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21 marzo, 2012

Solo per i tuoi occhi

Non è inevitabile che una valutazione della ricerca, per quanto fatta da una gerarchia nominata dal governo, sia un esercizio di censura: quando la ricerca è finanziata da uno stato che si dice democratico, il contribuente ha il diritto di conoscere come vengono spesi i soldi delle sue imposte. Democrazia, però, richiede che i cittadini possano accedere a un’informazione trasparente e liberamente criticabile. Per questo l’uso pubblico della ragione deve essere libero nelle università, quando i professori parlano come studiosi, e anche –  soprattutto – altrove.

La pubblicità dei dati è una condizione di questa libertà. Come facciamo a capire se le università lavorano, o lavorano bene o male, se non sappiamo che cosa fanno?

L’accesso del cittadino a quanto viene prodotto con il suo denaro non sostituisce il giudizio degli esperti. I fisici delle alte energie che hanno reso pubblico un risultato controverso come la velocità superluminale dei neutrini si rivolgevano soprattutto ai colleghi in grado di discutere e di falsificare la loro scoperta. Il loro dibattito, però, ha fatto conoscere a tutti noi la parte più importante della scienza, che è – ora come duemilacinquecento anni fa – il processo e non il risultato. L’ArXiv con le sue discussioni ad accesso aperto ci aiuta a comprendere come e per che cosa opera chi stiamo finanziando.

Quando l’accesso a un testo risponde a un interesse collettivo alla conservazione e alla pubblicità, il diritto italiano offre uno strumento che prevale sul copyrightil deposito legale obbligatorio. Proprio per questo, le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ricevono e rendono consultabili le copie di tutti i documenti italiani destinati all’uso pubblico,  non sono covi di pirati. Né è pirateria obbligare i dottorandi a depositare una copia della loro dissertazione in un archivio istituzionale aperto.

La valutazione della ricerca in corso in Italia impone a ciascun docente universitario di depositare tre suoi testi, usciti fra il 2004 e il 2010, in un sito che i cittadini vedono così,  secondo un regolamento sul copyright che ignora il deposito legale.

Per inserire i nostri lavori nell’archivio blindato del Miur occorre possederne il copyright. Non è un problema, per i pochi di noi che pubblicano ad accesso aperto. E’ invece una complicazione per il moltissimi abituati a regalare il loro lavoro e i loro diritti ai latifondisti della conoscenza

L’Anvur si impegna a conservare i testi lontano dagli sguardi in un archivio chiusissimo, proteggendo i libri con DRM, per il tempo necessario alla valutazione della ricerca, e a distruggere tutto subito dopo. Le nostre opere avrebbero potuto essere il seme di un database italiano e pubblico, indipendente da quelli mantenuti dalle multinazionali dell’editoria scientifica, ma il copyright è più importante. Per cancellare documenti digitalizzati non c’è bisogno del fuoco; nondimeno, farlo per esempio nella  notte del 10 maggio 2013 avrebbe un suo significato simbolico.

Come nei film di spionaggio, anche i valutatori devono distruggere i file dopo averli giudicati. Come verranno gestiti i ricorsi, una volta eliminata la base documentale? Con la licenza di uccidere?

Anvur 007: for your eyes onlyL’ossessione per il copyright – pressoché identico, in questo caso, alla rendita degli editori – ha partorito un altro tribunale di Kafka. I database da cui si ricavano gli indici bibliometrici sono chiusi, parziali e proprietari, i revisori delle singole opere sono anonimi – anche se l’Anvur sembra conoscere bene i rischi di questa scelta (*) – e i testi sono segretissimi ed effimeri. L’intero processo è una scatola nera che vomiterà pubblicamente il verdetto sulle strutture, con un velo di privacy a coprire i giudizi sui singoli ricercatori.

Fatta così, la valutazione della ricerca è un opaco esercizio di potere in un ambito a cui la nostra costituzione, scritta da chi aveva memoria dei roghi dei libri e della scienza di stato, riserva una speciale libertà. La trasparenza della pubblicità – di un archivio aperto e universalmente accessibile dei testi valutati – avrebbe temperato, grazie al controllo della stampa e dell’opinione pubblica colta, il suo carattere strutturalmente autoritario. Ma si è preferito sacrificare gli interessi dei ricercatori che credono nel loro lavoro e dei cittadini che pagano le tasse alle rendite degli editori.

Chi pubblica ad accesso aperto può però mostrare che un altro mondo è possibile. Anche se siamo costretti a depositarli nell’archivio nero dell’Anvur, i nostri testi sono tuttavia pubblici. Per gettar luce su una parte della procedura, ci basta dire quali delle nostre opere abbiamo sottoposto all’Anvur. Le mie, per esempio, sono qui, qui e qui. Potete leggerle senza distruggerle.

(*) Si veda il secondo paragrafo di questo articolo di Antonio Banfi.

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