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Secondo una vulgata diffusa anche fra chi si oppone alle legge 133, il progetto del governo è semplicemente quello di privatizzare il più possibile l’università, in maniera da non doverla più finanziare. Se fosse così il disegno, pur brutale, avrebbe una sua coerenza ideologica, che lo renderebbe in un certo qual modo rispettabile. Ma un gruppo di lavoro della facoltà di scienze politiche  dell’università di Firenze analizzando  con attenzione il testo, ha scoperto che il suo scopo potrebbe essere ben diverso.

Il documento fiorentino dedicato alle implicazioni giuridiche e pratiche della trasformazione delle università in fondazioni meriterebbe di essere letto con attenzione. Per chi non ha voglia di farlo, Minima academica, che è abituata al volontariato di servizio pubblico, ne riassume qui le tesi salienti.

Chi crede che una università-fondazione privata, ai sensi della legge 133, sia più libera di una pubblica si inganna. Basta leggere il comma sesto dell’articolo 16 per rendersi conto che il suo statuto e il suo regolamento di amministrazione e di contabilità sono soggetti ad approvazione da parte del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto  col ministro dell’economia e delle finanze. Se al  ministro lo statuto non piace, l’università se lo deve riscrivere.

Di contro, nel caso dell’università pubblica (legge 168/1989, articolo 6 commi  9 e 10), se il ministro dissente su statuto e regolamenti per motivi di merito o di legittimità, può rinviarli  una volta sola, all’università che li ha approvati Se l’università li riapprova con una maggioranza qualificata, il ministro se ne deve fare una ragione, potendo  solo far ricorso al TAR, ed esclusivamente sulla legittimità. Quindi: mentre l’università pubblica si scrive da sé le sue regole, alla fondazione cosiddetta privata le scriverebbe il governo.

Chi pensa che la presunta privatizzazione dell’università gli permetta di risparmiare sulle tasse, sbaglia. Rimane il finanziamento pubblico (articolo 16, comma 9). Rimane anche la vigilanza ministeriale propria dell’università ente pubblico, il controllo della Corte dei Conti, la possibilità del commissariamento ministeriale in caso di violazione di legge. Si potranno almeno licenziare più facilmente  i baroni? Assolutamente no: lo stato giuridico della docenza,  nella fondazione, rimane lo stesso stato pubblicistico che abbiamo ora. Tutt’al più, forse, con un po’ di pazienza, si potranno licenziare i bidelli, dopo che il loro rapporto di lavoro, in seguito al primo contratto collettivo, sarà diventato privatistico (articolo 16 comma 13),

A che serve questa privatizzazione finta? Non certo a sottrarre alle oligarchie il loro potere – tanto è vero che l’ateneo pubblico (articolo 16 comma 1) può decidere di trasformarsi in fondazione, senza troppe cerimonie, con un voto a maggioranza assoluta dell’organo più baronale che si possa immaginare, il senato accademico.

Si può supporre che, a causa dei tagli al finanziamento  ordinario, questa trasformazione verrà decisa quando si dovrà far entrare qualcuno con i soldi per risanare un bilancio disastrato – per esempio una banca creditrice, qualche ente pubblico locale, o peggio, come potrebbe accadere, scrivono eufemisticamente i fiorentini, “in contesti economicamente arretrati, con élite politiche clientelari o in ambienti manifestamente mafiosi”. L’oligarchia universitaria dovrà fatalmente diventare, da autoreferenziale, collusiva verso l’esterno, entrando in un reticolo di rapporti con politici, banchieri e imprenditori locali – o peggio. Quel che ne verrà fuori sarà più simile alla Kore di Enna che alla Bocconi di Milano. Non sorprendentemente, su questo progetto è d’accordo buona parte della casta politica.

In questo momento, un professore universitario non è obbligato ad essere colluso con le oligarchie politiche ed economiche. Può dire quello che pensa dei politici, degli imprenditori e perfino, sia pure con qualche prudenza, dei colleghi. Minima academica, dietro cui non c’è un barone ma solo un modesto valvassore, in fondo può  ancora scrivere quello che vuole. Ma se la collusione diventasse inevitabile, grazie alle finte fondazioni private,  ai poteri che le controllerebbero, e magari anche grazie a un finta valutazione della ricerca, tutti noi potremmo ridurci così – così corrotti, così vili, così portaborse da non riuscire più  a dire neppure cose come queste.

Sisifo, condannato a un castigo infernale che lo obbliga in eterno a trascinare e ritrascinare lo stesso masso per la stessa china, raffigura miticamente la condizione dell’umanità, se pensata come incapace di progredire. Ma potrebbe anche essere usata come metafora della condizione degli umanisti.

C’è un bellissimo libro di Gabriele Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, uscito postumo, il cui pdf è stato meritoriamente messo on-line e reso accessibile a chiunque. E’ il testamento spirituale di uno studioso insigne. Ma, leggendolo, non si può fare a meno di provare un senso di frustrazione.

Il libro ha delle lunghissime parti espositive, nel quale si riferiscono – certo con grande intelligenza – i dialoghi di Platone. Ha un ricchissimo apparato bibliografico nel quale l’autore riporta- certo con grande erudizione – le opinioni degli infiniti filologi che hanno affrontato le stesse questioni, prima di lui. In una monografia si deve fare così.

Nelle 512 pagine del testo di Giannantoni ci sono, certo, tante cose intelligenti. Ma per scovarle si devono leggere, appunto, 512 pagine, molte delle quali ripetono quello che già si sa, oppure rimandano a opere con le quali confrontarsi è difficile, perché ad accesso chiuso, oppure sepolte in qualche biblioteca cartacea. Il risultato è che non solo l’autore deve fare il lavoro sisifeo di riportare, per lo più, pietre che già altri hanno rotolato, ma che la stessa fatica viene inflitta anche al lettore.

Il nostro lavoro potrebbe invece essere organizzato meglio a più strati, così:

  1. il testo di Platone
  2. il lavoro esegetico dei filologi, riconosciuto da motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo
  3. le teorie filosofiche costruite a partire da Platone o in dialogo con lui, sempre riconosciute con motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo.

Sarebbe bello, in altre parole, avere una specie di Technorati platonico. Certamente, ci sarà molto disaccordo su che cosa collocare nello strato 2 e nello strato 3, ma tutti gli interessati avranno finalmente la possibilità di votare per stabilire se questioni molto dibattute ma risolvibili definitivamente solo con una seduta spiritica o una macchina del tempo – come per esempio qual è esattissimamente l’ordine dei dialoghi o se essi siano o no al servizio di una ipotetica dottrina non scritta – siano il cuore degli studi platonici.

Nel libro di Giannantoni c’è una cosa interessante, meritevole di essere sviluppata. Nel Protagora, Socrate e il sofista stanno discutendo su come discutere, Il primo trova poco utili all’indagine i lunghi discorsi monologici – monografici, verrebbe voglia di dire – del secondo. Protagora, da studioso affermato e poco desideroso di mettersi in gioco, risponde che non si fa certo dettare il modo di disputare dall’interlocutore. Viene proposto di eleggere un arbitro o un presidente:

 

Socrate respinge questa idea con l’argomento che un personaggio del genere, non potendo essere certo inferiore ai contendenti (perché non sarebbe all’altezza del compito), né loro pari (perché sarebbe inutile), dovrebbe essere superiore: ma chi è più “sapiente” di Protagora o a lui superiore? In realtà un arbitro non ha senso in una libera e comune indagine. (p. 66. corsivo mio)

 

Ora, su che cosa si basa la nostra valutazione della ricerca? Su arbitri e su presidenti, spesso nominati o autonominati sulla base delle loro capacità organizzative e dei loro contatti con gli editori. Un arbitro ha certo senso in una partita di calcio: ma ha senso in una libera e comune indagine? Gabriele Giannantoni, con finezza, risponde di no. Non si tratta, infatti, di vedere, chi segna più goal sulla base di regole date, ma di inventare e di renderne comuni nuove regole e nuovi giochi.

Questo cercavano di fare Socrate e Platone. Nessuno dei due ha mai pensato di dirlo con una monografia.

Come racconta questo articolo del fisico Pietro Greco, che ho scoperto grazie a una rivista fai-da-te, la scienza moderna nasce con un gesto comunicativo rivoluzionario: nel 1610 Galileo Galilei pubblica il suo Sidereus Nuncius presso una piccola tipografia veneziana, spostando così il foro competente della discussione scientifica al pubblico istruito, fuori dalla cerchia clericale.

Dopo Galileo Galilei sono successe molte cose. L’Italia si attarda tuttora sul modello ottocentesco della comunità accademica autoreferenziale e oligarchica, di cui mi diverto a raccontare qui, anche perché negli anni ‘60 del secolo scorso ha scelto – unica fra i paesi industriali – la via dello sviluppo senza ricerca. Gli Stati Uniti d’America – seguendo i consigli di Vannevar Bush – e gli altri paesi sviluppati imboccarono invece la strada del finanziamento pubblico alla ricerca scientifica.

Il risultato – dice Pietro Greco – è che oggi la ricerca scientifica si trova in una fase post-accademica, sempre più intrecciata con la società: le sue scelte dipendono sempre più dalla politica e dall’economia, ora virtuosamente ora perversamente. E, soprattutto, il modo in cui viene – o non viene – comunicato e condiviso il sapere è diventato cruciale.

Di più: se la ricerca scientifica è una scelta strategica, e se i destini della ricerca sono decisi in sede politica e economica, la comunicazione – e la selezione – del sapere diventano esse stesse una questione politica.

Una questione che può essere decisa soltanto in due modi: oligarchico o democratico. La ricerca non può essere ridotta alle leggi che ha già consolidato, perché deve scoprire cose nuove o, meglio, ricombinare in modo nuovo cose vecchie. Allora, chi deve prendere le decisioni?

Platone, che se lo chiedeva per la sua città, è stato accusato di essersi fatto la domanda sbagliata: non importa chi decide, bensì come si decide. Platone, per la politica, proponeva una soluzione aristocratica. Ma la sua regolazione della scienza era molto diversa: anche se c’è chi capisce di più e chi di meno, decidono tutti. Una soluzione oligarchica, che limitasse la discussione e la circolazione dell’informazione, metterebbe semplicemente i pregiudizi dei pochi al posto dei pregiudizi dei molti.

Pietro Greco teorizza due modelli di diffusione del sapere: quello del Rio delle Amazzoni e quello di Venezia. Nell’uno l’acqua del sapere scende dall’alto verso il basso, nell’altro, similmente a quanto teorizzato da Kant nel suo scritto sull’Illuminismo, circola allo stesso livello per una miriade di canali e canaletti, di isole e isolette, di ponti e ponticelli.

Il sistema della pubblicazione ad accesso aperto, facendo a meno delle barriere e delle mediazioni, è dunque molto veneziano. Potremmo approfittarne per diventare post-accademici perfino noi.

Molti ricordano l’illuminista tedesco Gotthold Efraim Lessing per la favola dei tre anelli. Il testo che ho qui tradotto – Leben und leben lassen – è invece assai meno noto: lo conoscono, tutt’al più gli storici del diritto d’autore. Questi lo considerano, solitamente, come uno dei tanti gradini che conducono alla – scontata, inevitabile – affermazione della proprietà intellettuale.

Lessing, in realtà, non scriveva cose scontate – soprattutto perché, nella sua epoca, la proprietà intellettuale non era affatto scontata.

Nella Germania del ‘700 non esisteva il copyright e perdurava il regime del privilegio, cioè di un monopolio sulla stampa di testi ottenuto grazie a una concessione del potere politico. Il privilegio, per quanto di solito illimitato nel tempo, era assai limitato nello spazio: essendo frutto di una concessione politica, valeva solo nel territorio dello stato che lo aveva dato. Poiché gli stati tedeschi erano una miriade, per ristampare un testo senza l’autorizzazione del primo detentore del suo privilegio, ma legalmente, bastava valicare un confine.

In questo gioco, gli autori avevano la parte peggiore: dato che il privilegio veniva concesso all’editore sulla stampa e non allo scrittore sull’opera, l’autore doveva rassegnarsi a vendere per un boccon di pare il suo manoscritto a un libraio-stampatore, e a cercarsi qualche altro introito, in una umiliante dipendenza dal mecenatismo dei potenti e da attività collaterali.

Lessing voleva che lo scrittore diventasse economicamente autonomo.

In questo compito, il primo passo da compiere era quello di attribuire all’opera dell’autore un senso economico. Lessing lo fece applicando alle opere dell’ingegno la teoria lockeana della proprietà: può dirsi legittimamente mio tutto quello che è venuto ad essere in virtù del mio lavoro.

Questa idea era già stata usata da altri. Lessing, però, si rende conto che questa posizione ha due limiti. In primo luogo, come facciamo a invocare la nostra proprietà intellettuale su oggetti che è impossibile recintare? Per quanto un autore possa lamentarsi, una volta che il suo testo è stato reso pubblico, esso può essere riprodotto. Non esiste un modo semplice per impedirlo.

In secondo luogo, è davvero utile per gli autori trattare le loro opere come una proprietà, trasferibile all’editore con una mera compravendita? Una volta che lo scrittore ha ceduto all’editore il suo testo, al modo in cui viene ceduto un oggetto materiale, chi è che trae profitto dalla sua vendita? La risposta è ovvia: esclusivamente l’editore. Perché, dunque, offrirgli l’arma di una proprietà intellettuale che, pur essendo fondata sulla creatività dell’autore, finisce per difendere esclusivamente i suoi interessi? I diritti d’autore, tanto cari agli editori una volta che li abbiamo acquisiti, non sono affatto identici ai diritti dell’autore come lavoratore.

La questione va dunque riformulata: come garantire all’autore una remunerazione, in un mondo in cui copiare è facile, e nel quale i mediatori di mercato tendono a fare esclusivamente i loro interessi?

Questa è una domanda settecentesca, ma tuttora molto attuale, perché oggi, per diverse ragioni, siamo tornati a una situazione parzialmente simile a quella della Germania del XVIII secolo.

Lessing propone una forma di stampa su prenotazione, i cui proventi devono essere divisi equamente fra tipografo, autore ed editore, e che deve essere basato su una preliminare circolazione libera e a basso costo del meglio di quanto lo scrittore ha intenzione di comporre, se ci sarà richiesta sufficiente. Questo comporta che, per quanto le opere possano poi venir ristampate senza autorizzazione, la loro prima edizione avvenga sempre solo se è tale da garantire un ragionevole profitto.

E ha un altro vantaggio: in un sistema in cui prima si stampa e poi si offre alla vendita – nota Lessing – le recensioni dei libri, pur essendo un momento essenziale di valutazione, sono esposte, per motivi commerciali, alle pratiche poco trasparenti che anche noi ben conosciamo. Nel progetto di Lessing, di contro, sarebbe l’interesse dei lettori sottoscrittori a rendere un testo meritevole di stampa, e dunque commerciale. Non viceversa. E dopo la prima edizione, ci si potrebbe addirittura permettere di lasciare che le opere circolino liberamente.

Il progetto di Lessing è interessante anche per noi. I diritti dell’autore non si potrebbero difendere in modo più intelligente se rinunciassimo alla retorica della proprietà intellettuale e al suo tintinnio di manette?

La valutazione retroattiva della ricerca – sul modello del tribunale di Atene – non è un’invenzione di accademici minimi, o anche medio-massimi, insoddisfatti del peer review tradizionale. C’è una istituzione letteraria dell’età della stampa – la recensione – nata proprio per assolvere a questo scopo, perfino in epoche in cui i costi delle pubblicazioni erano talmente alti da rendere inevitabile la selezione editoriale.

Prima si pubblica e poi si valuta. Non viceversa. Perché due giudici frettolosi, nel segreto della loro camera di consiglio, non sono in grado di giudicare meglio di una moltitudine che ha tutto il tempo del mondo.

Le recensioni, dunque, sono una forma di valutazione retroattiva. Sarebbero anzi la valutazione più seria, perché per farle è indispensabile leggere ciò di cui si vuol parlare, anziché affidarsi a elementi spuri connessi alla sede di pubblicazione, come il fattore d’impatto o la fama dell’editore. E perché la recensione è una valutazione pubblica, fatta da uno studioso non anonimo e sottoposta alla pubblica discussione – cioè a una vera revisione da parte dei pari.

Però nell’ambiente del dialogo impossibile, le recensioni si scrivono per favorire gli amici. Ogni altro uso viene considerato ostilmente. In questo ambiente, dunque, le recensioni saranno inevitabilmente insincere, scritte in fretta e male da giovani che sembrano vecchi e che, anche quando usano la rete, non sanno andare oltre Microsoft Word. Né sorprende che la valutazione della ricerca – quella che dovremmo compiere noi, quando facciamo ricerca – venga affidata a calcoli quantitativi o comitati speciali.

Quando una oligarchia delibera nel buio dei corridoi, al di là delle regole e degli scopi che dovrebbero giustificare il suo potere, il confronto non può avvenire alla luce del sole. La politica accademica, in fondo, è solo un caso particolare, microcosmico, della politica italiana. Per questo da noi la scelta del professor Prodi sembra coraggiosa e degna d’ammirazione, anche se altrove sarebbe apparsa normale.

Il cosiddetto Web 2.0 ci offrirebbe gli strumenti per riportare la discussione alla luce del sole. Ma, in questo momento, quale autorità accademica potrebbe accettare che un articolo interattivo in un blog di ricerca “valga come pubblicazione“?

Che fare? Noi, che siamo accademici minimi, abbiamo preso una rivista accademica seria, che fa il peer review in doppio cieco, come “Studi cartacei” non riuscirebbe mai, e ci abbiamo aggiunto una interfaccia blog, che permette agli utenti registrati di commentare e valutare quello che pubblichiamo sulla rivista. Il lettore può scegliere quale interfaccia guardare.

E ora staremo a vedere che succede.

Non ti pare brutto e grave segno di incultura (apaideusìa) l’essere necessitati a servirsi di un giusto importato da altri, come padroni e giudici, per insufficienza del proprio? (Platone, Repubblica, 405b)

Quando Platone, nel terzo libro della Repubblica, metteva in bocca al suo Socrate queste cose, stava facendo una critica culturale e politica alla democrazia diretta del suo tempo, che era, come la sua repubblica, una comunità totale – cioè etica, religiosa, scientifica e politica. Ma una comunità totale che debba continuamente ricorrere a leggi minuziose e giudici, perché i suoi cittadini non sono altrimenti in grado di capire che cosa è giusto o no, è un organismo fragile e dispotico. Platone, antidemocratico, è in questo d’accordo col democratico Pericle: la democrazia ha bisogno di paideia – di cultura nel senso forte del termine.
In una democrazia indiretta, in una comunità parziale ove il potere è concentrato e non diffuso, occorrerebbero invece giudici autonomi e leggi chiare – oltre che la cultura per rispettarle. Ma la critica di Platone rimane appropriatissima per la repubblica della scienza: non è un grave segno di incultura, nella comunità del dialogo impossibile, dover ricorrere, per giudicare la nostra ricerca, a comitati di valutazione e a liste di eccellenza perché non abbiamo più la capacità di farlo da noi, magari usando gli strumenti del Web 2.0?

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