Archive for ‘uso pubblico della ragione’

11 luglio, 2014

Manuale di stile, aggiornato

Il canone della citazione accademica che tutti noi abbiamo imparato quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea è ancora adatto per l’età della rete, o vale la pena discutere di un suo aggiornamento? Non è una questione “da bibliotecari”, perché riguarda l’accessibilità di quanto indichiamo come rifermento e la sua controllabilità. Ne parlo sul Bftp, qui.

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24 gennaio, 2014

L’accesso aperto fa male alla carriera? Forse no.

L’accesso aperto è – era? – una scelta per ricercatori dalla vita spericolata. Sarebbe disonesto raccomandarlo agli studiosi giovani senza questa avvertenza.  Personalmente, però, come si vede dall’elenco delle mie pubblicazioni,  ho cercato di praticare l’open access - in una condizione più comoda, anche se non più forte  -  da quando ho preso coscienza della sua importanza.

Stanno lentamente uscendo, in questi mesi,  i risultati dell’Abilitazione scientifica nazionale. Per rendersi conto del difetto del sistema basta seguire i commenti a  quest’articolo di Roars.  Suggerisco, però, a chi mi legge di controllare quanti, fra gli  autori e i collaboratori del Bollettino telematico di filosofia politica e della collana Methexis, sono stati abilitati nei settori di filosofia politica e di filosofia del diritto (14/A1; 12/H3), pur in un impianto autoritario e oligopolistico, che avevamo a suo tempo  criticato e che non promette di migliorare.

La casualità dell’intero sistema dell’Asn non consente le generalizzazioni. Fra chi commenta col proprio nome  l’articolo di Roars ci sono esclusi che mi lasciano perplessa. Ma non voglio parlare qui di questo.  Desidero, piuttosto, mostrare quanto l’accesso aperto  sarebbe stato utile non alla carriera altrui o mia,  ma a tutti,  se fosse stato applicato sistematicamente nell’attuale Asn, anche senza cambiare nient’altro.

I commissari di storia medioevale e i loro titoli “truccati”

I giornali   raccontano che trentotto studiosi di storia medioevale,  sfortunati all’ASN 2012, hanno denunciato parte dei loro commissari accusandoli di aver mentito sul numero e sulla qualità delle loro pubblicazioni.

È possibile “mentire” su qualcosa che per definizione dovrebbe essere pubblico perché le pubblicazioni, a dispetto del loro nome, non sono affatto pubbliche. Non solo i testi sono ancora prevalentemente ad accesso chiuso, ma soprattutto, in Italia non è pubblico il database delle pubblicazioni dei docenti.  Questo database è inoltre assai sciatto, sia perché le registrazioni sono facilmente modificabili da parte degli interessati, sia perché la tipologia delle pubblicazioni non è  ben definita, come spiegava qui  Paola Galimberti in tempi non sospetti.  È dunque assai facile che chi vi inserisce i suoi dati “menta” – o, meglio, li qualifichi con un certo grado di soggettività – in perfetta buona fede.  Ma nessun pubblico ludibrio può fare da deterrente per chi gonfia i propri titoli,   nessuna intelligenza collettiva può intervenire a discuterli e correggerli perché il database è inaccessibile.

Hanno ragione i commissari di storia medioevale o i loro detrattori? Io stessa non lo so dire.  Si dovrà, forse, scomodare il giudice, quando sarebbe bastata una maggior trasparenza.

Esclusione discutibili?

Per custodire i custodi basta un semplice click? Forse no. Proviamo, però, a immaginare se tutti i giudizi su tutte le opere presentate dai candidati alle ASN recassero un link, al loro testo, in modo che chiunque potesse discuterli con cognizione di causa. Rimarrebbe ancora possibile bocciare studiosi di valore e promuovere mediocri ben appoggiati.  Ma occorrerebbe una discreta quantità di pelo sullo stomaco aggiuntivo: oggi il lettore di giornali può liquidare quanto gli viene riferito come una disputa esoterica. Con l’accesso aperto le discussioni potrebbero anche essere  meno accademiche:  Aristofane, forse,  potrebbe abituarsi a rendere ragione di quello che dice.

Aggiornamento: ho rimosso una parte dedicata a una singola persona, che pubblica ad accesso aperto, perché in una situazione in cui i più pubblicano – o, meglio, “privatizzano” -  ad accesso chiuso i miei link avrebbero potuto fare l’effetto non di un invito alla discussione, ma di una gogna telematica. L’uso pubblico della ragione può funzionare al meglio quando è diffuso e simmetrico: oggi, purtroppo, siamo ben lontani da questa condizione.

2 dicembre, 2013

L’uso pubblico della ragione nell’università post-gelminiana

Kant elogiava Federico II Hohenzollern perché permetteva a chiunque, indipendentemente dalla sua qualità di funzionario, di fare un libero uso pubblico della ragione.  Una volta compiuto diligentemente il proprio ufficio, chiunque, quando parlava come studioso davanti a un pubblico di lettori, poteva dire quello che pensava, su tutto.

Un articolo come “Cervelli in standby”. La mutazione genetica del ricercatore nell’era delle telematiche, scritto da due ricercatori di un’università privata telematica, è in questo senso esemplare. I due autori, una volta compiuto il proprio lavoro, illustrano davanti a un pubblico di lettori la difficoltà di conciliare il carico della didattica, l’autonomia della ricerca e la libertà d’impresa. Oggi, però, veniamo a sapere che una coautrice, Alida Clemente, ha ricevuto una sanzione disciplinare dal consiglio di amministrazione di Unicusano, in quanto, per aver usato la ragione in pubblico, avrebbe leso l’immagine del suo ateneo. 

Non siamo più ai tempi del dispotismo illuminato: con la legge Gelmini, quanto è accaduto ad Alida Clemente oggi, potrebbe accadere domani a me – o a qualsiasi altro docente universitario italiano.

21 settembre, 2013

La VQR mia, l’altrui

Seguendo su “Roars” la discussione sui verdetti imperscrutabili dell’Anvur, mi rendo conto che quelli ricevuti da me sono piuttosto strani. Risulta “eccellente” questo ipertesto per nulla convenzionale uscito su una rivista da loro ritenuta indegna di classificazione: questo sembra implicare che i referee lo abbiano addirittura letto e si siano concessi un filo di eccentricità.  Risulta “buono” un saggio il cui argomento ho poi sviluppato altrove, uscito negli atti di un convegno internazionale. Ma risulta “limitata” la mia opera di maggior impatto, la traduzione e la cura del libro di J.-C. Guédon dedicato alla crisi dei prezzi dei periodici e alle sue radici storiche e filosofiche – ossia alla critica di buona parte dei pregiudizi professati dall’Anvur.

Sono consapevole che per molti dei miei colleghi la pubblicazione e la valutazione della ricerca non sono un tema della ricerca, ma materia per commercianti e burocrati, come se le idee volassero sul mondo e non camminassero con gambe tecniche, economiche e politiche meritevoli di critica e di indagine – almeno se non vogliamo trasformare le ricerca in materia di commercianti e di burocrati. È dunque non improbabile imbattersi in referee  refrattari: sono stata semplicemente molto fortunata in un caso e mediamente sfortunata nell’altro? Non è dato saperlo.

Però, se in questa follia ci fosse del metodo, in questa mia valutazione si leggerebbe un messaggio: ragazza, noi ti giudicheremmo eccellente o quasi, se solo ti limitassi a scrivere di Platone e di Kant e lasciassi in pace i commercianti e i burocrati.

È un vero peccato che non riesca a fare l’una cosa senza l’altra.

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20 settembre, 2013

L’accesso aperto è legge – in Germania

Ecco il testo della norma appena approvata dal Bundesrat, che entrerà in vigore la settimana prossima:

§ 38 (4) Der Urheber eines wissenschaftlichen Beitrags, der im Rahmen einer mindestens zur Hälfte mit öffentlichen Mitteln finanzierten Lehr- und Forschungstätigkeit entstanden und in einer periodisch mindestens zweimal jährlich erscheinenden Sammlung erschienen ist, hat auch dann, wenn er dem Verleger oder Herausgeber ein ausschließliches Nutzungsrecht eingeräumt hat, das Recht, den Beitrag nach Ablauf von zwölf Monaten seit der Erstveröffentlichung in der akzeptierten Manuskriptversion öffentlich zugänglich zu machen, soweit dies keinem gewerblichen Zweck dient. Die Quelle der Erstveröffentlichung ist anzugeben. Eine zum Nachteil des Urhebers abweichende Vereinbarung ist unwirksam.

Ecco la mia traduzione al volo:

L’autore di un contributo scientifico che ha avuto origine nell’ambito di un’attività di ricerca e insegnamento finanziata almeno per metà da fondi pubblici ed è pubblicato in una collezione che esce periodicamente almeno due volte l’anno ha il diritto -  anche se ha concesso all’editore o al curatore un diritto d’uso esclusivo – di rendere pubblicamente accessibile, dopo la scadenza di dodici mesi dalla prima pubblicazione, il contributo nella versione del manoscritto accettato, fin tanto che non serva a uno scopo commerciale. La fonte della prima  pubblicazione deve essere indicata.  Un accordo divergente a detrimento dell’autore è senza effetto.

La norma, che ricorda l’articolo 42 della nostra legge sul diritto d’autore, libera però anche i molti  che hanno fatto l’errore di cedere i diritti con un accordo firmato esplicitamente, ma spesso inconsapevolmente, all’editore o al curatore di una raccolta o collezione (Sammlung) periodica. Il termine generico Sammlung permette alla disposizione di coprire sia le riviste scientifiche, sia qualsiasi altra forma di pubblicazione almeno semestrale presente e futura.

Visto che nulla obbliga l’autore a render pubblicamente disponibili i suoi testi – la norma gli concede un diritto, e non un dovere – anche i più intransigenti difensori del copyright non potranno aver niente da obiettare. Il diritto dell’autore non è toccato, ed è anzi pienamente difeso: è intaccato solo l’uso predatorio che ne possono fare gli editori, quando lo ricevono in esclusiva dagli – ingenui? -  titolari originari.

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