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Ho visto che qualcuno è capitato su queste pagine dai motori di ricerca, con la speranza di trovare “tutti i professori della sanatoria 1981″.  Era una curiosità che era venuta anche a me, indipendentemente dalle contraddizioni biografiche del professor Brunetta. Ci sono, infatti, un po’ di professori ordinari che, pur ostentando pubblica insensibilità per le ragioni dei ricercatori precari, sono anagraficamente in condizione di aver profittato della sanatoria stessa.  Rivelare questo eventuale aspetto della loro carriera non sarebbe un pettegolezzo, perché servirebbe a valutare la loro coerenza personale.

La memoria mi è di poco aiuto. Negli anni ‘80 del secolo scorso ero studente e pensavo che l’università fosse una cosa seria. Anche la rete serve a poco, perché all’epoca le amministrazioni  lavoravano  interamente su carta.

Dai dati storici, però, possiamo ricavare dei criteri per capire se un curriculum è sospetto o no. La  “grande sanatoria” è stata determinata dal decreto del presidente della repubblica 11 luglio 1980, n. 382. Questo decreto, agli articoli 50-53 e 58-62, prevedeva che una serie di figure, precarie e no, potessero diventare rispettivamente professore associato e ricercatore tramite un semplice giudizio  di idoneità.

I giudizi di idoneità si differenziavano dai concorsi detti liberi, anch’essi previsti dal dpr 382/80, perché erano ad accesso riservato e non erano selettivi, non essendo predeterminato il numero dei “vincitori”, come si racconta in questo documento, basato, purtroppo. solo sul ricordo personale.

Sembra che i primi concorsi liberi siano stati celebrati solo nel 1983/1984. Così si evince, almeno, dalla lettura di qualche curriculum,  come questo o questo. Gli interessati precisano di essere diventati professori associati o ricercatori con “concorso libero” proprio perché, anche allora, si riteneva che superare una selezione fosse molto più onorevole che ottenere un posto di ruolo ope legis.

Da questi lavori parlamentari risulta che le due tornate di giudizi di idoneità furono indette il 12 gennaio 1981 e il 10 agosto 1983; una terza tornata di recupero fu indetta il 4 luglio 1989.

Stando così le cose, i curricula massimamente sospetti dovrebbero essere quelli di chi dichiara di essere diventato ricercatore o associato fra il 1981 e il 1983, specialmente se omette di precisare che il  suo scatto di carriera è avvenuto per concorso libero. Possiamo, invece, essere abbastanza sicuri che, salvo eccezioni, chi ha avuto un avanzamento negli anni ‘90 del secolo scorso è al di fuori del raggio d’azione della grande sanatoria.

Per passare dal sospetto alla certezza occorrerebbe una ricerca fra le carte degli archivi ministeriali e universitari. Io, però, non vado oltre: non voglio rubare il mestiere ai giornalisti.

Il parlamento sta convertendo in legge il decreto 180 sull’università. Ci sono delle aggiunte: i “professori fannulloni”, scrive la stampa, verranno puniti con un dimezzamento degli scatti biennali di anzianità sullo stipendio e con l’esclusione da fondi di ricerca e commissioni di concorso.

I “professori fannulloni” sarebbero quelli che non hanno prodotto “pubblicazioni scientifiche” nell’ultimo biennio.  Ma che cosa si intende per pubblicazioni scientifiche?  Il secondo comma dell’articolo 3-ter del decreto 180, nella versione provvisoria approvata dal senato,  risponde così:

I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

In altre parole: a stabilire se una pubblicazione è scientifica o no non saranno gli scienziati, ma il ministro, per decreto.

Nel 1610 Galileo Galilei, con un gesto di rottura, pubblicò il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana. In questo modo riuscì a spostare il foro della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.  Nessun  ministro aveva  pensato di decretare che quel tipo di pubblicazione non era da considerarsi scientifico: così, per stroncargli la carriera si dovette scomodare il Sant’Uffizio, trasformandolo in un martire, per non essere stati capaci di bollarlo come un fannullone.

La domanda  “Ma mi vale come pubblicazione?” è  un interrogativo meschino, che angoscia  i ricercatori  alla ricerca di  avanzamenti di carriera. In una prospettiva più ampia, però,  essa suggerisce  un’altra, più inquietante, questione: in che genere di regime il potere politico avoca a se il diritto di stabilire che cosa è scientifico e che cosa non lo è?

Immanuel Kant lodava Federico II di Prussia perché lasciava libero l’uso pubblico della ragione, sia nelle questioni religiose, sia sulle scienze e sulle arti: la sua monarchia, pur dispotica, assicurava la libertà d’informazione e di discussione che è  essenziale per una repubblica. Altri despoti, in tempi più recenti, si sono comportati diversamente. Caesar est supra grammaticos.

Una comunità scientifica che funziona dovrebbe essere in grado di stabilire da sé, discutendo liberamente, che cos’è scientifico e che cosa no. Un potere politico illuminato dovrebbe limitarsi ad assicurare le condizioni della libertà della discussione e della trasparenza nei concorsi – sempre che voglia avere scienziati e non portaborse. In questo sistema, una pubblicazione per essere scientifica dovrebbe essere liberamente accessibile, liberamente discutibile e tale da ottenere il riconoscimento della comunità scientifica di riferimento.  Un professore, per provare che lavora, dovrebbe semplicemente depositare i propri testi in un archivio elettronico aperto, istituzionale e disciplinare, e lasciarsi, apertamente. giudicare. Sapere che i colleghi, apertamente, lo giudicheranno dovrebbe bastare a trattenerlo dallo scrivere sciocchezze.

Il decreto, però  – però? -, potrebbe anche limitarsi a fotografare i criteri di valutazione più in uso, come il “prestigio” dell’editore per le monografie umanistiche o il fattore d’impatto per gli articoli scientifici, mettendo fuori gioco il movimento per la pubblicazione ad accesso aperto. In questo caso,  il potere oligopolistico degli editori scientifici si consoliderebbe, ricevendo una consacrazione governativa con un pizzico di conflitto d’interessi.

C’è da preoccuparsi? Evidentemente sì. Ma perché chi non si è preoccupato finora dovrebbe cominciare a preoccuparsi adesso?

Voglio solo segnalare questo evento, come lo raccontano gli studenti pisani. Qui si legge  un comunicato-stampa dei ricercatori precari pisani, le cui richieste sono visibili qui.

Io non posso fare molto di più che scrivere su un blog. Ma, anche se parlare serve a poco e mi espone a qualche rischio tacere sarebbe peggio.  Mi sembra, infatti, che la trasparenza nella gestione della cosa pubblica e la dignità nei rapporti di lavoro non possano essere liquidate come questioni di “ordine pubblico”. Né a Pisa, né – soprattutto – altrove.

Il risveglio degli studenti sarebbe – avrebbe potuto essere – un’occasione da non perdere, se fossimo – o fossimo stati – capaci di prendere sul serio le parole del nostro mestiere.

Secondo una vulgata diffusa anche fra chi si oppone alle legge 133, il progetto del governo è semplicemente quello di privatizzare il più possibile l’università, in maniera da non doverla più finanziare. Se fosse così il disegno, pur brutale, avrebbe una sua coerenza ideologica, che lo renderebbe in un certo qual modo rispettabile. Ma un gruppo di lavoro della facoltà di scienze politiche  dell’università di Firenze analizzando  con attenzione il testo, ha scoperto che il suo scopo potrebbe essere ben diverso.

Il documento fiorentino dedicato alle implicazioni giuridiche e pratiche della trasformazione delle università in fondazioni meriterebbe di essere letto con attenzione. Per chi non ha voglia di farlo, Minima academica, che è abituata al volontariato di servizio pubblico, ne riassume qui le tesi salienti.

Chi crede che una università-fondazione privata, ai sensi della legge 133, sia più libera di una pubblica si inganna. Basta leggere il comma sesto dell’articolo 16 per rendersi conto che il suo statuto e il suo regolamento di amministrazione e di contabilità sono soggetti ad approvazione da parte del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto  col ministro dell’economia e delle finanze. Se al  ministro lo statuto non piace, l’università se lo deve riscrivere.

Di contro, nel caso dell’università pubblica (legge 168/1989, articolo 6 commi  9 e 10), se il ministro dissente su statuto e regolamenti per motivi di merito o di legittimità, può rinviarli  una volta sola, all’università che li ha approvati Se l’università li riapprova con una maggioranza qualificata, il ministro se ne deve fare una ragione, potendo  solo far ricorso al TAR, ed esclusivamente sulla legittimità. Quindi: mentre l’università pubblica si scrive da sé le sue regole, alla fondazione cosiddetta privata le scriverebbe il governo.

Chi pensa che la presunta privatizzazione dell’università gli permetta di risparmiare sulle tasse, sbaglia. Rimane il finanziamento pubblico (articolo 16, comma 9). Rimane anche la vigilanza ministeriale propria dell’università ente pubblico, il controllo della Corte dei Conti, la possibilità del commissariamento ministeriale in caso di violazione di legge. Si potranno almeno licenziare più facilmente  i baroni? Assolutamente no: lo stato giuridico della docenza,  nella fondazione, rimane lo stesso stato pubblicistico che abbiamo ora. Tutt’al più, forse, con un po’ di pazienza, si potranno licenziare i bidelli, dopo che il loro rapporto di lavoro, in seguito al primo contratto collettivo, sarà diventato privatistico (articolo 16 comma 13),

A che serve questa privatizzazione finta? Non certo a sottrarre alle oligarchie il loro potere – tanto è vero che l’ateneo pubblico (articolo 16 comma 1) può decidere di trasformarsi in fondazione, senza troppe cerimonie, con un voto a maggioranza assoluta dell’organo più baronale che si possa immaginare, il senato accademico.

Si può supporre che, a causa dei tagli al finanziamento  ordinario, questa trasformazione verrà decisa quando si dovrà far entrare qualcuno con i soldi per risanare un bilancio disastrato – per esempio una banca creditrice, qualche ente pubblico locale, o peggio, come potrebbe accadere, scrivono eufemisticamente i fiorentini, “in contesti economicamente arretrati, con élite politiche clientelari o in ambienti manifestamente mafiosi”. L’oligarchia universitaria dovrà fatalmente diventare, da autoreferenziale, collusiva verso l’esterno, entrando in un reticolo di rapporti con politici, banchieri e imprenditori locali – o peggio. Quel che ne verrà fuori sarà più simile alla Kore di Enna che alla Bocconi di Milano. Non sorprendentemente, su questo progetto è d’accordo buona parte della casta politica.

In questo momento, un professore universitario non è obbligato ad essere colluso con le oligarchie politiche ed economiche. Può dire quello che pensa dei politici, degli imprenditori e perfino, sia pure con qualche prudenza, dei colleghi. Minima academica, dietro cui non c’è un barone ma solo un modesto valvassore, in fondo può  ancora scrivere quello che vuole. Ma se la collusione diventasse inevitabile, grazie alle finte fondazioni private,  ai poteri che le controllerebbero, e magari anche grazie a un finta valutazione della ricerca, tutti noi potremmo ridurci così – così corrotti, così vili, così portaborse da non riuscire più  a dire neppure cose come queste.

Sono stata in Sardegna, per partecipare alle due conferenze di inaugurazione degli archivi aperti delle università di Sassari e di Cagliari, UnissResearch e Unica@Research.

Gli archivi aperti sono dei server fatti apposta per mettere a disposizione del pubblico gli articoli e i libri scritti dai ricercatori che lavorano nei due atenei.  Sono stati realizzati in ottemperanza alla dichiarazione di Berlino per l’accesso aperto alla letteratura di ricerca, firmata a suo tempo dai rettori delle due università sarde.

La decisione di mettere in atto la dichiarazione è stata presa a maggio. A novembre gli archivi erano già pronti per essere presentati, grazie alla cooperazione dei due atenei e al sostegno della regione Sardegna.

Cooperare nella ricerca e nella sua  disseminazione fa sì che  ciascuno tragga vantaggio dal lavoro dell’altro, senza  doversi reinventare continuamente la ruota.  Qui, infatti, non si tratta di farsi concorrenza  per ingrassare il mio portafoglio a scapito del tuo.  Si tratta di acquisire dei risultati, che sono scientifici solo se valgono tanto per me quanto per te, se il lavoro che ho fatto per me serve anche a te. I sardi, che l’hanno capito, sono riusciti a realizzare in pochi mesi degli archivi elettronici che altri atenei hanno costruito in anni.

Il testo della mia conferenza è già online in uno dei due archivi, a questo indirizzo. A voce, ho aggiunto che la pubblicazione ad accesso aperto renderebbe possibile avere, almeno nel campo della ricerca, un Obama italiano.

Nelle biografie ufficiali, si racconta che Obama è stato il primo presidente nero della “Harvard Law Review”, ma ci si dimentica di ricordare che la rivista in questione è fatta da giovani che in Italia sarebbero chiamati laureandi e dottorandi.  Se si  smettesse di credere che il prestigio dell’editore identifica il valore della ricerca, per costruire una rivista scientifica basterebbe un gruppo di giovani studiosi con un server Linux, o anche, più semplicemente, un blog su WordPress. E questo contribuirebbe a rompere il vincolo baronale, che oggi condanna lo studioso giovane a dipendere dal suo professore di riferimento, suo unico contatto con l’editore da cui dipende la sua carriera.

In questo strano momento storico italiano, ho detto questo in una conferenza all’università, e sono stata pure applaudita.

Il professor Agamennone Interno vorrebbe che il suo diletto allievo Oreste diventasse associato. Che fa? Innanzitutto si va a leggere il decreto-legge Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca fresco fresco di gazzetta.

Dal decreto apprende che le università le quali non hanno superato nel 2007 il limite massimo, fissato per legge, del 90% del finanziamento ordinario, possono spendere il 50% del budget lasciato libero dai colleghi che vanno in pensione.  Le decurtazioni del finanziamento ordinario sono invece rimaste: questo significa che le università oggi  entro il limite del 90% non lo saranno più domani. Che il taglio alla gola per le università pubbliche è ancora in fondo all’orizzonte.

Ma ad Agamennone Interno tutto questo non interessa: l’esigenza del giorno è piazzare l’allievo.  Una volta fatto valere il suo potere per far bandire il suo concorso locale e ottenere la nomina a commissario interno da parte della sua facoltà, egli si imbatte però nell’articolo 4 del decreto gelminiano,  secondo il quale sarà affiancato, nel suo giudizio, da quattro commissari sorteggiati entro una rosa di eletti, di numero triplo rispetto a quello dei commissari complessivamente necessari nella sessione.

Perché Oreste possa vincere Agamennone ha bisogno solo di due commissari “amici”.  Dovrà dunque mettersi d’accordo con i colleghi perché in questa rosa siano eletti il maggior numero possibile di amici. lasciando ai nemici un numero ridotto di posti, in modo tale che, se anche venissero sorteggiati, rimarrebbero in minoranza.  Nell’ordinaria amministrazione, dunque, il decreto ha, come d’uso, cambiato tutto per non cambiare nulla.

Immaginiamo che qualcosa vada storto: per esempio, che ad Agamennone Interno si opponga Achille Rivale, un professore influente che riesca a far eleggere nella rosa un certo numero di potenziali commissari a lui fedeli. Il gioco della sorte, in questo caso, potrebbe formare una commissione composta da Agamennone Interno, il suo amico Menelao Prossimo, Tersite Esterno, Achille Rivale e il suo maestro Chirone Centauro. Una commissione siffatta – composta dai membri di due cordate e da un outsider – potrebbe finalmente celebrare un concorso vero?

Vediamo.

Agamennone e Menelao sono per Oreste Interno; Chirone e Achille per Patroclo Amico; Tersite Esterno, che vorrebbe tanto far vincere la sua allieva Medusa Impresentabile, è l’ago della bilancia.

Proviamo a immaginare Tersite nel modo peggiore possibile: in un gruppo disciplinare piccolo, potrebbe anche essere uno che è entrato nella rosa dei sorteggiabili  solo perché ha votato per se stesso. Che senza il decreto gelminiano non avrebbe mai potuto sperare di diventare commissario, perché i colleghi – a partire di quelli della facoltà, che lo conoscono bene – lo considerano un autentico cretino.

Tersite, dunque,  non batte chiodo da anni. Ora, che la sorte gli ha sorriso, si trova davanti l‘occasione della vita, irripetibile, qualora la contesa fra Achille e Agamennone fosse così  aspra  da impedire ai due di accordarsi per distribuire le idoneità a Oreste e Patroclo. In questa situazione, Tersite può offrire il suo voto a Achille o a Agamennone in cambio del loro appoggio a Medusa Impresentabile.

Medusa, però, è davvero impresentabile, tanto che Achille, per senso dell’onore, rifiuta lo scambio. Agamennone, che ha più pelo sullo stomaco, lo accetta.  I vincitori saranno quindi Oreste interno – come al solito – e Medusa Impresentabile.

Ordinariamente, dunque, i concorsi gelminiani per le due fasce superiori verranno decisi dai gruppi più organizzati; straordinariamente, nel caso di scherzi della sorte, sarà facilissimo comprare il voto di eventuali outsider.

La  commissione per un concorso di ricercatore sarà composta dal commissario nominato dalla facoltà e da due professori ordinari sorteggiati dalla solita rosa di eletti.  Il vincitore è soltanto uno: non si possono dunque fare scambi. Però i due commissari che volessero votare  contro il  candidato interno dovrebbero essere consapevoli che, se bandissero un concorso per ricercatore a casa loro, verrebbero ripagati con la stessa moneta. Sfavorire il candidato interno sarebbe per loro conveniente solo in un caso: che siano immuni da vendetta in quanto nessuno dei due è in grado di far bandire concorsi per ricercatore nella propria facoltà.

Il carattere locale dei concorsi, la povertà di cui il sistema baronale costituisce, cinicamente, una soluzione, l’inevitabilità del giudizio pro amico, non sono stati minimamente toccati dal decreto Gelmini. Hanno ragione gli studenti  a continuare a  protestare.

Per sua natura la valutazione scientifica non può prescindere da un giudizio discrezionale, che potrebbe rivelarsi errato. Anche il giudizio di accettazione di un lavoro su una rivista ha carattere di discrezionalità. Non solo perché esercitano una loro discrezionalità i referees ma perché è discrezionale la scelta del referee e discrezionale l’interpretazione del suo giudizio. Uno degli strumenti per controllare i giudizi scientifici è quello della censura, in termini di reputazione, che può esercitare una comunità scientifica vigile e aperta. Una condizione necessaria perché questa censura possa essere esercitata è che ci sia una chiara attribuzione di responsabilità. Un giudizio basato su scelte discrezionali oscurate da presunti parametri oggettivi è sottratto ad ogni critica e quindi potenzialmente arbitrario.

Alessandro Figà-Talamanca non è un umanista, ma un matematico. Un matematico che, per  la valutazione della ricerca, non si fida affatto dei numeri. In particolare, non si fida del fattore d’impatto che molti assumono acriticamente come una unità di misura del valore di un ricercatore, perché lo ritiene – in quanto calcolato su un catalogo di riviste finito, gestito privatamente da una multinazionale dell’editoria scientifica – nulla più di un monopolio che lavora per perpetuare se stesso. Le riviste incluse in questo catalogo,  essendo assunte come determinanti per le carriere di tutti, possono, per esempio, aumentare i loro prezzi a piacere, avendo la certezza che nessuna biblioteca accademica oserà mai cessare l’abbonamento.

L’alternativa al fattore d’impatto è il giudizio qualitativo di una “comunità scientifica vigile e aperta”.

Una comunità scientifica è vigile quando sa autocontrollarsi.  Quando, cioè, sa costruire le reputazioni dei suoi membri su unità di misura trasparenti ed esposte alla discussione, e non su parametri oscuri e oligarchici, come l’essere parte della magnifica progenie di qualche rettore o l’essere abbarbicati al comitato di redazione di qualche rivista del catalogo ISI.

Una comunità scientifica è aperta quando sa comunicare i suoi risultati; quando sa metterli pubblicamente in discussione; quando esistono procedure trasparenti per esservi ammessi e anche per uscirne; quando non è autoreferenziale.

L’università italiana, essendo una università di un paese che ha sistematicamente sottofinanziato la ricerca, ha conservato gli aspetti della comunità accademica autoreferenziale ottocentesca, piegando  però il suo sistema baronale all’esigenza di assicurare un servizio a basso costo per l’istruzione di massa.

Una seria riforma dell’università dovrebbe rispondere alla domanda: quali sono le condizioni che rendono possibile costruire una comunità scientifica vigile e aperta, che sappia controllare e valutare se stessa?

L’università può essere pubblica, può essere privata, e può essere perfino una università-coop. Ma se si cambia il suo statuto senza toccare le sue strutture oligarchiche, si cambierà tutto per non cambiare niente. Bloccare il turnover, per esempio, significa lasciare intatto il potere degli anziani sopprimendo i giovani; togliere il valore legale del titolo di studio, in un paese ignorante che ha raramente fatto esperienza di comunità scientifiche vigili e aperte, significa rendere ancora più incontrollabile l’offerta di corsi e master specchietto-per-le-allodole, che già ora certi atenei impoveriti  inventano per fare cassa.

Occorre una soluzione semplice, in luogo della consueta alluvione normativa, per esempio così:

- chi lavora o vuole concorrere per entrare nell’università pubblicamente finanziata deve mettere i suoi testi a disposizione del pubblico ad accesso aperto, in modo tale che chiunque possa controllare come operano le commissioni concorsuali e come vengono spesi i suoi soldi;

- almeno all’inizio della carriera, nel passaggio da dottore di ricerca a ricercatore a tempo determinato e no, deve essere proibito rimanere a lavorare nella medesima istituzione che ci ha dato il Ph.D., per i motivi che ho già spiegato qui;

- i “precari” devono avere un contratto unitario che assicuri loro una retribuzione per le funzioni che effettivamente svolgono;

- il passaggio ai gradi superiori della docenza deve avvenire tramite un’idoneità stabilita da una commissione nazionale e tramite chiamata locale degli idonei, con incentivi per la loro mobilità da un ateneo all’altro.

I primi due punti – quelli essenziali – spezzerebbero l’autorefenzialità e il vincolo baronale.  E libererebbero almeno un po’ di futuro per gli studenti e per i ricercatori precari che sono riusciti a trasformare la letteratura di minima academica in una questione di tutti.

In un articolo di cui ho già parlato, Giavazzi scrive, a proposito delle rivendicazioni dei ricercatori precari:  “Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato”.

Bene. Mi piacerebbe sapere quali sono le sue fonti.

A me risulta – come si può vedere da questa ipotesi di piattaforma – che i ricercatori precari chiedano essenzialmente due cose:

- un contratto unificato di ricercatore a tempo determinato, che regoli e riconosca il lavoro occulto, ma indispensabile, attualmente svolto dai precari;

- un sistema serio di concorsi che successivamente permettano, a chi se lo merita, l’accesso al ruolo a tempo indeterminato.

Le grandi sanatorie che impongono assunzioni ope legis spostano semplicemente il problema del precariato dalla generazione precedente alla generazione successiva. La sanatoria del 1981 ha già fatto assaggiare a molti studiosi della mia età il sapore volatile della precarietà. Che sia ingiusto macellare i giovani per darli in pasto ai vecchi lo sappiamo tutti benissimo, per esperienza personale.

E’ vero che l’Italia produce meno laureati del Cile? Pare di sì, a voler credere a questo comunicato stampa ministeriale. E a non volerci credere? Be’, gli ingegneri pisani hanno fatto un po’ di conti su questa e altre rivelazioni, qui.

Non occorre, del resto, essere ingegneri per  scaricarsi dal sito del ministero  un utile libretto il quale racconta che nel 2007 i laureati italiani sono stati 301.298. Il Cile, come si può vedere qui, nel 2006 ha prodotto 87.405 laureati.

Come può il ministero raccontare una cosa la cui falsità è così facilmente verificabile? Molto probabilmente l’ente governativo deputato alla nostra istruzione ha usato come fonte il titolo di  questa notizia, a proposito dell’ultimo rapporto OECD Education at a glance.  Se il ministero avesse avuto una cultura letteraria  tale da permettergli di affrontare la lettura non solo del titolo, ma anche del testo della notizia e la cultura matematica necessaria a interpretarlo, si sarebbe reso conto che il rapporto non si riferiva a valori numerici assoluti, bensì a percentuali.

Nella fascia di età tra i 24 e i 34 anni solo il 17%  degli italiani, ha ottenuto una laurea – percentuale, questa, leggermente inferiore a quella cilena, come si vede alla  tavola A1.3a del rapporto Oecd. L’OECD, a dire il vero, aggiunge anche che dopo la riforma del 2002 la percentuale delle ultime generazioni di laureati è rapidamente aumentata e si sta approssimando alla media dei paesi OECD. Ma queste sono sottigliezze che un ministero dell’istruzione non può certo cogliere.

La tavola A1.3a del rapporto Oecd riserva però delle sorprese.  Il 17% è la percentuale di popolazione italiana tra i 24 i 34 anni che ha ottenuto una laurea detta dall’OECD di tipo A; ma i cileni della stessa fascia d’età che hanno ottenuto questo genere di laurea sono, per l’OECD, solo il 14%.  I laureati cileni diventano  in percentuale, più dei laureati italiani solo se al 14% si somma. promiscuamente, il 4% di coloro che hanno ottenuto una laurea di tipo B – qualcosa di simile a un diploma universitario ad orientamento tecnico. E se alla percentuale di laureati italiani di tipo A (17%) si somma quella di tipo B (1%) otteniamo addirittura una percentuale pari a quella dei laureati cileni.

Non che queste percentuali siano confortanti: a quanto pare, lo stesso ministero italiano incontra difficoltà a decifrare testi e a soppesare numeri. Ma che, fra tutti i paesi del mondo, si sia  eretto a termine di confronto  proprio il Cile, è – come dire? – leggermente inquietante.

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