Archive for ‘università’

22 settembre, 2014

Per la scienza, per la cultura

Vale la pena parteciparePer la scienza per la cultura, per esempio con il materiale già predisposto su “Roars”. Ci sono divinità che non meritano sacrifici. Ci sono cose su cui non bisogna fare economia.

11 luglio, 2014

Manuale di stile, aggiornato

Il canone della citazione accademica che tutti noi abbiamo imparato quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea è ancora adatto per l’età della rete, o vale la pena discutere di un suo aggiornamento? Non è una questione “da bibliotecari”, perché riguarda l’accessibilità di quanto indichiamo come rifermento e la sua controllabilità. Ne parlo sul Bftp, qui.

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24 gennaio, 2014

L’accesso aperto fa male alla carriera? Forse no.

L’accesso aperto è – era? – una scelta per ricercatori dalla vita spericolata. Sarebbe disonesto raccomandarlo agli studiosi giovani senza questa avvertenza.  Personalmente, però, come si vede dall’elenco delle mie pubblicazioni,  ho cercato di praticare l’open access - in una condizione più comoda, anche se non più forte  -  da quando ho preso coscienza della sua importanza.

Stanno lentamente uscendo, in questi mesi,  i risultati dell’Abilitazione scientifica nazionale. Per rendersi conto del difetto del sistema basta seguire i commenti a  quest’articolo di Roars.  Suggerisco, però, a chi mi legge di controllare quanti, fra gli  autori e i collaboratori del Bollettino telematico di filosofia politica e della collana Methexis, sono stati abilitati nei settori di filosofia politica e di filosofia del diritto (14/A1; 12/H3), pur in un impianto autoritario e oligopolistico, che avevamo a suo tempo  criticato e che non promette di migliorare.

La casualità dell’intero sistema dell’Asn non consente le generalizzazioni. Fra chi commenta col proprio nome  l’articolo di Roars ci sono esclusi che mi lasciano perplessa. Ma non voglio parlare qui di questo.  Desidero, piuttosto, mostrare quanto l’accesso aperto  sarebbe stato utile non alla carriera altrui o mia,  ma a tutti,  se fosse stato applicato sistematicamente nell’attuale Asn, anche senza cambiare nient’altro.

I commissari di storia medioevale e i loro titoli “truccati”

I giornali   raccontano che trentotto studiosi di storia medioevale,  sfortunati all’ASN 2012, hanno denunciato parte dei loro commissari accusandoli di aver mentito sul numero e sulla qualità delle loro pubblicazioni.

È possibile “mentire” su qualcosa che per definizione dovrebbe essere pubblico perché le pubblicazioni, a dispetto del loro nome, non sono affatto pubbliche. Non solo i testi sono ancora prevalentemente ad accesso chiuso, ma soprattutto, in Italia non è pubblico il database delle pubblicazioni dei docenti.  Questo database è inoltre assai sciatto, sia perché le registrazioni sono facilmente modificabili da parte degli interessati, sia perché la tipologia delle pubblicazioni non è  ben definita, come spiegava qui  Paola Galimberti in tempi non sospetti.  È dunque assai facile che chi vi inserisce i suoi dati “menta” – o, meglio, li qualifichi con un certo grado di soggettività – in perfetta buona fede.  Ma nessun pubblico ludibrio può fare da deterrente per chi gonfia i propri titoli,   nessuna intelligenza collettiva può intervenire a discuterli e correggerli perché il database è inaccessibile.

Hanno ragione i commissari di storia medioevale o i loro detrattori? Io stessa non lo so dire.  Si dovrà, forse, scomodare il giudice, quando sarebbe bastata una maggior trasparenza.

Esclusione discutibili?

Per custodire i custodi basta un semplice click? Forse no. Proviamo, però, a immaginare se tutti i giudizi su tutte le opere presentate dai candidati alle ASN recassero un link, al loro testo, in modo che chiunque potesse discuterli con cognizione di causa. Rimarrebbe ancora possibile bocciare studiosi di valore e promuovere mediocri ben appoggiati.  Ma occorrerebbe una discreta quantità di pelo sullo stomaco aggiuntivo: oggi il lettore di giornali può liquidare quanto gli viene riferito come una disputa esoterica. Con l’accesso aperto le discussioni potrebbero anche essere  meno accademiche:  Aristofane, forse,  potrebbe abituarsi a rendere ragione di quello che dice.

Aggiornamento: ho rimosso una parte dedicata a una singola persona, che pubblica ad accesso aperto, perché in una situazione in cui i più pubblicano – o, meglio, “privatizzano” -  ad accesso chiuso i miei link avrebbero potuto fare l’effetto non di un invito alla discussione, ma di una gogna telematica. L’uso pubblico della ragione può funzionare al meglio quando è diffuso e simmetrico: oggi, purtroppo, siamo ben lontani da questa condizione.

2 dicembre, 2013

L’uso pubblico della ragione nell’università post-gelminiana

Kant elogiava Federico II Hohenzollern perché permetteva a chiunque, indipendentemente dalla sua qualità di funzionario, di fare un libero uso pubblico della ragione.  Una volta compiuto diligentemente il proprio ufficio, chiunque, quando parlava come studioso davanti a un pubblico di lettori, poteva dire quello che pensava, su tutto.

Un articolo come “Cervelli in standby”. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche, scritto da due ricercatori di un’università privata telematica, è in questo senso esemplare. I due autori, una volta compiuto il proprio lavoro, illustrano davanti a un pubblico di lettori la difficoltà di conciliare il carico della didattica, l’autonomia della ricerca e la libertà d’impresa. Oggi, però, veniamo a sapere che una coautrice, Alida Clemente, ha ricevuto una sanzione disciplinare dal consiglio di amministrazione di Unicusano, in quanto, per aver usato la ragione in pubblico, avrebbe leso l’immagine del suo ateneo. 

Non siamo più ai tempi del dispotismo illuminato: con la legge Gelmini, quanto è accaduto ad Alida Clemente oggi, potrebbe accadere domani a me – o a qualsiasi altro docente universitario italiano.

18 luglio, 2013

VQR: per gli occhi di nessuno

Poco più di un anno fa, criticando l’avventurosa segretezza della valutazione della ricerca italiana, avevo reso pubblico l’elenco delle tre opere – tutte ad accesso aperto -  che avevano varcato l’oscura soglia dell’Anvur.

Vi piacerebbe sapere come sono state valutate?

Dovrete tenervi la curiosità:  non lo so neppure io.  I dati aggregati del mio settore, entro il mio dipartimento, non sono stati resi pubblici “per privacy“: siamo così pochi che le nostre valutazioni individuali sarebbero indovinabili. Per lo stesso motivo non siamo inseriti in classifica – anche se, dopo aver fatto un po’ di conti sulle tabelle dell’Anvur, sono “quasi” in grado di dire quali colleghi pisani  hanno uno o più lavori marchiati come  “limitati”.

Il punto, però,  è un altro:  che senso ha una valutazione della ricerca non solo condotta da funzionari nominati direttamente o indirettamente dal governo, ma sottratta all’uso pubblico della ragione perfino nei suoi risultati? Le classifiche anvuriane, senza i responsi dei referee e mutilate “per privacy“, indicano davvero qualcosa di significativo? E inoltre, in un mondo che ha già mostrato di non essere immune al conflitto d’interessi, come facciamo a escludere che, nel sancta sanctorum dell’Anvur, qualcuno abbia ceduto alla tentazione di cantarsele e  suonarsele?

La pubblicità avrebbe aiutato sia a controllare il conflitto d’interessi, sia a stemperare l’autoritarismo dell’intera procedura.  Ma si è preferito fare in modo che la valutazione della ricerca scientifica non sia per nulla scientifica, neppure quando, come nel mio caso, i ricercatori temono molto più le segrete dell’Anvur che l’uso pubblico della ragione. Compulsiamo dunque le nostre graduatorie, e godiamoci l’imbuto.

Aggiornamento

Pare  che a partire dal 20 settembre l’esito di tanta valutazione sulle singole opere verrà comunicato, ma esclusivamente agli autori.  Se mi sarà lecito rendere pubblici i miei giudizi – dovrebbe esserlo, se è solo una questione di privacy -,  lo farò,  anche e soprattutto se dovessero essere negativi.  Le mie pubblicazioni recenti sono tutte ad accesso aperto:  potrebbe dunque essere utile e interessante gettare,  per il poco che posso,  uno spiraglietto di luce nelle catacombe dell’Anvur.

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