Post contrassegnati da tag ‘vqr’

31 maggio, 2012

Il buon ricercatore

E’ come il tempo per  Agostino. Sappiamo benissimo chi è se nessuno ce lo chiede ma, se dobbiamo definirlo, ci rendiamo conto della sua elusività.  Ne parlo qui, a proposito di un testo del francese Antoine Blanchard.

Le vicende della valutazione della ricerca francese sono molto interessanti e dovrebbero essere tenute presenti. Basta Wikipedia per rendersi conto che nel 2008 l’AÉRES  aveva pubblicato una classifica gerarchica di riviste di scienze umane e sociali – sul modello della lista ERIH – simile a quella di cui in Italia stiamo discutendo. Travolta dalle critiche – “confonde la qualità di una rivista con la sua diffusione, e la qualità di un articolo con la qualità di una rivista“- ha preferito eliminare la gerarchia e fissare semplicemente un perimetro di scientificità, pure questo soggetto a discussioni. Anche chi propone l’alternativa dell’accreditamento dovrebbe far tesoro di questa esperienza.

22 marzo, 2012

Agenti segreti? No: bibliotecari

Sull’intrigo nazionale generato dal regolamento sull‘archivio segreto dell’Anvur ha preso oggi posizione l’Associazione italiana biblioteche, con un breve comunicato stampa fondato su un’analisi giuridica più ampia. Questa è la sua tesi fondamentale:

l’utilizzazione di opere protette da copyright nell’ambito di procedure parlamentari, giudiziarie o amministrative, ossia nell’ambito dell’esercizio dei poteri pubblici, è coperta da una specifica eccezione di legge[*], applicabile in combinato disposto con le norme che definiscono e delimitano le attribuzioni e i poteri dei vari apparati dello Stato. Il legislatore comunitario e quello nazionale hanno ritenuto opportuno affrancare le autorità pubbliche dalla necessità di negoziare di volta in volta con i privati le condizioni per acquisire opere protette agli atti di un procedimento, ferme restando le normali cautele da adottare soprattutto in presenza di posizioni soggettive tutelate dall’ordinamento.

21 marzo, 2012

Solo per i tuoi occhi

Non è inevitabile che una valutazione della ricerca, per quanto fatta da una gerarchia nominata dal governo, sia un esercizio di censura: quando la ricerca è finanziata da uno stato che si dice democratico, il contribuente ha il diritto di conoscere come vengono spesi i soldi delle sue imposte. Democrazia, però, richiede che i cittadini possano accedere a un’informazione trasparente e liberamente criticabile. Per questo l’uso pubblico della ragione deve essere libero nelle università, quando i professori parlano come studiosi, e anche -  soprattutto – altrove.

La pubblicità dei dati è una condizione di questa libertà. Come facciamo a capire se le università lavorano, o lavorano bene o male, se non sappiamo che cosa fanno?

L’accesso del cittadino a quanto viene prodotto con il suo denaro non sostituisce il giudizio degli esperti. I fisici delle alte energie che hanno reso pubblico un risultato controverso come la velocità superluminale dei neutrini si rivolgevano soprattutto ai colleghi in grado di discutere e di falsificare la loro scoperta. Il loro dibattito, però, ha fatto conoscere a tutti noi la parte più importante della scienza, che è – ora come duemilacinquecento anni fa – il processo e non il risultato. L’ArXiv con le sue discussioni ad accesso aperto ci aiuta a comprendere come e per che cosa opera chi stiamo finanziando.

Quando l’accesso a un testo risponde a un interesse collettivo alla conservazione e alla pubblicità, il diritto italiano offre uno strumento che prevale sul copyrightil deposito legale obbligatorio. Proprio per questo, le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ricevono e rendono consultabili le copie di tutti i documenti italiani destinati all’uso pubblico,  non sono covi di pirati. Né è pirateria obbligare i dottorandi a depositare una copia della loro dissertazione in un archivio istituzionale aperto.

La valutazione della ricerca in corso in Italia impone a ciascun docente universitario di depositare tre suoi testi, usciti fra il 2004 e il 2010, in un sito che i cittadini vedono così,  secondo un regolamento sul copyright che ignora il deposito legale.

Per inserire i nostri lavori nell’archivio blindato del Miur occorre possederne il copyright. Non è un problema, per i pochi di noi che pubblicano ad accesso aperto. E’ invece una complicazione per il moltissimi abituati a regalare il loro lavoro e i loro diritti ai latifondisti della conoscenza

L’Anvur si impegna a conservare i testi lontano dagli sguardi in un archivio chiusissimo, proteggendo i libri con DRM, per il tempo necessario alla valutazione della ricerca, e a distruggere tutto subito dopo. Le nostre opere avrebbero potuto essere il seme di un database italiano e pubblico, indipendente da quelli mantenuti dalle multinazionali dell’editoria scientifica, ma il copyright è più importante. Per cancellare documenti digitalizzati non c’è bisogno del fuoco; nondimeno, farlo per esempio nella  notte del 10 maggio 2013 avrebbe un suo significato simbolico.

Come nei film di spionaggio, anche i valutatori devono distruggere i file dopo averli giudicati. Come verranno gestiti i ricorsi, una volta eliminata la base documentale? Con la licenza di uccidere?

Anvur 007: for your eyes onlyL’ossessione per il copyright – pressoché identico, in questo caso, alla rendita degli editori – ha partorito un altro tribunale di Kafka. I database da cui si ricavano gli indici bibliometrici sono chiusi, parziali e proprietari, i revisori delle singole opere sono anonimi – anche se l’Anvur sembra conoscere bene i rischi di questa scelta (*) – e i testi sono segretissimi ed effimeri. L’intero processo è una scatola nera che vomiterà pubblicamente il verdetto sulle strutture, con un velo di privacy a coprire i giudizi sui singoli ricercatori.

Fatta così, la valutazione della ricerca è un opaco esercizio di potere in un ambito a cui la nostra costituzione, scritta da chi aveva memoria dei roghi dei libri e della scienza di stato, riserva una speciale libertà. La trasparenza della pubblicità – di un archivio aperto e universalmente accessibile dei testi valutati – avrebbe temperato, grazie al controllo della stampa e dell’opinione pubblica colta, il suo carattere strutturalmente autoritario. Ma si è preferito sacrificare gli interessi dei ricercatori che credono nel loro lavoro e dei cittadini che pagano le tasse alle rendite degli editori.

Chi pubblica ad accesso aperto può però mostrare che un altro mondo è possibile. Anche se siamo costretti a depositarli nell’archivio nero dell’Anvur, i nostri testi sono tuttavia pubblici. Per gettar luce su una parte della procedura, ci basta dire quali delle nostre opere abbiamo sottoposto all’Anvur. Le mie, per esempio, sono qui, qui e qui. Potete leggerle senza distruggerle.

(*) Si veda il secondo paragrafo di questo articolo di Antonio Banfi.

3 marzo, 2012

Un futuro del secolo scorso: le riviste filosofiche italiane di serie A

Nei settori in cui non è possibile applicare l’analisi bibliometrica nella sua versione ministerale le ramificazioni dell’Anvur – la gerarchia incaricata di giudicare la ricerca italiana – hanno preparato o stanno preparando altrettante gerarchie di riviste, che avranno un peso nella valutazione del lavoro di ognuno. Antonio Banfi, in un articolo su ROARS, ha illustrato la natura arbitraria e le conseguenze oligopolistiche di questa scelta.  Qui mi limito a un controllo su una delle liste già note: quella delle riviste filosofiche italiane dell’area 11 poste in fascia A – eccellenti, ma di portata solo nazionale.

Il documento del gruppo di valutazione non riporta gli indirizzi dei siti web delle riviste. La lista qui sotto li contiene solo perché li ho cercati e aggiunti io.

Aesthetica preprint (il sito offre solo gli abstract)
Agalma (il sito rende accessibili solo alcuni articoli)
Annuario filosofico (accesso chiuso)
Antiquorum philosophia (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Archivio di filosofia (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Archivio di storia della cultura (accesso chiuso, con qualche anticipazione aperta)
Bioetica (accesso chiuso)
Bollettino del centro di studi vichiani (accesso chiuso)
Bollettino di storia delle scienze matematiche  (accesso chiuso, autoarchiviazione concessa dopo un anno; a meno che l’autore non versi 1750 euro per pubblicare il suo articolo ad accesso aperto)
Documenti e studi sulla tradizione filosofica medievale (accesso chiuso)
Elenchos (accesso chiuso)
Epistemologia (accesso solo a recensione e abstract)
Filosofia e questioni pubbliche (tutti gli articoli sono accessibili, ma la rivista non risulta registrata nel Doaj)
GALILAEANA: Journal of Galilean Studies (articoli accessibili solo dopo tre anni dall’uscita)
Giornale critico della filosofia italiana (accesso chiuso)
Humana.mente (tutti gli articoli sono accessibili, ma la rivista non risulta registrata nel Doaj)
Intersezioni (accesso chiuso)
Iride (accesso chiuso)
Lexia (accesso chiuso)
Medicina e morale (accesso chiuso)
Medioevo (accesso chiuso)
Micrologus (accesso chiuso)
Nuncius. Journal of the Material and Visual History of Science (promossa a internazionale perché passato alla Brill: accesso chiuso)
Paradigmi (accesso chiuso)
Physis (accesso chiuso)
Quaestio (accesso chiuso)
Rinascimento (accesso chiuso)
Rivista di estetica (accesso chiuso)
Rivista di filosofia (accesso chiuso)
Rivista di filosofia neoscolastica (accesso chiuso)
Rivista di storia della filosofia (accesso chiuso)
Sistemi intelligenti (accesso chiuso)
Studi di estetica (accesso chiuso, ma con alcuni testi liberi)
Teoria (accesso chiuso, ma con un archivio aperto degli articoli del 2005)
Verifiche (accesso chiuso)
Vs Versus (accesso chiuso)

Le riviste incluse nella lista sono di varia natura: alcune – quelle pubblicate da editori come il Mulino, Franco Angeli o Fabrizio Serra (il quale chiede ben 1750 euro per mettere un articolo ad accesso aperto) – sono accessibili on-line a pagamento; altre usano il web solo a scopo pubblicitario, come negli anni ’90 del secolo scorso. Anche i siti di queste ultime sono spesso vintage. Le riviste interamente accessibili sono solo due: i loro siti, però, non indicano una politica di licenze.  I loro contenuti sono dunque soggetti, consapevolmente o no, a un copyright pieno e non sono riproducibili senza permesso. In generale si ha l’impressione che ai filosofi l’uso pubblico della ragione in rete interessi sorprendentemente poco.

Gli esperti valutatori, ricordando che le loro classifiche hanno solo un valore provvisorio, scrivono(*) che le graduatorie saranno riviste sulla base di criteri quali:

2. La presenza in banche dati internazionali, come Web of Science di Thomson Reuters e Scopus;
3. La presenza nei grandi repertori internazionali online, come J-STOR o Project Muse;
4. L’indicizzazione nei più rilevanti strumenti bibliografici internazionali;
5. La presenza nelle maggiori piattaforme digitali italiane;
[...]
9. La varietà e l’ampiezza del bacino da cui sono stati ricevuti gli articoli pubblicati, e la diffusione territoriale almeno su scala nazionale, e preferibilmente internazionale;
[...]
13. La presenza di un buon sito internet.

Wos e Scopus sono database parziali, privati e a pagamento.  Wos è il nuovo nome del catalogo ISI. E anche Scopus appartiene a una multinazionale dell’editoria scientifica, Elsevier.  Ad accesso chiuso sono pure Muse e Jstor, sedicente archivio senza scopo di lucro criticato da più parti per i suoi prezzi incoerentemente alti. Se simili strumenti serviranno a calcolare gli indici bibliometrici, la valutazione della ricerca italiana dipenderà da dati chiusi, incompleti, generalmente inaccessibili, nelle mani di entità diverse dall’amministrazione pubblica e portatrici di interessi – di natura commerciale – non necessariamente convergenti.

Mentre i comuni si stanno rendendo conto che liberare i propri dati per il controllo e per l’uso dei cittadini è una forma essenziale di trasparenza, c’è un’amministrazione pubblica che si appresta a compiere un’operazione delicata come la valutazione della ricerca usando, o riservandosi di usare in futuro, dati per lo più chiusi e incontrollabili.

La Directory of Open Access Journals, un repertorio altrettanto internazionale, ma ad accesso aperto e gratuito, non viene neppure menzionata. Nella lista Anvur sopravvivono solo tre fra le riviste filosofiche italiane presenti nella sezione dedicata del Doaj: Doctor virtualis, Etica & Politica e Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio, ma miseramente in serie B (**).

Mi piacerebbe poter scrivere che gli esperti valutatori sono ostili all’accesso aperto e agli open data per partito preso. Non credo, però, che sia così: il requisito 13, che usa l’espressione “sito internet”  per indicare un sito web tradisce la tastiera di qualcuno che conosce soltanto Windows, usa la rete in modo passivo, e pensa – come suggerisce la formulazione del requisito 9 – a una circolazione dei testi ancora prevalentemente o esclusivamente cartacea. Che, dunque, ben difficilmente può rendersi conto di quanto l’accesso aperto lo aiuterebbe nelle sue ricerche, e di quanto sarebbe meno opinabile la sua stessa valutazione se fosse fondata su dati aperti e su una open peer review.

Chiedere un buon sito web sarebbe stato lungimirante nella prima metà degli anni ’90: ora suona senza rimedio arretrato ed espone alle lusinghe di qualche grande editore che offra la sua professionalità per costruire un “buon sito internet” ad accesso chiusissimo e costosissimo.

Sarebbe fuorviante scrivere che i criteri di classificazione delle riviste filosofiche dell’area 11 mettono un bavaglio alla filosofia, sopprimendo l’accesso aperto. Una simile operazione richiede una consapevolezza di cui il documento di lavoro non reca traccia. E’ più corretto dire che l’esercizio fa indossare alla filosofia una camicia di forza intessuta di dirigismo e di arretratezza tecnologica e comunicativa.  I valutatori sanno bene che la filosofia deve “aprirsi maggiormente alla comunità scientifica nazionale e internazionale”. Ma, a dispetto delle loro intenzioni, sembrano ignorare che i loro criteri, in parte deliberati e in parte imposti, soffocheranno nella culla ogni sperimentazione di nuove forme di pubblicazione e di discussione offerte dalla rete e renderanno la comunità filosofica italiana ancora più chiusa, eterodipendente e gerarchica.

 (*) Il link insiste su un pacchetto zippato che contiene alcuni pdf: quello citato si chiama GEV11_documento di lavoro.pdf.

(**) Il “Bollettino telematico di filosofia politica“,  incluso dal repertorio Doaj fra le riviste filosofiche, in Italia non appartiene disciplinarmente all’area 11, ma all’area 14. Le mie critiche, dunque,  non sono viziate da conflitti di interesse. Alla Società italiana di filosofia politica ho consigliato di indicare i requisiti generali di una rivista scientifica in modo che si possa verificarne la presenza caso per caso, piuttosto che comporre classifiche nominative dagli esiti  baronali e oligopolistici.

Se nella lista ci sono inesattezze e omissioni, vi invito a segnalarle nei commenti, in modo che possa correggerle.

Etichette: , , , ,
Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.