Posts tagged ‘monopolio’

16 agosto, 2011

Pirati ed eretici

Valdo o Valdesio da Lione è stato un eretico per la chiesa romana e un fondatore per quella valdese. La sua storia, raccontata dell’inquisitore Etienne de Bourbon, si può leggere in traduzione qui o su Reti medioevali – uno dei primi siti universitari italiani a praticare la pubblicazione ad accesso aperto.

Valdo era un uomo ricco ma non  colto, che fu preso dal desiderio di capire che cosa volessero dire quei vangeli la cui lettura aveva ascoltato tanto spesso. Nell’Europa medioevale le scritture circolavano in una lingua che la gente non parlava più. Valdo si fece tradurre i vangeli in volgare, li imparò a memoria, e cominciò a ripeterli e farli ripetere ad altri. Così, scrive l’inquisitore:

costoro, uomini e donne, ignoranti e privi di cultura, spostandosi da un paese all’altro e visitando le case e predicando nelle piazze e addirittura nelle chiese incitavano gli altri a far lo stesso. Dal momento che per la loro sconsiderata ignoranza diffondevano nel territorio numerosi errori e davano scandalo, furono chiamati dall’arcivescovo di Lione, che si chiamava Giovanni, il quale inibì loro di intromettersi nelle Sacre Scritture illustrandole e predicando.

Ma essi ricorsero alla risposta data dagli apostoli ed il loro maestro, sostituendosi nella carica a Pietro, con la stessa risposta data ai principi dei sacerdoti disse «Più che agli uomini è a Dio che si deve obbedire», a Dio che ordinò agli apostoli: «Predicate il Vangelo a tutte le creature», come se il Signore avesse detto loro quanto aveva detto agli apostoli i quali, nonostante il mandato avuto, non presunsero di predicare fino a quando non furono illuminati dalla scienza più perfetta e piena e non ricevettero il dono di tutte le lingue.

E cosi costoro, Valdesio ed i suoi, si resero dapprima disubbidienti per la loro presunzione e per aver usurpato indegnamente le funzioni degli apostoli. e poi, resisi ostinati, furono colpiti dalla sentenza di scomunica.

Nel Medioevo la religione era il valore che dava senso alla vita e giustificava ogni sacrificio. Valdo voleva che questo valore fosse accessibile a tutti: mettere le mani sulle scritture era dunque essenziale.

L’accesso alle scritture non era protetto dal  copyright ma da un principio d’autorità che le affidava ai pochi, chiedendo ai molti di ridursi a consumatori passivi. Così il lionese divenne un eretico: il suo pauperismo  poteva essere tollerato, la sfida all’autorità no, soprattutto se armata delle parole di quelle scritture che si volevano contraddittoriamente universali ed esclusive.

Nel Medioevo, l’autorità sfidata dagli eretici era religiosa. La religione era l’orizzonte dell’uomo: l’autorità suprema, per essere tale, doveva parlare il suo linguaggio.  Nel nostro mondo, in cui si chiedono “sacrifici” in nome del debito e non in quello di Dio, l’orizzonte ultimo è l’economia: chi oggi vuole mettere le mani sui testi per renderli accessibili a tutti si trova di fronte un’autorità non più religiosa, bensì economica.

Questa autorità ha la forma di un monopolio commerciale, detto copyright. Mentre l’inquisitore medioevale voleva riservare le scritture a chi aveva il carisma apostolico, cioè all’istituzione ecclesiastica, oggi le si vorrebbe riservare a chi è benedetto dal carisma economico, cioè ha i soldi per pagare. Alla colpa suprema del Medioevo, l’eresia, si è sostituito il “furto”. Oggi Valdo verrebbe trattato come un “pirata” e non come un eretico.

Come racconta Etienne de Bourbon, i seguaci di Valdo risposero all’arcivescovo di Lione, che voleva impedir loro di predicare, con una frase che avevano imparato dagli Atti degli Apostoli (5.29): “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Questo passo ha giustificato nei secoli l’esercizio di un diritto di resistenza cristianamente ispirato, ma non sarebbe stato citabile se l’accesso alle scritture fosse stato libero. Quando la parola di Dio è privilegio dei pochi, tutti gli altri, privi degli strumenti per giudicare della validità del loro carisma, hanno a che fare soltanto con uomini. L’espressione “eresia”, applicata a questo caso, è tanto propagandistica quanto quella di “furto” applicata alle violazioni del copyright.

Il copyright è un monopolio sulla stampa dei testi, che l’indebolimento politico delle monarchia britannica nell’ultima fase dell’età moderna trasferì dal sovrano ai sudditi. Un suddito non poteva avere l’autorità di un re: per questo il copyright nacque e rimase temporaneo. Si provvide a dargli una giustificazione economica, fondata sull’idea che – in un sistema in cui la stampa era un investimento centralizzato e costoso – solo la prospettiva di un monopolio avrebbe incentivato gli autori a produrre opere dell’ingegno. Anche questa giustificazione, però, si espone a contestazioni in termini economici: siamo sicuri che il sistema migliore per compensare gli autori sia rendere le loro opere di difficile accesso?

Se la giustificazione economica cade, rimane solo un principio d’autorità, descritto come proprietà, quando ha piuttosto a che vedere con un monopolio temporaneo figlio della prerogativa regia. Etienne de Bourbon non avrebbe mai descritto Valdo come un ladro: il carisma apostolico non è qualcosa che si possa vendere e comprare, ma una grazia personalmente conferita e non trasferibile – proprio come l’originalità individuale che pure è assunta fra le giustificazioni della “proprietà” intellettuale. Il linguaggio intenzionalmente sciatto della propaganda contemporanea contiene imprecisioni che avrebbero fatto orrore a un inquisitore medioevale.

Un ladro non discute il diritto di proprietà: si limita a fare un’eccezione per se stesso, confortato dal fatto che gli oggetti di proprietà non portano il nome dei proprietari impresso a fuoco, perché sono, per loro natura, cose anche legittimamente trasferibili. Un “pirata” coerente sfida, di contro, l’autorità economica detta monopolio: è dunque, più propriamente, un eretico, e così dovrebbe essere chiamato da chi crede nel carisma economico del copyright.

I valdesi ottennero l’emancipazione civile solo il 17 febbraio 1848, quando la religione aveva ormai perso buona parte della sua importanza politica.  C’è solo da augurarsi che per l’emancipazione del sapere non avvenga lo stesso.

Stemma valdese

30 marzo, 2011

Copyright e censura

Che il copyright sia un discendente del monopolio e della censura è cosa che interessa per lo più   i giuristi e gli storici della cosiddetta proprietà intellettuale. Anche le vicende contemporanee che contribuiscono a rivelarne l’imbarazzante parentela, e che ho raccontato qui, sono usualmente note solo a pochi specialisti, perfino quando contrappongono al copyright la libertà dell’informazione, come nel caso di Alan Cranston contro l’editore americano di Adolf Hitler, o quella della ricerca, come nel caso delle traduzioni inglesi di Simone de Beauvoir.

Noi italiani, però, abbiamo la fortuna di godere di un’illustrazione facile ed evidente dell’archeologia del copyright. In una trasmissione Mediaset, una sedicente aquilana terremotata racconta che la sua città è ormai felicemente ricostruita.  Nulla di quanto riferisce è vero.  La cosa, scoperta in rete,  grazie alla rete si diffonde, tanto da costringere chi conduce il programma a replicare.

Siamo di fronte a un caso di disinformazione degno della Corea del Nord? Oppure stiamo interpretando malevolmente qualcosa noto fin dall’inizio come una messinscena televisiva? Per rendersene conto sarebbe necessario  vedere personalmente la parte della trasmissione di cui si discute.  E’ possibile farlo?

In questo momento, il video è ancora presente su Youtube solo grazie all’elaborazione di un partito, cioè di una fonte dichiaratamente di parte. Quanto è stato caricato da persone comuni è stato rimosso per violazione del copyright. E’ censura, questa? Assolutamente no. Come direbbe Shakespeare, fa la stessa cosa, ma con un altro nome.

 

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