Posts tagged ‘Kant’

15 dicembre, 2012

L’Illuminismo su Wikipedia

Gli accademici, se non vogliono fare eco a Umberto Eco, hanno un modo semplice per migliorare Wikipedia: scriverla.

Si obietterà:  Wikipedia non appartiene al novero delle pubblicazioni “serie”, cioè, in Italia, insignite dell’apposito bollo da parte del governo.  Per questo chi scrive per essere letto non disdegnerà Wikipedia, mentre chi scrive per fare carriera preferirà circoli più costosi e privati.  Ma chi, nel mezzo, pensa che una carriera accademica si accompagni col merito solo se affronta la sfida dell’uso pubblico della ragione, può, semplicemente,  pubblicare con un editore tradizionale, adottando però una licenza Creative Commons  by  o by-sa.

Da qualche giorno su Wikisource è disponibile, oltre a una mia traduzione di Fichte che è parte di un progetto più ampio, anche la versione italiana della Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? originariamente pubblicata da Firenze University Press entro il volume I. Kant, Sette scritti politici liberi. Aggiungerò via via, nei ritagli di tempo, anche le mie traduzioni degli altri scritti politici kantiani. Non avevo in mente Wikipedia, quando ho cominciato a tradurre Kant:  avevo però scelto, fin dall’inizio, la licenza giusta.

5 luglio, 2012

Accesso aperto: le responsabilità degli studiosi

Sono stata intervistata da “Linguaggio macchina”, qui.  Sull’ulimo numero “Cosmopolis” c’è un mio articolo, dal titolo I collegi invisibili: politica e sapere ai tempi di Internet. E ho appena depositato nell’archivio Marini questo testo: Ecologia dell’informazione: un argomento politico kantiano.

Il terzo  saggio, che rielabora idee già presenti nell’introduzione alla mia traduzione di Kant, è uscito in un libro ad accesso chiuso. Ma. come già spiegato, è perfettamente legale renderlo disponibile in rete, se si ha l’accortezza di non firmare accordi che restringono quanto, per legge, sarebbe nella facoltà dell’autore.

Sono testi scritti non solo  per dire, ma per fare quello che dicono. Con questa speranza, li lascio liberi.

18 luglio, 2011

L’uso anonimo della ragione

A me non disturba l’anonimato in rete. Non mi disturba neppure l’anonimato di questo signore.

Teoricamente, se un’idea è buona, riesce a superare l’individualità e a farsi collettiva. Merita apprezzamento anche se viene da un uomo senza faccia. Ludwig Edelstein, in un articolo del 1961, purtroppo offerto ad accesso chiuso e a un prezzo sproporzionato da una sedicente organizzazione non a scopo di lucro, spiegava l’anonimato di Platone – il suo nascondersi dietro i personaggi dei dialoghi  – con la volontà di far emergere le idee al posto dell’uomo e la comunità di conoscenza con il suo auctor al posto del singolo.

Julie Zhou, usando il mito dell’anello di Gige del secondo libro della Repubblica, ha attribuito a Platone una tesi molto lontana dal suo testo: che quando si è spinti ad andare in rete con nome e cognome, come su Facebook, ci comportiamo in modo più etico, grazie al controllo sociale. Questo argomento  – per il quale sembra irrilevante che le chiavi del controllo siano in mano a un’azienda privata che può sapere di noi molto più di quanto noi possiamo sapere di lei -  è presente nella Repubblica solo come limite da superare: è possibile una giustizia che ci faccia diventare custodi di noi stessi, anziché dipendenti dallo sguardo altrui? E’ possibile una coscienza che abiti nella nostra anima, e non negli occhi della gente?

Se però non si parla di teoria e di coscienza, ma di politica – nel suo senso moderno  – bisogna valutare gli effetti dell’anonimato non su noi stessi, ma sugli altri. Più di due secoli fa, in uno scritto molto famoso, sotto una monarchia assoluta, Kant invocava la libertà dell’uso pubblico della ragione – la libertà per chiunque di spogliarsi della sua veste di funzionario di uno stato o di un partito, di membro di una chiesa, di dipendente di una azienda, per dire quanto pensava come essere razionale nella comunità senza confini di tutti gli esseri razionali.

Questa libertà, per Kant, aveva due scopi, uno prossimo, culturale, e l’altro remoto, politico.

Lo scopo culturale era rendere la gente capace di ragionare autonomamente. Se in un mondo di conformismo, pigrizia e paura qualcuno si alza in piedi e dice quello che pensa,  a qualcun altro può venire in mente che il pensiero unico non è necessariamente l’unico pensiero.

Lo scopo politico era rendere i sudditi capaci di essere cittadini  Se la gente non ha imparato a ragionare da sé, ogni rivoluzione, ogni mutamento di regime si risolve in un mero avvicendamento fra manipolatori.

E’ possibile un uso pubblico della ragione che sia anche anonimo?

Il mugugno, il libello, la scritta sul muro o anche tor  servono a sopravvivere in regimi autoritari e informativamente asimmetrici. Sanno però ottenere gli scopi che giustificano la libertà dell’uso pubblico della ragione?

A me sembra di no. Chi, in un discorso politico, parla da anonimo parla da minorenne e non aiuta gli altri a crescere, perché suggerisce che presentarsi come maggiorenni che osano essere franchi sia pericoloso – che, dunque, non esista uno spazio per l’uso pubblico della ragione  e sia impossibile. diventare, da sudditi, cittadini. I libelli possono preparare le rivoluzioni, ma le rivoluzioni si fanno altrimenti.  Dal mio punto di vista, questa critica all’anonimo italiano più celebre del momento è ben fondata.

1 luglio, 2011

“Immanuel Kant, Sette scritti politici liberi” è in stampa

Per chi pensa che la pubblicazione ad accesso aperto nell’università italiana debba attendere secoli.

Per chi crede che gli editori possano sopravvivere solo abbarbicati ai monopoli della conoscenza.

Per chi è convinto che l’open access sia sinonimo di cattiva qualità scientifica.

I. Kant, Sette scritti politici liberi

Firenze University Press

Chi vuole comprarsi il volume cartaceo deve cliccare sull’immagine. Chi vuole soltanto leggere Kant, confrontare la mia versione con quella tedesca, approfittare delle mie annotazioni o migliorare la mia traduzione dispone dell’ipertesto ad accesso aperto, al solito indirizzo.

21 maggio, 2011

Ovviamente, Kant

- Non avrei mai immaginato che un filosofo del ’700 potesse dire cose per noi tanto ovvie! -

Questa frase, se fosse stata proferita da un vecchio professore, avrebbe liquidato Kant come un pensatore ormai poco originale. Ma in bocca alla studentessa da cui l’ho udita era un elogio stupito.

Kant diceva tante cose che meriterebbero di essere condivise da queste parti, per esempio sulla differenza fra l’uso della ragione in veste di dipendenti stipendiati e in veste di pensatori indipendenti, o sulla libertà dell’elaborazione e della discussione pubblica contro i signori della proprietà intellettuale – della quale non è stato né anticipatore né teorico -,  o sul rischio a cui si espone il governante che disconosce lo stato di diritto per farsi una giustizia su misura, o sulla trasparenza del potere.  Se  diventassero  ovvie, sarebbero più forti, ricevendo carne, sangue e gambe per tornare a camminare nel mondo. Non ci si ribella per le originalità con le quali i professori cercano di distinguersi l’uno dall’altr0, ma quando sentiamo lesi diritti che abbiamo imparato a trattare come elementari.

Nel secolo scorso l’ovvio era un’esclusiva dei mezzi di comunicazione di massa unilaterali, con i loro messaggi ripetitivi e semplificati. Un ovvio  precluso a Kant, pensatore complesso e astratto con qualche problema con la censura prussiana e una vocazione divulgativa scarsa

Ma ora la rete gli offre la possibilità di un ovvio più lento e più profondo,  che si ottiene lasciando circolare liberamente i suoi testi, in originale e in traduzione, e facendoli discutere non solo nelle oligarchie accademiche, ma fra tutti coloro che hanno un interesse genuino a farlo – l’ovvio che è la carne e il sangue delle idee, quando gli viene data la forza di confrontarsi col pubblico, e di rimanere nel pubblico.  Fra il teledipendente illetterato e l’academic star autoreferenziale si è creato lo spazio per qualcosa di ricco e di stupendo.

Uno spazio in cui Kant può  diventare ovvio, e non offendersi.

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