Posts tagged ‘vqr’

21 settembre, 2013

La VQR mia, l’altrui

Seguendo su “Roars” la discussione sui verdetti imperscrutabili dell’Anvur, mi rendo conto che quelli ricevuti da me sono piuttosto strani. Risulta “eccellente” questo ipertesto per nulla convenzionale uscito su una rivista da loro ritenuta indegna di classificazione: questo sembra implicare che i referee lo abbiano addirittura letto e si siano concessi un filo di eccentricità.  Risulta “buono” un saggio il cui argomento ho poi sviluppato altrove, uscito negli atti di un convegno internazionale. Ma risulta “limitata” la mia opera di maggior impatto, la traduzione e la cura del libro di J.-C. Guédon dedicato alla crisi dei prezzi dei periodici e alle sue radici storiche e filosofiche – ossia alla critica di buona parte dei pregiudizi professati dall’Anvur.

Sono consapevole che per molti dei miei colleghi la pubblicazione e la valutazione della ricerca non sono un tema della ricerca, ma materia per commercianti e burocrati, come se le idee volassero sul mondo e non camminassero con gambe tecniche, economiche e politiche meritevoli di critica e di indagine – almeno se non vogliamo trasformare le ricerca in materia di commercianti e di burocrati. È dunque non improbabile imbattersi in referee  refrattari: sono stata semplicemente molto fortunata in un caso e mediamente sfortunata nell’altro? Non è dato saperlo.

Però, se in questa follia ci fosse del metodo, in questa mia valutazione si leggerebbe un messaggio: ragazza, noi ti giudicheremmo eccellente o quasi, se solo ti limitassi a scrivere di Platone e di Kant e lasciassi in pace i commercianti e i burocrati.

È un vero peccato che non riesca a fare l’una cosa senza l’altra.

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18 luglio, 2013

VQR: per gli occhi di nessuno

Poco più di un anno fa, criticando l’avventurosa segretezza della valutazione della ricerca italiana, avevo reso pubblico l’elenco delle tre opere – tutte ad accesso aperto –  che avevano varcato l’oscura soglia dell’Anvur.

Vi piacerebbe sapere come sono state valutate?

Dovrete tenervi la curiosità:  non lo so neppure io.  I dati aggregati del mio settore, entro il mio dipartimento, non sono stati resi pubblici “per privacy“: siamo così pochi che le nostre valutazioni individuali sarebbero indovinabili. Per lo stesso motivo non siamo inseriti in classifica – anche se, dopo aver fatto un po’ di conti sulle tabelle dell’Anvur, sono “quasi” in grado di dire quali colleghi pisani  hanno uno o più lavori marchiati come  “limitati”.

Il punto, però,  è un altro:  che senso ha una valutazione della ricerca non solo condotta da funzionari nominati direttamente o indirettamente dal governo, ma sottratta all’uso pubblico della ragione perfino nei suoi risultati? Le classifiche anvuriane, senza i responsi dei referee e mutilate “per privacy“, indicano davvero qualcosa di significativo? E inoltre, in un mondo che ha già mostrato di non essere immune al conflitto d’interessi, come facciamo a escludere che, nel sancta sanctorum dell’Anvur, qualcuno abbia ceduto alla tentazione di cantarsele e  suonarsele?

La pubblicità avrebbe aiutato sia a controllare il conflitto d’interessi, sia a stemperare l’autoritarismo dell’intera procedura.  Ma si è preferito fare in modo che la valutazione della ricerca scientifica non sia per nulla scientifica, neppure quando, come nel mio caso, i ricercatori temono molto più le segrete dell’Anvur che l’uso pubblico della ragione. Compulsiamo dunque le nostre graduatorie, e godiamoci l’imbuto.

Aggiornamento

Pare  che a partire dal 20 settembre l’esito di tanta valutazione sulle singole opere verrà comunicato, ma esclusivamente agli autori.  Se mi sarà lecito rendere pubblici i miei giudizi – dovrebbe esserlo, se è solo una questione di privacy -,  lo farò,  anche e soprattutto se dovessero essere negativi.  Le mie pubblicazioni recenti sono tutte ad accesso aperto:  potrebbe dunque essere utile e interessante gettare,  per il poco che posso,  uno spiraglietto di luce nelle catacombe dell’Anvur.

31 maggio, 2012

Il buon ricercatore

E’ come il tempo per  Agostino. Sappiamo benissimo chi è se nessuno ce lo chiede ma, se dobbiamo definirlo, ci rendiamo conto della sua elusività.  Ne parlo qui, a proposito di un testo del francese Antoine Blanchard.

Le vicende della valutazione della ricerca francese sono molto interessanti e dovrebbero essere tenute presenti. Basta Wikipedia per rendersi conto che nel 2008 l’AÉRES  aveva pubblicato una classifica gerarchica di riviste di scienze umane e sociali – sul modello della lista ERIH – simile a quella di cui in Italia stiamo discutendo. Travolta dalle critiche – “confonde la qualità di una rivista con la sua diffusione, e la qualità di un articolo con la qualità di una rivista“- ha preferito eliminare la gerarchia e fissare semplicemente un perimetro di scientificità, pure questo soggetto a discussioni. Anche chi propone l’alternativa dell’accreditamento dovrebbe far tesoro di questa esperienza.

22 marzo, 2012

Agenti segreti? No: bibliotecari

Sull’intrigo nazionale generato dal regolamento sull‘archivio segreto dell’Anvur ha preso oggi posizione l’Associazione italiana biblioteche, con un breve comunicato stampa fondato su un’analisi giuridica più ampia. Questa è la sua tesi fondamentale:

l’utilizzazione di opere protette da copyright nell’ambito di procedure parlamentari, giudiziarie o amministrative, ossia nell’ambito dell’esercizio dei poteri pubblici, è coperta da una specifica eccezione di legge[*], applicabile in combinato disposto con le norme che definiscono e delimitano le attribuzioni e i poteri dei vari apparati dello Stato. Il legislatore comunitario e quello nazionale hanno ritenuto opportuno affrancare le autorità pubbliche dalla necessità di negoziare di volta in volta con i privati le condizioni per acquisire opere protette agli atti di un procedimento, ferme restando le normali cautele da adottare soprattutto in presenza di posizioni soggettive tutelate dall’ordinamento.

21 marzo, 2012

Solo per i tuoi occhi

Non è inevitabile che una valutazione della ricerca, per quanto fatta da una gerarchia nominata dal governo, sia un esercizio di censura: quando la ricerca è finanziata da uno stato che si dice democratico, il contribuente ha il diritto di conoscere come vengono spesi i soldi delle sue imposte. Democrazia, però, richiede che i cittadini possano accedere a un’informazione trasparente e liberamente criticabile. Per questo l’uso pubblico della ragione deve essere libero nelle università, quando i professori parlano come studiosi, e anche –  soprattutto – altrove.

La pubblicità dei dati è una condizione di questa libertà. Come facciamo a capire se le università lavorano, o lavorano bene o male, se non sappiamo che cosa fanno?

L’accesso del cittadino a quanto viene prodotto con il suo denaro non sostituisce il giudizio degli esperti. I fisici delle alte energie che hanno reso pubblico un risultato controverso come la velocità superluminale dei neutrini si rivolgevano soprattutto ai colleghi in grado di discutere e di falsificare la loro scoperta. Il loro dibattito, però, ha fatto conoscere a tutti noi la parte più importante della scienza, che è – ora come duemilacinquecento anni fa – il processo e non il risultato. L’ArXiv con le sue discussioni ad accesso aperto ci aiuta a comprendere come e per che cosa opera chi stiamo finanziando.

Quando l’accesso a un testo risponde a un interesse collettivo alla conservazione e alla pubblicità, il diritto italiano offre uno strumento che prevale sul copyrightil deposito legale obbligatorio. Proprio per questo, le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ricevono e rendono consultabili le copie di tutti i documenti italiani destinati all’uso pubblico,  non sono covi di pirati. Né è pirateria obbligare i dottorandi a depositare una copia della loro dissertazione in un archivio istituzionale aperto.

La valutazione della ricerca in corso in Italia impone a ciascun docente universitario di depositare tre suoi testi, usciti fra il 2004 e il 2010, in un sito che i cittadini vedono così,  secondo un regolamento sul copyright che ignora il deposito legale.

Per inserire i nostri lavori nell’archivio blindato del Miur occorre possederne il copyright. Non è un problema, per i pochi di noi che pubblicano ad accesso aperto. E’ invece una complicazione per il moltissimi abituati a regalare il loro lavoro e i loro diritti ai latifondisti della conoscenza

L’Anvur si impegna a conservare i testi lontano dagli sguardi in un archivio chiusissimo, proteggendo i libri con DRM, per il tempo necessario alla valutazione della ricerca, e a distruggere tutto subito dopo. Le nostre opere avrebbero potuto essere il seme di un database italiano e pubblico, indipendente da quelli mantenuti dalle multinazionali dell’editoria scientifica, ma il copyright è più importante. Per cancellare documenti digitalizzati non c’è bisogno del fuoco; nondimeno, farlo per esempio nella  notte del 10 maggio 2013 avrebbe un suo significato simbolico.

Come nei film di spionaggio, anche i valutatori devono distruggere i file dopo averli giudicati. Come verranno gestiti i ricorsi, una volta eliminata la base documentale? Con la licenza di uccidere?

Anvur 007: for your eyes onlyL’ossessione per il copyright – pressoché identico, in questo caso, alla rendita degli editori – ha partorito un altro tribunale di Kafka. I database da cui si ricavano gli indici bibliometrici sono chiusi, parziali e proprietari, i revisori delle singole opere sono anonimi – anche se l’Anvur sembra conoscere bene i rischi di questa scelta (*) – e i testi sono segretissimi ed effimeri. L’intero processo è una scatola nera che vomiterà pubblicamente il verdetto sulle strutture, con un velo di privacy a coprire i giudizi sui singoli ricercatori.

Fatta così, la valutazione della ricerca è un opaco esercizio di potere in un ambito a cui la nostra costituzione, scritta da chi aveva memoria dei roghi dei libri e della scienza di stato, riserva una speciale libertà. La trasparenza della pubblicità – di un archivio aperto e universalmente accessibile dei testi valutati – avrebbe temperato, grazie al controllo della stampa e dell’opinione pubblica colta, il suo carattere strutturalmente autoritario. Ma si è preferito sacrificare gli interessi dei ricercatori che credono nel loro lavoro e dei cittadini che pagano le tasse alle rendite degli editori.

Chi pubblica ad accesso aperto può però mostrare che un altro mondo è possibile. Anche se siamo costretti a depositarli nell’archivio nero dell’Anvur, i nostri testi sono tuttavia pubblici. Per gettar luce su una parte della procedura, ci basta dire quali delle nostre opere abbiamo sottoposto all’Anvur. Le mie, per esempio, sono qui, qui e qui. Potete leggerle senza distruggerle.

(*) Si veda il secondo paragrafo di questo articolo di Antonio Banfi.

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