Copyright e copyriot

Qualche tempo fa ho preso parte come relatrice a un seminario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, su un libro filosofico appena uscito.

I cinque relatori hanno ricevuto cinque fotocopie integrali del volume da discutere. Il comma 3 dell’articolo 68 della legge italiana sul diritto d’autore, che proibisce di fotocopiare più del 15% di un volume, è stato allegramente ignorato. Non sto rivelando un segreto imbarazzante: in qualsiasi università italiana si sarebbe fatto lo stesso.

 Di recente ho partecipato a un incontro organizzato dai collettivi. Fra i relatori c’erano i ragazzi del Copyriot Café di Padova, che offrono connettività wireless a un quartiere di Padova e permettono ai loro utenti di scaricare una intera biblioteca di testi digitalizzati – molti dei quali indispensabili per gli studenti universitari, costosi e sotto copyright. E’ del resto difficile, quando si studia, non inciampare in un copyright il cui termine – 70 anni dalla morte dell’autore – è divenuto spropositato, mentre lo stato della tecnologia di rete obbliga a riprodurre i documenti digitalizzati anche solo per leggerli.

I ragazzi di Copyriot sono consapevoli di trasgredire la legge. Ma sono anche consapevoli che la legge a cui resistono è generalmente assai poco rispettata: se, di fronte a un pubblico qualsiasi, si invitasse ad alzare la mano chi pensa di aver sempre osservato il copyright, quasi nessuno lo farebbe. Questa trasgressione avviene però di nascosto: per trasformarla in una questione politica, occorre compierla pubblicamente.

Come si può immaginare, gli è stato fatto notare che il loro comportamento li espone a sanzioni amministrative e penali onerose. Ma che cos’altro si potrebbe fare – hanno replicato -, in una situazione in cui i diritti di chi fa ricerca e di chi studia sono sistematicamente sacrificati agli interessi di chi lucra sul lavoro degli autori?

Quando si tratta di fare ricerca e di studiare, gli umanisti della Normale di Pisa e gli squatters di Copyriot violano allo stesso modo le leggi sulla proprietà intellettuale.

Ma basterà fare un passo avanti per accorgersi che la somiglianza si ferma qui.

(continua…)

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2 Responses to “Copyright e copyriot”

  1. Una osservazione ricevuta in privato: l’argomento “alzi la mano chi non ha mai violato il copyright” per sostenere l’ abolizione del copyright è analogo a quello “alzi la mano chi non ha mai violato i limiti di velocità” o “alzi la mano chi non ha mai messo l’ auto in sosta vietata” o ancora “alzi la mano chi non ha mai evaso un’ imposta” per sostenere l’ abolizione rispettivamente dei limiti di velocità, dei divieti di sosta o dell’imposizione fiscale. Cioè: dal fatto che una legge sia trasgredita, anche di frequente, non è corretto inferire che detta legge debba essere abolita – a meno di non voler abolire le leggi in generale.

    Questa osservazione è valida, nella sua astrattezza. Nel caso del copyright, però, si deve menzionare la circostanza che il copyright è stato inventato in un ambiente tecnologico – quello dello stampa – in
    cui solo i pirati veri e propri avevano i mezzi tecnici ed economici e l’interesse di riprodurre i testi.

    Nell’ambiente digitale, di contro, i testi devono essere riprodotti semplicemente per essere letti. Quindi il divieto di riprodurre produce un divieto di leggere – un divieto che chi ha prodotto la legge sul copyright per la stampa non aveva pensato affatto.

    In altre parole, il diritto d’autore viene violato così spesso e così inconsapevolmente non perché tutti, improvvisamente, siano diventati ristampatori abusivi, ma perché molti continuano a fare quello che hanno sempre fatto: leggere i testi, senza fine di lucro e per uso personale.

    In questa situazione, sarebbe bene riflettere sull’adeguatezza di una legge che, nata per punire i pirati, finisce per perseguire i lettori.

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