You are currently browsing the category archive for the 'umanisti' category.

C’è molto di cui avrei voluto scrivere e non ho scritto, in questo periodo di assenza forzata dalla rete. Fra le cose che mi sono rimaste nella tastiera, ne voglio però liberare almeno una - una citazione quasi kantiana di un non-umanista che mi mancherà, Mario Rigoni Stern:

Da che parte è l’Italia, sergentmagiú? – Laggiú, vedi? Laggiú laggiú laggiú. La terra è rotonda, Marangoni, e noi siamo fra le stelle. Tutti.

Molti di noi vivono oramai come gli accademici di cui qui mi diverto a narrare, in rarefatte comunità   che dicono tutto tranne quello che si deve dire.  Ma Rigoni - che scriveva solo di quel che sapeva - era uno che con due parole sapeva trovare la giusta proporzione.

Mario Rigoni Stern è  con noi, tra le stelle.

Chi l’ha detto? Non l’ho detto io: l’ha dichiarato Gianni Vattimo, in difesa del collega Umberto Galimberti accusato di plagio. La copiatura, nelle cosiddette scienze umane, sarebbe normale e neppure tanto grave, a voler credere al virgolettato del Corriere della Sera:

Capisco se fossimo scienziati in corsa per il Nobel e ci rubassimo i brevetti per curare il cancro ma i nostri sono solo pensieri.

E ancora:

Il sapere umanistico è retorico. Non dico che sia aria fritta, ma è tutto argomentativo. Noi si lavora su altri testi, si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nei saperi umanistici, dal diritto e alla teologia, è tutto un glossare. C’ è chi copia dagli altri e chi da se stesso.

Per Vattimo, in altre parole, sembra scontato che la ricerca scientifica seria sia protetta da una robusta proprietà intellettuale, perfino nel campo dei farmaci salvavita - con la conseguenza che, nei paesi privi di un sistema sanitario nazionale, ci sarà qualcuno che dovrà morire perché non può permettersi la cura. In ambito umanistico, di contro, il problema della proprietà intellettuale non si pone, perché esso consiste in una stratificazione di citazioni, commenti, glosse, compendi e anche franchissime copiature.

L’idea che la ricerca scientifica “dura” sia per sua natura originale e “dunque” soggetta a monopoli, mentre gli studi umanistici - tendenzialmente retorici - non lo siano è piuttosto discutibile. In generale, una tesi è scientifica quando è in grado di trasformarsi in un discorso comune: quando viene offerta alla pubblica discussione, viene verificata in esperimenti ripetibili e riesce ad essere parte di argomentazioni altrui, dimostrando di non essere soltanto originalissima aria fritta.

Ma quale dovrebbe essere il regime di testi che si intendono come copiature - o addirittura plagi - sedimentate nei millenni? Esiodo, che non si rappresentava come autore ma come esecutore non originale, non limitava la libertà di riprodurre la sua opera: se i poeti antichi si facevano pagare, si facevano pagare solo per lo spettacolo del loro canto. Similmente ci aspetteremmo che i libri dei filosofi-copisti non fossero in regime di copyright: non si remunera un retore per la novità del suo pensiero - ha copiato tutto - ma solo per la finezza del suo dire, se viene a dar spettacolo da noi. Qual è il regime delle opere di Vattimo?

Per rispondere a questa domanda, è sufficiente guardare il suo sito personale, senza fare altre ricerche. Non è importante, in questo caso, sapere quanti lavori di Vattimo si possono effettivamente trovare in rete, ma solo quale politica di distribuzione egli ha scelto di adottare. Sul sito troviamo un link Pubblicazioni dal quale si accede - liberamente - a un gran numero di recensioni e articoli di politica, di attualità e di varia umanità. Se non ci si fa distrarre dalla piccolissima rivendicazione di copyright del frame in basso, il Vattimo pubblicista è una persona abbastanza coerente. Lo è anche il Vattimo professore? Se si fa una ricerca nella sua sezione Bibliografia impostando il massimo intervallo temporale possibile (1961-2007), si scopre che neppure una delle sue opere accademiche è ad accesso aperto. E se per curiosità si guarda la home page di Galimberti, illustrata da una fotografia in bianco e nero che lo ritrae in una espressione intensamente pensosa, si rimane altrettanto delusi: niente di suo è stato reso disponibile.

Qui c’è qualcuno che tiene i piedi su due staffe.

Continua da: Over the rainbow

Il sistema accademico italiano, come ho già scritto altrove, è oligarchico. Si tratta di una oligarchia invero bizzarra, composta com’è di intellettuali per lo più di sinistra, che, salvo eccezioni, non si curano affatto di condividere le loro idee al di là dei vecchi mezzi di comunicazione di massa, anch’essi, strutturalmente, oligarchici. Ma perché mai questa cultura non si vuole - non si sa - comunicare, condannandosi a storiche, meritatissime sconfitte?

In un tempo lontano ma storicamente vicino, perché in esso affondano le radici dell’oggi, il partito egemone di questa cultura decise di venire a patti sulla questione della comunicazione televisiva, in cambio di una mancia insignificante. In luogo di combattere per la parità nella comunicazione pubblica, si scelse di vendersi per un piattino sul tavolo della comunicazione oligarchica: un piccolo canale della televisione di stato. Come fu possibile compiere una sottovalutazione così grave?

In un tempo lontano ma storiograficamente vicino, gli intellettuali di sinistra sognavano sogni rivoluzionari dormendo tranquilli tra le coltri della storia. Se, infatti, abbiamo la certezza che la struttura del mondo ci accompagnerà felicemente da sé verso il comunismo, quello che facciamo noi conta ben poco. Possiamo dunque scrivere testi allegramente incomprensibili che i soliti quattro gatti faranno finta di capire e occuparci serenamente dei nostri amati concorsi, mentre ai piani alti si negoziano princípi in cambio di reti televisive. Sarò la storia a sanare le nostre incoerenze.

La storia, in effetti, l’ha fatto, ma in un modo capriccioso e irridente, indicando che sarebbe stato meglio schiacciare altrove i nostri pisolini dogmatici.

Così, gli intellettuali di sinistra sono rimasti con tanta voglia di occuparsi dell’attualità e di denunciare le ingiustizie del mondo - hanno infatti il terrore di essere “accademici” - senza più una storia in cui credere, e, soprattutto, senza aver chiaro il senso del proprio lavoro. Se si continua a pensare - non diversamente dai disprezzati neoliberali - che il mondo cammina sulle gambe dell’economia, a che cosa servono tutte le nostre teste?

Alcuni, per darsi un tono, hanno continuato a fare da cronisti dell’attualità con le sue parole alla moda - postfordismo, globalizzazione, cognitariato, post-secolarismo - mentre altri, o gli stessi, hanno scoperto in America le filosofie di corporazione.

Per produrre una buona filosofia di corporazione bisogna in primo luogo disporre - come succedaneo del proletariato - di una classe oppressa: le donne, per esempio, che sono sessualmente differenti, oppure gli omosessuali, oppure gli stranieri, o, per i più raffinati, il cognitariato. Bisogna quindi affermare che detta minoranza, se teoreticamente agitata, secerne una sua filosofia, del tutto aliena rispetto al discorso dominante, e produrre, infine, rivendicazioni ad hoc.

Questa ricetta culturale, se convertita in politica, è ottima per perdere alle elezioni, per almeno due motivi.

In primo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente minoritarie, perché non sono in grado di produrre discorsi comuni a tutti. Se la nostra classe oppressa preferita viene raccontata come essenzialmente diversa, i suoi problemi rimarranno soltanto i problemi suoi e difficilmente verranno intesi come problemi di tutti. Perché mai - per esempio - agli uomini dovrebbe importare che le donne raggiungano una effettiva parità , se le donne sono così diverse?

In secondo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente di destra. Sono di destra non solo antropologicamente, ma teoreticamente. Se incominciamo a dire che il discorso delle donne, degli omosessuali, degli stranieri e via categorizzando è intrinsecamente diverso, non importa quanto questa diversità ci piaccia: noi stiamo producendo, avrebbe detto il vecchio Marx, una zoologia dell’umanità. La destra del secolo scorso usava parole grevi, come sangue, razza e suolo. Ora si usano parole più sfumate come identità, differenza e cultura. Ma, operativamente, la sostanza è sempre la stessa: ci sono categorie umane che sono determinate indipendentemente dalle loro scelte, ci sono scelte che non possono essere ridotte a discorso, Noi siamo noi e loro sono loro. L’egoismo corporativo che viene rinfacciato alla destra, il suo sostanziale razzismo è presente anche qui. Una sinistra che ragiona così - una sinistra che rinuncia a comunicare, perché non sa più parlare a tutti - è una sinistra che ha già perso.

[continua]

Ho già parlato della lista ERIH - un catalogo di riviste d’eccellenza che dovrebbe servire, a regime, a valutare l’attività scientifica degli umanisti.

Come si fa a capire se un umanista è bravo oppure no? Innanzitutto - recita una risposta tanto arcaica quanto ingenua - bisogna provare a leggere quello che scrive. Gli umanisti, però, hanno il vizio di disseminare le loro composizioni un po’ dovunque, ma preferibilmente in luoghi accessibili con difficoltà. E come può un valutatore, da solo o in piccolissima compagnia, leggere quello che sono in tanti a scrivere, con tutto quello che avrebbe da fare?

ERIH ambisce a fornire una soluzione alternativa, producendo una lista di riviste, sul modello di quella dell’ISI, che permetta anche a noi di valutare la nostre ricerche senza perdere tempo a leggerle. Nell’ambito delle scienze “dure” l’esperienza delle riviste ISI ha portato a fenomeni di oligopolio e all’aumento spropositato dei prezzi dei periodici - fenomeni contro i quali gli scienziati stanno reagendo. E qualche umanista si sta anche interrogando di fronte al progetto ERIH, che sembra venire incontro a chi vorrebbe valutare la nostra ricerca sulla base di qualcosa di più quantitativo e di meno vago della reputazione fra i pari.

E’ antropologicamente interessante che l’archeologo autore di questo post si sia intanto adoperato a far includere la sua rivista nella lista ERIH - per quanto senza perdere il suo senso critico:

  • le riviste sono raggruppate entro rigide categorie disciplinari, mentre buona parte delle scienze umane è variamente interdisciplinare;
  • i criteri di inclusione, qualitativi e quantitativi a un tempo, sono oscuri: per esempio, per essere posti in lista, viene valutata la “qualità” del comitato scientifico - e quindi avranno un ruolo, inevitabilmente, i gusti e le amicizie dei selettori
  • le liste sono incomplete
  • per quanto le liste si dicano sperimentali, questo esperimento è stato compiuto non con una pubblica discussione, ma con un catalogo compilato nel chiuso di un comitato ristretto
  • le amministrazioni, così affamate di dati più quantitativi, tenderanno a usare la lista sperimentale per la valutazione e il finanziamento della ricerca, rendendo possibile un nuovo effetto oligopolistico.

Infatti se una lista di riviste creata ad arbitrio riesce a imporsi come lista dell’eccellenza, tutte le altre - specialmente quelle innovative, interdisciplinari, ad accesso aperto - verranno soffocate nella culla. Se una lista siffatta fosse esistita in passato, molte delle testate attualmente prestigiose non sarebbero neppure nate. Non è solo una questione di prezzo: un elenco chiuso di eccellenze è, inevitabilmente. un fattore di isterilimento accademico e culturale.

La reputazione fra i pari, che dipende dalla discussione in atto entro una comunità scientifica che funziona, sarebbe un criterio di valutazione molto più vitale. Certo, sarebbe vago e poco quantitativo se la stima si dovesse fare raccogliendo le chiacchiere dei colleghi al bar. Ma questo criterio potrebbe diventare quantitativo - avendo a disposizione statistiche di download, ranking sui motori di ricerca specializzati e simili - in un ambiente di pubblicazione ad accesso aperto. Col vantaggio che questo tipo di valutazione sarebbe creata in pubblico da persone che leggono effettivamente le nostre opere. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Sisifo, condannato a un castigo infernale che lo obbliga in eterno a trascinare e ritrascinare lo stesso masso per la stessa china, raffigura miticamente la condizione dell’umanità, se pensata come incapace di progredire. Ma potrebbe anche essere usata come metafora della condizione degli umanisti.

C’è un bellissimo libro di Gabriele Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, uscito postumo, il cui pdf è stato meritoriamente messo on-line e reso accessibile a chiunque. E’ il testamento spirituale di uno studioso insigne. Ma, leggendolo, non si può fare a meno di provare un senso di frustrazione.

Il libro ha delle lunghissime parti espositive, nel quale si riferiscono - certo con grande intelligenza - i dialoghi di Platone. Ha un ricchissimo apparato bibliografico nel quale l’autore riporta- certo con grande erudizione - le opinioni degli infiniti filologi che hanno affrontato le stesse questioni, prima di lui. In una monografia si deve fare così.

Nelle 512 pagine del testo di Giannantoni ci sono, certo, tante cose intelligenti. Ma per scovarle si devono leggere, appunto, 512 pagine, molte delle quali ripetono quello che già si sa, oppure rimandano a opere con le quali confrontarsi è difficile, perché ad accesso chiuso, oppure sepolte in qualche biblioteca cartacea. Il risultato è che non solo l’autore deve fare il lavoro sisifeo di riportare, per lo più, pietre che già altri hanno rotolato, ma che la stessa fatica viene inflitta anche al lettore.

Il nostro lavoro potrebbe invece essere organizzato meglio a più strati, così:

  1. il testo di Platone
  2. il lavoro esegetico dei filologi, riconosciuto da motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo
  3. le teorie filosofiche costruite a partire da Platone o in dialogo con lui, sempre riconosciute con motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo.

Sarebbe bello, in altre parole, avere una specie di Technorati platonico. Certamente, ci sarà molto disaccordo su che cosa collocare nello strato 2 e nello strato 3, ma tutti gli interessati avranno finalmente la possibilità di votare per stabilire se questioni molto dibattute ma risolvibili definitivamente solo con una seduta spiritica o una macchina del tempo - come per esempio qual è esattissimamente l’ordine dei dialoghi o se essi siano o no al servizio di una ipotetica dottrina non scritta - siano il cuore degli studi platonici.

Nel libro di Giannantoni c’è una cosa interessante, meritevole di essere sviluppata. Nel Protagora, Socrate e il sofista stanno discutendo su come discutere, Il primo trova poco utili all’indagine i lunghi discorsi monologici - monografici, verrebbe voglia di dire - del secondo. Protagora, da studioso affermato e poco desideroso di mettersi in gioco, risponde che non si fa certo dettare il modo di disputare dall’interlocutore. Viene proposto di eleggere un arbitro o un presidente:

 

Socrate respinge questa idea con l’argomento che un personaggio del genere, non potendo essere certo inferiore ai contendenti (perché non sarebbe all’altezza del compito), né loro pari (perché sarebbe inutile), dovrebbe essere superiore: ma chi è più “sapiente” di Protagora o a lui superiore? In realtà un arbitro non ha senso in una libera e comune indagine. (p. 66. corsivo mio)

 

Ora, su che cosa si basa la nostra valutazione della ricerca? Su arbitri e su presidenti, spesso nominati o autonominati sulla base delle loro capacità organizzative e dei loro contatti con gli editori. Un arbitro ha certo senso in una partita di calcio: ma ha senso in una libera e comune indagine? Gabriele Giannantoni, con finezza, risponde di no. Non si tratta, infatti, di vedere, chi segna più goal sulla base di regole date, ma di inventare e di renderne comuni nuove regole e nuovi giochi.

Questo cercavano di fare Socrate e Platone. Nessuno dei due ha mai pensato di dirlo con una monografia.

La valutazione retroattiva della ricerca - sul modello del tribunale di Atene - non è un’invenzione di accademici minimi, o anche medio-massimi, insoddisfatti del peer review tradizionale. C’è una istituzione letteraria dell’età della stampa - la recensione - nata proprio per assolvere a questo scopo, perfino in epoche in cui i costi delle pubblicazioni erano talmente alti da rendere inevitabile la selezione editoriale.

Prima si pubblica e poi si valuta. Non viceversa. Perché due giudici frettolosi, nel segreto della loro camera di consiglio, non sono in grado di giudicare meglio di una moltitudine che ha tutto il tempo del mondo.

Le recensioni, dunque, sono una forma di valutazione retroattiva. Sarebbero anzi la valutazione più seria, perché per farle è indispensabile leggere ciò di cui si vuol parlare, anziché affidarsi a elementi spuri connessi alla sede di pubblicazione, come il fattore d’impatto o la fama dell’editore. E perché la recensione è una valutazione pubblica, fatta da uno studioso non anonimo e sottoposta alla pubblica discussione - cioè a una vera revisione da parte dei pari.

Però nell’ambiente del dialogo impossibile, le recensioni si scrivono per favorire gli amici. Ogni altro uso viene considerato ostilmente. In questo ambiente, dunque, le recensioni saranno inevitabilmente insincere, scritte in fretta e male da giovani che sembrano vecchi e che, anche quando usano la rete, non sanno andare oltre Microsoft Word. Né sorprende che la valutazione della ricerca - quella che dovremmo compiere noi, quando facciamo ricerca - venga affidata a calcoli quantitativi o comitati speciali.

Quando una oligarchia delibera nel buio dei corridoi, al di là delle regole e degli scopi che dovrebbero giustificare il suo potere, il confronto non può avvenire alla luce del sole. La politica accademica, in fondo, è solo un caso particolare, microcosmico, della politica italiana. Per questo da noi la scelta del professor Prodi sembra coraggiosa e degna d’ammirazione, anche se altrove sarebbe apparsa normale.

Il cosiddetto Web 2.0 ci offrirebbe gli strumenti per riportare la discussione alla luce del sole. Ma, in questo momento, quale autorità accademica potrebbe accettare che un articolo interattivo in un blog di ricerca “valga come pubblicazione“?

Che fare? Noi, che siamo accademici minimi, abbiamo preso una rivista accademica seria, che fa il peer review in doppio cieco, come “Studi cartacei” non riuscirebbe mai, e ci abbiamo aggiunto una interfaccia blog, che permette agli utenti registrati di commentare e valutare quello che pubblichiamo sulla rivista. Il lettore può scegliere quale interfaccia guardare.

E ora staremo a vedere che succede.

Studi cartacei” ha accettato un articolo di Pompeo Matroneo, accademico minimo, dopo averlo fatto passare al vaglio di due referee anonimi. Uno dei giudici oscuri ha però decretato che, sebbene meriti il privilegio di essere pubblicato in tanta rivista, per il lucro dell’editore e del suo sito ad accesso rigorosamente chiuso, il testo non è tuttavia originale, in quanto è una semplice ricostruzione storica, che è ben argomentato ma solo perché “è facile non contraddirsi non sostenendo alcuna tesi”, e che la sua bibliografia è indiscutibilmente ottima in quanto include - quasi fosse un titolo di demerito - perfino quello che è stato scritto sul web.

Il redattore di “Studi cartacei” ha spedito a Pompeo i due giudizi in formato .doc, accuratamente depurati di ogni nome allo scopo di mantenere il segreto del peer review. Inviare ad altri dei file in un formato proprietario è una maleducazione informatica irritante - ma Pompeo si guarda bene dal protestare.

Gli umanisti - anche quando professano il realismo politico e rinunciano a confrontarsi con Aristotele e Kant per discettare sulla globalizzazione e sul campionato di calcio - continuano a ignorare che i documenti Microsoft Word rivelano la storia delle loro revisioni a chiunque li apra con un semplice editore testuale.

Pompeo, quindi, può facilmente scoprire che il primo parere, quello ostile, è scritto in un documento creato da Battista Solipsista e modificato da tale “Ruba il software: costa troppo!” Il secondo parere, benevolo, è scritto in un documento creato un minuto dopo dal medesimo Battista Solipsista e modificato dal solito “Ruba il software: costa troppo!”.

A quanto pare, la rivista ad accesso chiuso “Studi cartacei” si vale con tutta probabilità di una copia pirata di Word. Qui qualcuno ha raggiungo un livello di coscienza superiore a quella degli umanisti normali, abituati a trasgredire allegramente leggi che non si curano di conoscere e non si sforzano di cambiare: ha infatti dato voce, sia pure in un luogo inappropriato, al suo disagio di fronte alla regolazione proprietaria del sapere,. Come fargli capire che non siamo sordi al suo grido di dolore? Forse dovremmo mettere nelle impostazioni generali del nostro programma di scrittura, in luogo del nome, un “Ma perché non ti scarichi OpenOffice che è gratis? Eh?”

Pompeo Matroneo si tranquillizza: il primo referee non è un suo nemico segreto, bensì il professor Battista Solipsista. Battista, come ognun sa, crede di essere l’unica mente pensante dell’universo noto. Egli deve, pertanto, disconoscere il pensiero di tutti gli altri. Come può, allora, prestare la sua opera per una rivista, che, per essere tale, deve pur pubblicare qualche articolo altrui? Quando si è l’unica mente pensante dell’universo conosciuto possiamo permetterci la contraddizione: nessuno se ne accorgerà, protetti come siamo dall’insipienza altrui e dal formidabile anonimato di Microsoft Word.

Chi è il secondo referee? Purtroppo il redattore della rivista ha fatto un copia-e-incolla sul file di Battista Solipsista e il suo nome è andato perduto. Pompeo Matroneo, sulla base di alcuni stilemi comuni, sospetta che si tratti dello stesso redattore che gli ha inviato i due file. Ma è compito, questo, da lasciare, giustappunto, ai filologi.

Forse, dietro i veli dell’elaborazione letteraria, una riflessione seria sulla qualità dei controlli della repubblica della scienza, a partire dal peer review, e sulla consapevolezza dei suoi cittadini non sarebbe del tutto sprecata - al di là di quello che possono dirne gli accademici minimi, su qualche blog che non legge nessuno.

Faculté de droit

Ho partecipato a un colloque internazionale sulla filosofia del diritto di Kant, a Tours. Assai istruttivo, devo dire, per quello che interessa a me - e cioè se sia possibile rendere le cosiddette scienze umane più scienze e meno cosiddette.

Kant sosteneva, nell’introduzione alla Critica della ragion pura, che una disciplina sta imboccando la via sicura di una scienza quando i suoi progressi sono cumulativi e c’è accordo fra coloro che la praticano. Le cosiddette scienze umane sono molto lontane dai paradigmi kantiani, per almeno due motivi: perché siedono su una biblioteca incompleta, e perché gli adepti non vanno d’accordo fra di loro. Non nel senso che litigano, ma, all’opposto, nel senso che non sono in grado di accedere neppure alla condizione minima dell’accordo: la capacità di esprimere e gestire - serenamente - il disaccordo.

Come si possono elaborare paradigmi comuni se, oltre a far circolare poco i testi, alle critiche si reagisce in questo modo?

Il colloque alla francese ha usato una strategia diversa e per me inaspettata - quella di rendere le cosiddette scienze umane meno cosiddette e più umane.

I grandi congressi internazionali organizzati dagli umanisti sono delle torri di Babele. I relatori leggono i loro interventi con voce monotona, senza sforzarsi di drammatizzarli - eppure una volta gli umanisti erano retori! - negli idiomi più vari, o, peggio, in una delle infinite versioni della lingua inglese. Ai partecipanti, se va bene, viene tutt’al più consegnato un misero abstract. Se qualcuno fosse così eccentrico da voler usare delle slide scoprirebbe a sue spese che non c’è proiettore. Nessuno sente il bisogno di usare la rete, né, tanto meno, si dispone di una connessione wireless. Così, anche quando l’oggetto della conferenza è unitario e fondato di testi disponibili in rete - Kant, per esempio - si ha sempre lo stesso risultato: che ognuno dice quello che vuole di Kant, senza controllo. Con l’aggravante che chi domina la lingua della conferenza domina anche la scena, mentre gli altri capiscono poco o nulla.

Il colloque francese si è basato sull’idea di invitare un piccolo numero di kantisti emergenti - inglesi, francesi, tedeschi, olandesi, brasiliani, italiani - di farli sedere intorno a un tavolo, e di farli interagire fra loro. L’interazione, poi, continuava, dalle tavole accademiche alla tavole da pranzo, ove, in virtù delle tradizioni locali, si mangiava bene e si beveva meglio. Mancavano, è vero, il proiettore, la rete e la possibilità di collegarsi ai testi di Kant (*). Ma erano state create le condizioni umane per una discussione serena.

Questa è un’idea da copiare, con qualche integrazione tecnologica: anche gli umanisti, a quanto pare, si prendono per la gola.

(*) Sull’importanza della connessione wireless a una conferenza si veda il caso del convegno Berlin5 di Padova, qui sotto, e soprattutto il commento di Antonella De Robbio.

Un pregiudizio molto diffuso nella filosofia italiana recente vuole che esista una netta distinzione fra chi studia storia della filosofia e chi produce teorie “originali”. Che dunque, da una parte, non sia lecito confrontarsi con Platone o Kant per imparare qualcosa, e che, dall’altra, si debbano cucinare i propri contributi in maniera tale siano - o appaiano - del tutto inauditi.

E facile capire come questo pregiudizio produca folte generazioni di antiquari senza spirito, di autocompiaciuti scopritori dell’acqua calda e di arzigogolatori oscuri - oltre che conferenze di una noia mortale.

Ma i colleghi sono ancora i più fortunati: oltre ad annoiarsi alle conferenze ed esporsi a contestazioni parlandone su blog che - grazie a Dio - non legge nessuno, non ne riportano grandi danni.

Il peggio ricade sugli studenti. Se va bene, si trovano a studiare autori in una prospettiva aridamente storica. essendo loro vietato ragionarci sopra, oppure ad assistere a scoperte dell’acqua calda compiute da nani, essendo loro precluso l’accesso ai giganti sulle cui spalle i loro maestri hanno rifiutato di sedere. Tuttavia, in questi casi, è pur sempre proposto loro un compito preciso: per quanto la materia sia arida, o superficiale, lo studente sa che cosa deve studiare e come deve comportarsi per superare l’esame. I più sfortunati sono i discenti degli arzigogolatori oscuri: la loro unica speranza è impadronirsi del medesimo gergo e produrre discorsi che, essendo allo stesso modo incomprensibili, vengano apprezzati da tanti maestri. Chi è privo di questa capacità mimetica, resterà fuori per sempre da una disciplina che ormai reca soltanto nel nome l’amore per il sapere.

Ebbene: questo pregiudizio è alimentato anche dal modo in cui pubblichiamo i nostri testi. Platone ha potuto permettersi di essere un grande filosofo, essendo “anonimo”. I suoi dialoghi, cioè, riportano solo tesi che lui attribuisce ad altri, e mai a se stesso. Tanto che una commissione di concorso malevola potrebbe bocciare Aristocle figlio di Aristone perché si presenta semplicemente come un cronista, sebbene dotato di una certa abilità letteraria.

Le teorie di Platone non dipendevano da testi licenziati per le stampe, ma dalla discussione entro comunità di conoscenza; Platone pensava anche che la verità potesse essere soltanto “oggettiva” e non dipendesse dall’originalità degli individui. In parole povere, se una cosa è giusta, è per tutti e non solo per me. Le stampe, peraltro, non c’erano ancora: i manoscritti platonici giravano per l’Accademia, per essere continuamente ridiscussi e rivisti.

Qual era dunque la ricchezza del pensiero di Platone? Il fatto, appunto, che non fosse soltanto suo, ma di molti. Che avesse dietro molti di quelli che oggi si chiamerebbero scrilettori. Che fungesse da crocevia, o da hub, di una ricca e vivace comunità di conoscenza.

Stando così le cose, il merito del pensiero non era l’essere peculiarmente individuale, ma l’essere capace di comunità. Sapersi muovere entro il discorso di un altro, o entro il suo testo, renderlo vivo, farlo parlare, produrre, da esso, altre idee era, in questa prospettiva, un valore importante. E non aveva neppure senso distinguere fra storici senza spirito e teorici “originali” senza storia. C’è solo chi sa rendere il pensiero comune, costruendo anche sulle idee degli altri, e chi no - perché, indifferentemente, è un antiquario arido oppure un arzigogolatore oscuro.

Chi conosce e usa gli strumenti della social scholarship è nella posizione di rendersi conto di questo. Chi, invece, licenzia i suoi scritti per le stampe, o per il sito ad accesso chiusissimo di qualche editore commerciale, fa fatica a capirlo: il libro è un’unità isolata in se conchiusa, mentre la rete è connessa. Il libro si compra perché dice cose che non si trovano da nessun’altra parte - per lo più perché, semplicemente, non siamo capaci di trovarle -; una pagina web si frequenta perché costruisce e motiva molti percorsi di ricerca. Perciò, chi scrive libri si sforza di essere “originale” - in omaggio a una estetica romantica che lo espone a sua volta a un giudizio estetico - mentre chi scrive in rete preferisce, di gran lunga, essere interessante.

Questo commento merita una risposta articolata, perché affronta un problema comune a molti.

Come mai i nostri begli strumenti - HyperJournal, Tauro -, progettati per fare uscire gli umanisti dal loro stato di minorità informatica, vengono usati o poco, o male? Perché buona parte dei nostri colleghi preferisce nascondere i propri lavori in riviste di difficile accesso, sul modello di “Studi cartacei”?

La risposta più ovvia è tecnica. I nostri strumenti sono difficili da usare. Per esempio, quasi nessun autore del “Bollettino telematico di filosofia politica” usa il nostro caro motore di contestualizzazione dinamica (se ne può vedere un esempio cliccando su “Apri la finestra degli articoli” in questa pagina) che avevamo pensato per rendere il fattore d’impatto trasparente, qualitativo e democratico. E come si può immaginare che chi cerca un testo abbia voglia di andare oltre la pagina di accoglienza di Tauro, con le sue parole di colore oscuro?

I nostri colleghi, se usano la rete, in genere la impiegano per scopi meramente pubblicitari, e con poca consapevolezza tecnica - per esempio rendendo disponibili file nel ben noto formato proprietario Uord. Altro che XML ….

Noi proponiamo delle Ferrari a gente che - se va bene - si sta ancora chiedendo se la ruota abbia una qualche utilità. O che, più probabilmente, non è affatto interessata alla locomozione terrestre.

Ma una cosa ci appare difficile - anzi, di una difficoltà insormontabile - quando il senso del suo uso non ci è chiaro. Molto spesso, in bocca a persone di intelligenza normale, l’espressione “E’ troppo difficile per me” significa, semplicemente, “Chi me lo fa fare?”. Se la pubblicazione per i più non serve per rendere pubblici dei testi, ma per affermare il proprio nome presso un editore o una rivista “prestigiosa”, non serve a nulla affaticarsi su strumenti sofisticati pensati, ingenuamente, per pubblicare in senso proprio. Tanto è vero che i nostri colleghi latitano - con le solite, meritorie, eccezioni - anche da strumenti semplici come gli archivi e-prints.

Ci sono vie d’uscita?

Gli accademici minimi, come si sa, sono anche vili - tanto è vero che la viltà delle accademie è stata la felix culpa da cui ha avuto origine il peer review. Basterebbe, anche oggi, che il legislatore imponesse la pubblicazione ad accesso aperto per la partecipazione ai concorsi o per la valutazione della ricerca, e tutti si adeguerebbero.

E qui dobbiamo fare i conti con la miopia di molte nostre scelte di politica accademica e di politica in senso stretto. Mi dicono, per esempio, che lo stato canadese ha finanziato l’Open Journal System un con investimento pubblico a sei cifre. L’HyperJournal italiano, per quanto sia molto apprezzato - all’estero - e a suo tempo sia stato molto innovativo, per quella nostra amata feature di cui parlavo prima, ha ricevuto in tutto 25.000 euro, a pezzi e bocconi.

Ora ci piacerebbe aggiungere alla struttura della rivista paludata col peer review in doppio cieco la possibilità di far valutare e commentare gli articoli ex post, da parte degli utenti, per allontanarlo dal tribunale di Kafka e approssimarlo al tribunale di Atene. Ma, finché non ci ricapiterà di vincere alla lotteria, non potremo farlo. Eppure ci basterebbe appena qualche migliaio di euro in più.

I miei colleghi bibliotecari della commissione Crui per l’open access stanno esultando perché il MIUR con una circolare del 20 luglio revoca l’obbligo dell’invio alle biblioteche nazionali delle tesi di dottorato in DVD e autorizza a depositarle in formato digitale direttamente sui server delle biblioteche stesse. E’ un piccolo passo per la burocrazia, ma un passo piccolo anche per l’università. Eppure in questo momento sembra non sia possibile fare di più.

(continua)

Quando racconto che ho messo le mie traduzioni di Platone e di Kant sotto licenza Creative Commons, in modo che chi vuole le possa correggere, migliorare o - semplicemente - aggiornare, Puttino Pluteo mi guarda scandalizzato, senza osare contraddirmi. Una accademica, anche minima, ha pur sempre un suo minimo potere.

Per Puttino, come per molti umanisti suoi colleghi, le mie traduzioni liberate non invitano alla collaborazione scientifica, ma rivelano che non concepisco il mio lavoro come il coronamento della creazione.

Nel 1919 Max Weber, in una conferenza intitolata Wissenschaft als Beruf, si interrogava sul senso della professione scientifica:

…ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico “compiuto” comporta nuovi “problemi” e vuol invecchiare ed esser “superato”. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza.

Weber, un individualista che si sentiva rinchiuso nella “gabbia d’acciaio” dell’economia capitalistica, si rendeva conto che la scienza deve essere un’impresa collaborativa, ma non riusciva più a capire per quale motivo un individuo dovesse dedicarvisi, perché andava alla ricerca di un senso individuale.

Puttino Pluteo ha superato queste angoscie protonovecentesche: un accademico si definisce in quanto secerne opere perfette e originali. discutere le quali sarebbe inutile e oltraggioso. Così, frasi come queste gli suonano inaudite:

il pensiero filosofico nuovo “supera” l’antico, dal quale consapevolmente prende le mosse, ma di quel “superare” di cui la filosofia ha ben determinato il senso, che è insieme un “conservare”, onde Socrate e Platone e Aristotele e tutti i pensatori originali vivono nel nuovo pensatore originale che senza di essi non sarebbe, al modo stesso che Omero in Dante e Dante e Shakespeare, e il progresso è sostanzialmente il medesimo in entrambi e la differenza è solo in ciò che la poesia è poesia e la filosofia è filosofia.*

Qual è il senso della scienza? Proprio la collaborazione in una impresa che vale di più di una cattedra e di un concorso, nella quale il mio contributo è un mattone in un edificio più grande, che merita di essere contemplato in libertà, di per se stesso.

E chi è l’autore di queste frasi desuete? Il vecchio Benedetto Croce. Che, forse non per caso, nel secolo scorso fu uno dei pochi intellettuali italiani di statura europea, e non entrò mai nel sistema accademico

*Quaderni della Critica, 12, novembre 1948, pp. 93-95

Nella redazione della rivista accademica “Studi cartacei” il professor Geronte Cariatide si vanta di non usare la rete. Se qualcuno osa fargli notare che è perlomeno comodo collegarsi per accedere ai testi digitalizzati del suo classico preferito, sui quali si può fare ricerca assai più agevolmente che scartabellando le sudate carte, lui risponde orgoglioso: - Ma io non mi collego. -

“Studi cartacei” non accetta né articoli, né recensioni critiche. Le critiche, si sa, possono offendere qualcuno. E’ meno pericoloso pubblicare recensioni commissionate dall’autore a qualche amico o suddito. Oreste Interno, per esempio, è ottimo per recensire l’ultimo libro di Agamennone Interno Perché avevo ragione io.

Gli autori che scrivono per “Studi Cartacei” non ricevono un centesimo. Spesso, anzi, le riviste di questa classe sono finanziate interamente o parzialmente con denaro pubblico, o con i soldi di una qualche Società di Studi Cartacei. Se si suggerisce a Prisco Architrave di permettere o di consigliare agli autori il deposito in qualche archivio aperto dei preprints o degli articoli già usciti - la legge italiana infatti lo consente -, in modo da aumentare l’impatto loro e della rivista, questi risponde che non desidera certo guastarsi il rapporto con l’editore che così cortesemente li ospita riducendolo a una relazione regolata dal diritto.

Avidio Vespasiano, il benevole editore, oltre a prendersi i finanziamenti pubblici, ha provveduto a mettere on-line la rivista, naturalmente ad accesso riservato. Gli articoli, che lui non ha pagato affatto, ai lettori costano un occhio della testa. Ma è facile essere generosi con gli occhi degli altri.

Quando si fa notare che questa situazione avvantaggia soltanto l’editore, Puttino Pluteo, che ha preso l’ECDL e sa perfino scrivere in Uord, esclama: - Ma no, non è vero! Basta andare in una biblioteca per scaricare gli articoli gratis! -. “Gratis” per Puttino significa: “pagati con denaro pubblico”. Poco importa se i soldi che si prende l’editore non vanno a finanziare il suo assegno di ricerca, o il bando del suo concorso a tempo indeterminato - lasciando lui a lavorare gratis, questa volta in senso proprio.

Del resto Puttino Pluteo non pubblicherebbe mai un proprio testo in rete. Perché? Le idee di Puttino sono talmente originali, che qualunque lettore - si sa che Internet è un brutto ambiente - se le copierebbe. I copisti volgari, che si impossessano di testi trovati in rete, si scoprono facilmente con un motore di ricerca. Puttino preferisce i ladri gentiluomini, che copiano dalla carta alla carta, e che depositano il frutto del loro lavoro in qualche scaffale di biblioteca, obbligando gli investigatori ad indagini più lunghe ed entusiasmanti.

Il professor Cornicion da Cigoli, dal canto suo, si ribella all’idea di mettere in rete gli articoli che ha pubblicato per “Studi Cartacei”: - Cioè chiunque potrebbe leggerli? Ma io sulle riviste scrivo tante sciocchezze! -

La pubblicazione su “Studi Cartacei”, a dispetto del suo nome, serve a mantenersi scollegati, ad evitare le critiche e a non farsi leggere, in modo tale che il libero fluire dei rapporti personali non trovi impaccio in pretestuose discussioni libresche.

E’ possibile che certi ambienti, così tipicamente universitari e italiani, dove il servilismo è un obbligo e l’indipendenza intellettuale una colpa, creino una situazione di vantaggio evoluzionistico per personalità grige, senza spazi mentali di creatività o autonomia….

…scrive Eugenio Picano, accademico minimo, in un suo libretto, a proposito di colui che abbiamo battezzato col nome di Oreste Interno.

Per chi conosce l’università di seconda mano Oreste è semplicemente un “raccomandato”. Le cose, in realtà, sono molto più complicate: Oreste è infatti perseguitato da Erinni sistemiche.

L’Italia spende, per la ricerca, meno della metà della media europea. Le università italiane si trovano quindi a dover rispondere alle esigenze di un paese che, a modo suo, ha bisogno di formazione con fondi ridotti all’osso. Come si risolve il problema? Facendo lavorare gratis Oreste Interno in cambio della promessa di un posto di ricercatore.

Gli studenti per lo più ignorano che coloro i quali, nelle commissioni di esame, continuano a chiamare “assistenti” sono appunto Oresti Interni che aspettano e sperano, spesso da decenni. Il loro concorso blindato - indecente - arriva quasi come una goffa compensazione morale a una condizione ancora più indecente: quella di prestare un lavoro indispensabile, ma disconosciuto, sottopagato o addirittura gratuito, in cambio di purissima aria fritta.

E’ giusto dire che i concorsi blindati sono scandalosi; ma questo stracciarsi le vesti sarebbe meno retorico se prima si ammettesse che occorrerebbe spendere qualcosa per riconoscere i diritti dei cosiddetti ricercatori precari e stipulare con loro dei patti chiari.

Le lamentazioni di Giasone Erranti, che ha fatto un dottorato in Colchide presso la cattedra dell’insigne barbaro Eeta e che, tornato in Italia, ritiene di avere più meriti di Oreste Interno, che ha passato quindici anni a fare esami, sono dunque in parte fuorvianti: il concorso blindato è la moneta cattiva con la quale si risarcisce una ingiustizia ancora peggiore.

D’altra parte, Giasone ha a disposizione altri mezzi per fare una rapida carriera senza meritarselo: è sufficiente che trovi l’appoggio giusto, frequenti per un paio d’anni tutti i congressi che contano, stringendo mani e baciando guance, e scriva un volume a quattro mani con Eeta, per esempio traducendo e introducendo un suo saggio, per poter ottenere un posto per “chiara fama” o con il “rientro dei cervelli”.

Il barbaro Eeta, per diventare una academic star, ha bisogno di traduzioni e di discepoli stranieri, e accetterà il sodalizio con Erranti senza troppa selezione. Ma per la comunità accademica locale, per il quale Eeta - in quanto viene dalla Colchide - è un’icona vivente del sapere, questo matrimonio di interesse passerà per una legittimazione scientifica.

E anche in questo caso, la cooptazione di Erranti dipenderà non dal suo eventuale merito, ma da una accorta manipolazione di rapporti personali.

Come si entra a far parte della comunità accademica?

Raccontiamo una storia - con il caveat che ogni riferimento a persone e fatti effettivamente avvenuti è puramente casuale.

Diciamo che l’università di Barbialla ha bandito un concorso per ricercatore nel settore scientifico- disciplinare ZPZ/01. Il concorso è pubblico: il bando si può leggere sulla Gazzetta ufficiale e perfino in rete, qui.

A Barbialla, la facoltà di Scienze umane, troppo umane, ha a lungo discusso su quel bando. La situazione tipica è che l’ordinario locale, Agamennone Interno, ha ottenuto il bando in una delicatissima trattativa con i suoi pari - una trattativa che può mettere in gioco questioni comprensibili, quali le esigenze didattiche della facoltà, e do ut des di cui tacere è bello. In questa trattativa si è anche fatto il nome dello studioso - Oreste Interno, un giovane virgulto dai 35 ai 50 anni - per la cui vittoria Agamennone celebra sacrifici a Zeus.

Il consiglio di facoltà nomina Agamennone - l’ordinario locale del settore ZPZ/01 - membro interno della commissione giudicatrice, in omaggio a una legge non scritta dell’accademia. Ci sono delle eccezioni - meritorie - ma rimangono tali.

Gli altri due membri della commissione sono eletti dai colleghi associati e ricercatori del settore ZPZ/01. Come si svolge una compagna elettorale? Sulla base del principio che Agamennone Interno ha il diritto non scritto di far vincere chi vuole, egli stesso, oppure il suo collega Stentore Potente, chiede i voti per due colleghi che hanno accettato di far parte della commissione, o per uno solo nel caso non ne trovi un secondo volontario, perché con lui fa già una maggioranza. Vengono così eletti Diomede Esterno, dell’ateneo di Cigoli, e Camilla Vergine, dell’università di Balconevisi. E’ preferibile che Diomede e Camilla siano a loro volta sotto concorso per passare di grado, così che si possa essere certi della loro pietas.

I due commissari eletti si recano a Barbialla. Agamennone li accoglie con tutti gli onori, secondo le più sacre leggi dell’ospitalità.

Supponiamo che a Camilla Vergine, associata, venga in mente di valutare sul serio i candidati. Che cosa ci guadagna? Assolutamente nulla. Diomede, che è ancora ricercatore, certamente non si compromette la carriera contendendo con Agamennone. Oreste Interno è condannato a vincere, anche se ha cinquant’anni, una smilza monografia su uno sconosciuto peripatetico beota, e qualche articoletto dedicato al pensiero di Strepsiade.

E’ normale che gli altri candidati non si presentino, anche quando hanno opere e curricula ben più seri del fortunato Oreste. Camilla Vergine, se è scrupolosa, può anche capire quanto può essere stata scoraggiata la concorrente di Oreste, Derelitta Diotallevi, che non ha neppure preso parte al concorso. I verbali delle commissioni vengono messi in rete: basta una piccola ricerca per rendersi conto che Derelitta, con tre monografie, ha sempre trovato commissioni le quali hanno decretato che certamente è brava, ma ha il difetto di presentarsi sempre per il settore scientifico disciplinare sbagliato. Quando il concorso è per il settore ZPZ/01, i suoi titoli sono ovviamente più pertinenti per il contiguo ZPZ/02; ma se il concorso è per ZPZ/02, gli stessi titoli diventano magicamente più adatti a ZPZ/01.

Non bisogno però credere che Oreste Interno sia un privilegiato. Per vent’anni ha dovuto portare lo scudo ad Agamennone, vivendo di contratti e contrattini, o lavorando gratis presso la sua tenda, in modo da acquisire la sicurezza e l’indipendenza di giudizio propria di un ricercatore. Del resto le università hanno bisogno di scudieri, e questo è il modo più economico per ottenerli.

E’ questa una comunità? Certamente, per entrarvi occorrono dei rapporti personali: la servitù di Oreste rispetto ad Agamennone, i buoni uffici di Agamennone con i colleghi di Barbialla, il suo prestigio nella comunità nazionale. Ma ha qualcosa di scientifico?

Cambierebbe qualcosa se in questo sistema, come vuole il ministro Mussi, si affiancasse alla commissione lo straniero Glauco, ospite ereditario di Diomede?

Dicevo, nel mio post precedente, che, quando si tratta di fare ricerca, perfino i professori delle istituzioni accademiche più illustri ignorano le norme vigenti sulla proprietà intellettuale. Nel caso dei miei colleghi umanisti, questa trascuratezza è del tutto inconsapevole, perché le loro menti sono troppo assorte in pensieri elevati per occuparsi delle leggi prosaiche che regolano - e limitano - la diffusione dei loro scritti.

Ma non sempre succede così: i fisici, dal 1991, mettono i testi che vogliono condividere in un archivio elettronico ad accesso aperto, il celebre ArXiv, attualmente ospitato dalla Cornell University. E tengono tanto alla libertà del loro testi, da ribellarsi anche alle più potenti multinazionali dell’editoria accademica.

Perché i fisici si comportano così? Sono seguaci di una forma letterale di socialismo scientifico?

Niente affatto.

Kant, nell’introduzione alla Critica della ragion pura, diceva che una disciplina segue la via sicura di una scienza quando i suoi risultati sono cumulativi, e c’è un accordo fra coloro che la praticano. Di che cosa c’è bisogno perché questo avvenga? Semplicemente, che ci siano - e si sappiano usare - strumenti per rendere pubblici i risultati e per conservarne la memoria, e che sia possibile praticare la discussione per raggiungere un accordo. Oggi, in concreto, basta avere la rete, un bell’archivio centralizzato accessibile a tutti, e tanta voglia di discutere.

Per questo i fisici -perfino in Italia - praticano il comunismo della conoscenza senza essere socialisti. E’ una scelta ovvia, quando c’è una comunità scientifica che funziona.

Ma perché, allora, i miei colleghi umanisti, per lo più, non lo fanno?

Potrei dare una risposta veloce e cattiva a questo quesito: perché non fanno parte una comunità scientifica, o, per lo meno, appartengono a una comunità scientifica che non funziona.

E’ davvero così? Io posso basarmi solo  sulla mia esperienza, che vale pochissimo, perché è quella di una accademica minima. E raccontare qualche storia.

(continua)

Qualche tempo fa ho preso parte come relatrice a un seminario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, su un libro filosofico appena uscito.

 

I cinque relatori hanno ricevuto cinque fotocopie integrali del volume da discutere. Il comma 3 dell’articolo 68 della legge italiana sul diritto d’autore, che proibisce di fotocopiare più del 15% di un volume, è stato allegramente ignorato. Non sto rivelando un segreto imbarazzante: in qualsiasi università italiana si sarebbe fatto lo stesso.

 

Di recente ho partecipato a un incontro organizzato dai collettivi. Fra i relatori c’erano i ragazzi del Copyriot Café di Padova, che offrono connettività wireless a un quartiere di Padova e permettono ai loro utenti di scaricare una intera biblioteca di testi digitalizzati - molti dei quali indispensabili per gli studenti universitari, costosi e sotto copyright. E’ del resto difficile, quando si studia, non inciampare in un copyright il cui termine - 70 anni dalla morte dell’autore - è divenuto spropositato, mentre lo stato della tecnologia di rete obbliga a riprodurre i documenti digitalizzati anche solo per leggerli.

 

I ragazzi di Copyriot sono consapevoli di trasgredire la legge. Ma sono anche consapevoli che la legge a cui resistono è generalmente assai poco rispettata: se, di fronte a un pubblico qualsiasi, si invitasse ad alzare la mano chi pensa di aver sempre osservato il copyright, quasi nessuno lo farebbe. Questa trasgressione avviene però di nascosto: per trasformarla in una questione politica, occorre compierla pubblicamente.

 

Come si può immaginare, gli è stato fatto notare che il loro comportamento li espone a sanzioni amministrative e penali onerose. Ma che cos’altro si potrebbe fare - hanno replicato -, in una situazione in cui i diritti di chi fa ricerca e di chi studia sono sistematicamente sacrificati agli interessi di chi lucra sul lavoro degli autori?

 

Questa è un quesito importante, che va preso sul serio, e a cui cercherò di rispondere.

 

Ora, però, mi preme far notare una cosa sola: quando si tratta di fare ricerca e di studiare, gli umanisti della Normale di Pisa e gli squatters di Copyriot violano allo stesso modo le leggi sulla proprietà intellettuale.

 

Ma basterà fare un passo avanti per accorgersi che la somiglianza si ferma qui.

(continua…)

 

Archivio

Categorie


cc - by cc - commercial cc - copy

Queste pagine sono soggette a una licenza Creative Commons by-nc-sa.

Statistiche

  • 8,054 hits