno bellico – eventualmente contro l’opinione pubblica – manda pur sempre in guerra qualcun altro, senza soffrire assolutamente nulla. Certo, quel parlamento potrà essere punito alle elezioni successive, ma anche questo è aleatorio, specialmente se la guerra – occultata in pacchetti di proposte allettanti – è combattuta da soldati non più di leva.

Questa – come dicono i professori quando non sanno che cosa rispondere – era davvero un’ottima domanda. Soprattutto perché non potevo cavarmela eliminando la rappresentanza dalla repubblica di Kant, per trasformarla in democrazia diretta.

Per Kant, se il potere è direttamente in mano alla massa, la sua volontà maggioritaria, credendosi contraddittoriamente identica alla volontà di tutti, sarà fatalmente una volontà dispotica, che si abbatterà sulle minoranze senza rispettare né le forme, né i limiti del diritto. Questo dominio informe si darà difficilmente dei limiti legali, proprio perché il potere della massa si identifica col potere di tutti: è più facile che a porsi il problema della legittimazione del proprio potere sia un monarca, perché è da solo contro tutti, piuttosto che una maggioranza democratica.

Così, se accettiamo la rappresentanza per timore del populismo, ci esponiamo al rischio di essere rappresentati da delegati che si occupano esclusivamente dei loro interessi; se abbracciamo la democrazia diretta per timore dell’oligarchia, ci esponiamo al rischio di venir assoggettati da maggioranze tiranniche. Chi conosce la nostra storia recente sa che queste opzioni non sono ipotesi di scuola.

Dai testi di Kant è però possibile ricavare una risposta, per esempio partendo da qui. In una repubblica i rappresentanti possono essere tenuti sotto controllo se c’è la libertà dell’uso pubblico della ragione. Non si tratta di un privilegio per pochi, da qualche pulpito ecclesiastico, accademico e televisivo: è la libertà di informare ed essere informati, di discutere ed essere discussi. C’è una controprova storica recente, questa, che mostra come la pressione dell’opinione pubblica possa indurre a por fine a una guerra deliberata dai rappresentanti sulla pelle dei rappresentati, quando è effettiva questa libertà.

Quando un regime merita il nome di repubblica? Quando lo si scrive in una costituzione? Quando si va a votare ogni tanto? Se bastasse questo, la repubblica sarebbe solo uno rituale per farci credere che quanto decidono altri, per i loro interessi, lo decidiamo in realtà noi per i nostri. C’è molto di più: non si può avere repubblica – politica o scientifica che sia – senza la libertà della conoscenza. Sembra una banalità. Ma è una banalità talmente banale che, in questo momento, sento il bisogno di dirla.

Chi avesse seguito le elezioni politiche su questo exit poll in tempo reale, a cui partecipavano gli iscritti al forum di Politicaonline, si sarebbe fatto delle illusioni. Il suo risultato non rispecchia affatto quello della consultazione nazionale. I frequentatori di Politicaonline sono per lo più giovani, appassionati di politica, con un certo grado di istruzione. E, soprattutto, hanno accesso alla rete e hanno imparato ad informarsi da sé. Ma sono, in questo paese, una minoranza.

Di chi è la colpa? Anche nostra, di noi accademici minimi, medi e massimi.

Più di due secoli fa, in un saggio molto citato ma poco letto, Immanuel Kant scriveva che la libertà dell’uso pubblico della ragione è il mezzo più efficace per indurre ciascuno a pensare da sé. Per uso pubblico della ragione Kant intendeva “l’uso che uno ne fa, in quanto studioso, davanti all’intero pubblico dei lettori“. L’uso, cioè, che noi addirittura dovremmo compiere per professione e non – come altri – per diletto.

Nessuno di noi mette teoricamente in discussione queste belle parole. Ma buona parte di noi nasconde i suoi testi in volumi protetti da copyright e spesso nemmeno distribuiti o in riviste proprietarie. E quando si parla loro della pubblicazione ad accesso aperto, si viene educatamente ignorati. Così, nel paese dei monopoli televisivi illegali e delle concentrazioni editoriali, non esiste una opinione pubblica maggiorenne e capace di pensare da sé, perché molti, per pigrizia o per viltà, non fanno affatto un uso pubblico della ragione. A noi, in fondo, va bene così.

In cambio del silenzio otteniamo una piccolissima mancia: il privilegio di cooptarci nella nostra miserabile casta senza che il pubblico ci controlli. Anche altre corporazioni, altre oligarchie, ottengono simili mance, in cambio della loro acquiescenza. E’ così comodo avere a che fare con una opinione pubblica minorenne!

Kant, quando scriveva il suo saggio, aveva di fronte a sé il rischiaramento tedesco e Federico il Grande. Noi abbiamo – e avremo – di fronte altro. E, decisamente, ce lo meritiamo.

Come racconta questo articolo del fisico Pietro Greco, che ho scoperto grazie a una rivista fai-da-te, la scienza moderna nasce con un gesto comunicativo rivoluzionario: nel 1610 Galileo Galilei pubblica il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana, spostando così il foro competente della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.

Dopo Galileo Galilei sono successe molte cose. L’Italia si attarda tuttora sul modello ottocentesco della comunità accademica autoreferenziale e oligarchica, di cui mi diverto a raccontare qui, anche perché negli anni ‘60 del secolo scorso ha scelto – unica fra i paesi industriali – la via dello sviluppo senza ricerca. Gli Stati Uniti d’America – seguendo i consigli di Vannevar Bush – e gli altri paesi sviluppati imboccarono invece la strada del finanziamento pubblico alla ricerca scientifica.

Il risultato – dice Pietro Greco – è che oggi la ricerca scientifica si trova in una fase post-accademica, sempre più intrecciata con la società: le sue scelte dipendono sempre più dalla politica e dall’economia, ora virtuosamente ora perversamente. E, soprattutto, il modo in cui viene – o non viene – comunicato e condiviso il sapere è diventato cruciale.

Di più: se la ricerca scientifica è una scelta strategica, e se i destini della ricerca sono decisi in sede politica e economica, la comunicazione – e la selezione – del sapere diventano esse stesse una questione politica.

Una questione che può essere decisa soltanto in due modi: oligarchico o democratico. La ricerca non può essere ridotta alle leggi che ha già consolidato, perché deve scoprire cose nuove o, meglio, ricombinare in modo nuovo cose vecchie. Allora, chi deve prendere le decisioni?

Platone, che se lo chiedeva per la sua città, è stato accusato di essersi fatto la domanda sbagliata: non importa chi decide, bensì come si decide. Platone, per la politica, proponeva una soluzione aristocratica. Ma la sua regolazione della scienza era molto diversa: anche se c’è chi capisce di più e chi di meno, decidono tutti. Una soluzione oligarchica, che limitasse la discussione e la circolazione dell’informazione, metterebbe semplicemente i pregiudizi dei pochi al posto dei pregiudizi dei molti.

Pietro Greco teorizza due modelli di diffusione del sapere: quello del Rio delle Amazzoni e quello di Venezia. Nell’uno l’acqua del sapere scende dall’alto verso il basso, nell’altro, similmente a quanto teorizzato da Kant nel suo scritto sull’Illuminismo, circola allo stesso livello per una miriade di canali e canaletti, di isole e isolette, di ponti e ponticelli.

Il sistema della pubblicazione ad accesso aperto, facendo a meno delle barriere e delle mediazioni, è dunque molto veneziano. Potremmo approfittarne per diventare post-accademici perfino noi.

Molti ricordano l’illuminista tedesco Gotthold Efraim Lessing per la favola dei tre anelli. Il testo che ho qui tradotto – Leben und leben lassen – è invece assai meno noto: lo conoscono, tutt’al più gli storici del diritto d’autore. Questi lo considerano, solitamente, come uno dei tanti gradini che conducono alla – scontata, inevitabile – affermazione della proprietà intellettuale.

Lessing, in realtà, non scriveva cose scontate – soprattutto perché, nella sua epoca, la proprietà intellettuale non era affatto scontata.

Nella Germania del ‘700 non esisteva il copyright e perdurava il regime del privilegio, cioè di un monopolio sulla stampa di testi ottenuto grazie a una concessione del potere politico. Il privilegio, per quanto di solito illimitato nel tempo, era assai limitato nello spazio: essendo frutto di una concessione politica, valeva solo nel territorio dello stato che lo aveva dato. Poiché gli stati tedeschi erano una miriade, per ristampare un testo senza l’autorizzazione del primo detentore del suo privilegio, ma legalmente, bastava valicare un confine.

In questo gioco, gli autori avevano la parte peggiore: dato che il privilegio veniva concesso all’editore sulla stampa e non allo scrittore sull’opera, l’autore doveva rassegnarsi a vendere per un boccon di pare il suo manoscritto a un libraio-stampatore, e a cercarsi qualche altro introito, in una umiliante dipendenza dal mecenatismo dei potenti e da attività collaterali.

Lessing voleva che lo scrittore diventasse economicamente autonomo.

In questo compito, il primo passo da compiere era quello di attribuire all’opera dell’autore un senso economico. Lessing lo fece applicando alle opere dell’ingegno la teoria lockeana della proprietà: può dirsi legittimamente mio tutto quello che è venuto ad essere in virtù del mio lavoro.

Questa idea era già stata usata da altri. Lessing, però, si rende conto che questa posizione ha due limiti. In primo luogo, come facciamo a invocare la nostra proprietà intellettuale su oggetti che è impossibile recintare? Per quanto un autore possa lamentarsi, una volta che il suo testo è stato reso pubblico, esso può essere riprodotto. Non esiste un modo semplice per impedirlo.

In secondo luogo, è davvero utile per gli autori trattare le loro opere come una proprietà, trasferibile all’editore con una mera compravendita? Una volta che lo scrittore ha ceduto all’editore il suo testo, al modo in cui viene ceduto un oggetto materiale, chi è che trae profitto dalla sua vendita? La risposta è ovvia: esclusivamente l’editore. Perché, dunque, offrirgli l’arma di una proprietà intellettuale che, pur essendo fondata sulla creatività dell’autore, finisce per difendere esclusivamente i suoi interessi? I diritti d’autore, tanto cari agli editori una volta che li abbiamo acquisiti, non sono affatto identici ai diritti dell’autore come lavoratore.

La questione va dunque riformulata: come garantire all’autore una remunerazione, in un mondo in cui copiare è facile, e nel quale i mediatori di mercato tendono a fare esclusivamente i loro interessi?

Questa è una domanda settecentesca, ma tuttora molto attuale, perché oggi, per diverse ragioni, siamo tornati a una situazione parzialmente simile a quella della Germania del XVIII secolo.

Lessing propone una forma di stampa su prenotazione, i cui proventi devono essere divisi equamente fra tipografo, autore ed editore, e che deve essere basato su una preliminare circolazione libera e a basso costo del meglio di quanto lo scrittore ha intenzione di comporre, se ci sarà richiesta sufficiente. Questo comporta che, per quanto le opere possano poi venir ristampate senza autorizzazione, la loro prima edizione avvenga sempre solo se è tale da garantire un ragionevole profitto.

E ha un altro vantaggio: in un sistema in cui prima si stampa e poi si offre alla vendita – nota Lessing – le recensioni dei libri, pur essendo un momento essenziale di valutazione, sono esposte, per motivi commerciali, alle pratiche poco trasparenti che anche noi ben conosciamo. Nel progetto di Lessing, di contro, sarebbe l’interesse dei lettori sottoscrittori a rendere un testo meritevole di stampa, e dunque commerciale. Non viceversa. E dopo la prima edizione, ci si potrebbe addirittura permettere di lasciare che le opere circolino liberamente.

Il progetto di Lessing è interessante anche per noi. I diritti dell’autore non si potrebbero difendere in modo più intelligente se rinunciassimo alla retorica della proprietà intellettuale e al suo tintinnio di manette?

La valutazione retroattiva della ricerca – sul modello del tribunale di Atene – non è un’invenzione di accademici minimi, o anche medio-massimi, insoddisfatti del peer review tradizionale. C’è una istituzione letteraria dell’età della stampa – la recensione – nata proprio per assolvere a questo scopo, perfino in epoche in cui i costi delle pubblicazioni erano talmente alti da rendere inevitabile la selezione editoriale.

Prima si pubblica e poi si valuta. Non viceversa. Perché due giudici frettolosi, nel segreto della loro camera di consiglio, non sono in grado di giudicare meglio di una moltitudine che ha tutto il tempo del mondo.

Le recensioni, dunque, sono una forma di valutazione retroattiva. Sarebbero anzi la valutazione più seria, perché per farle è indispensabile leggere ciò di cui si vuol parlare, anziché affidarsi a elementi spuri connessi alla sede di pubblicazione, come il fattore d’impatto o la fama dell’editore. E perché la recensione è una valutazione pubblica, fatta da uno studioso non anonimo e sottoposta alla pubblica discussione – cioè a una vera revisione da parte dei pari.

Però nell’ambiente del dialogo impossibile, le recensioni si scrivono per favorire gli amici. Ogni altro uso viene considerato ostilmente. In questo ambiente, dunque, le recensioni saranno inevitabilmente insincere, scritte in fretta e male da giovani che sembrano vecchi e che, anche quando usano la rete, non sanno andare oltre Microsoft Word. Né sorprende che la valutazione della ricerca – quella che dovremmo compiere noi, quando facciamo ricerca – venga affidata a calcoli quantitativi o comitati speciali.

Quando una oligarchia delibera nel buio dei corridoi, al di là delle regole e degli scopi che dovrebbero giustificare il suo potere, il confronto non può avvenire alla luce del sole. La politica accademica, in fondo, è solo un caso particolare, microcosmico, della politica italiana. Per questo da noi la scelta del professor Prodi sembra coraggiosa e degna d’ammirazione, anche se altrove sarebbe apparsa normale.

Il cosiddetto Web 2.0 ci offrirebbe gli strumenti per riportare la discussione alla luce del sole. Ma, in questo momento, quale autorità accademica potrebbe accettare che un articolo interattivo in un blog di ricerca “valga come pubblicazione“?

Che fare? Noi, che siamo accademici minimi, abbiamo preso una rivista accademica seria, che fa il peer review in doppio cieco, come “Studi cartacei” non riuscirebbe mai, e ci abbiamo aggiunto una interfaccia blog, che permette agli utenti registrati di commentare e valutare quello che pubblichiamo sulla rivista. Il lettore può scegliere quale interfaccia guardare.

E ora staremo a vedere che succede.

… si potrebbe dire che i blog, i commenti, le annotazioni, le discussioni, le valutazioni e così via sono indice di pregiudizi e dunque non hanno nessun ruolo nel discorso accademico. Ma questa convinzione si sta rovesciando, in quanto gli studiosi fanno uso di strumenti sociali di rete per espandere le loro ricerche. Questa espansione rende la ricerca più aperta, partecipativa, dialogica e democratica.

Laura Cohen, che scrive queste cose nel suo blog, è bibliotecaria di mestiere. E, come tale, invece di teorizzare ciò che non fa o fare ciò che non teorizza, dà, a proposito di che cosa si dovrebbe insegnare agli studenti, alcuni consigli pragmaticamente utili, meritevoli di essere tradotti:

  • Rendere gli studenti consapevoli dell’emergere della social scholarship

  • Renderli coscienti del fatto che l’”autorevolezza” di una fonte può essere stabilita con metriche ulteriori rispetto a quelle tradizionali (Authority 3.0)

  • Abbandonare, coerentemente, l’idea che esista un distinzione netta fra l’autorevolezza derivante dal peer review e quella derivante dalla social scholarship.

  • Usare, nei corsi, strumenti di software sociale (wiki, blog e così via) come parte del processo di ricerca

  • Assegnare letture da blog autorevoli entro l’area di ricerca che gli studenti devono esplorare

  • Praticare la social scholarship e mostrare queste attività come esempio di ciò che si affaccia all’orizzonte

I pregiudizi si conservano intatti quando una comunità scientifica non è capace di discutere in modo sereno, o per la sua struttura oligarchica, o perché, semplicemente, non è in grado di usare con consapevolezza gli strumenti di comunicazione di cui disporrebbe. In un sistema fondato sul peer review segreto e sulla pubblicazione ad accesso chiuso, una vicenda come quella di Pompeo Matroneo e Battista Solipsista è destinata a rimanere un pettegolezzo letterario, perché, in questo sistema, non sono previsti degli autentici spazi pubblici di discussione.

Se invece l’articolo di Pompeo Matroneo fosse stato depositato in un archivio ad accesso aperto e fosse stato offerto alla valutazione pubblica, non solo l’autore avrebbe avuto la possibilità di difendersi da un giudizio che suona tanto affrettato quanto contraddittorio, ma, soprattutto, sarebbe possibile affrontare apertamente la questione più importante: quella della qualità dei controlli della repubblica della scienza.

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