Gli illuministi, i re e la proprietà intellettuale

Vale davvero la pena leggere questo articolo – anche se parla di cose di tre secoli fa.

Nel Settecento, buona parte dei pensatori illuministi più importanti avvertì la necessità di pronunciarsi sulla proprietà intellettuale. In Germania parteciparono al dibattito personalità come Kant, Fichte, Lessing e Klopstock; in Francia, philosophes di primo piano come Diderot e Condorcet. E’ come se oggi ne discutessero non soltanto gli specialisti e gli accademici minimi, ma i miei colleghi che scrivono editoriali sui giornali e siedono sui divani televisivi.

Nell’Europa continentale del ‘700 persisteva il regime del privilegio: era nella facoltà del re di concedere a un libraio-editore-stampatore sia l’autorizzazione alla stampa di un testo, sia l’esclusiva per la pubblicazione. La convergenza dell’interesse del potere politico alla censura con l’interesse degli editori al monopolio è  una storia vecchia.

Gli illuministi mettevano in discussione questo regime, sia perché volevano rendere l’autore economicamente indipendente, trasferendo a lui come un diritto quel privilegio che il re concedeva al suo editore, sia perché volevano costruire uno spazio culturale pubblico libero dalla censura. A quei tempi i philosophes sapevano bene che le idee non camminano sulle loro gambe, ma sui media che si usano per comunicarle.

Diderot, per rendere indipendente l’autore dai mecenati, sostiene che ha diritto al lavoro che ha compiuto da sé, coltivando la propria anima, e che la proprietà sui prodotti dello spirito è identica a quella sugli oggetti materiali. E domanda al potere politico di lasciar libero il mercato, senza limitare la durate nel tempo del privilegio librario – che deve essere perpetuo, come la proprietà. Una simile posizione liberale e individualista richiede, però, un intervento pubblico sostanzioso, di repressione delle edizioni “pirata”, allora molto diffuse anche perché il privilegio non valeva al di là dei confini del regno di chi lo concedeva.

Condorcet pensa che ci sia una verità esterna a noi; compito dell’umanità è sviluppare collettivamente gli strumenti per afferrarla, a partire dalla lingua, che da accidentalmente intersoggettiva deve diventare effettivamente universale. Di peculiariarmente l’individuale gli uomini producono solo le circonvoluzioni della letteratura. Le connessioni della scienza, sebbene alcune persone più dotate le escogitano prima degli altri, sono per loro natura collettive – anche perché. altrimenti, non sarebbero scienza. Qual è dunque il compito principale del potere politico? Non quello di proteggere alcuni interessi privati contro altri, bensì quello di garantire il dominio pubblico – lo spazio nel quale il nostro sapere può svilupparsi.

Nel 1777, Luigi XVI pubblicò sette decreti per riformare il privilegio. Lo giustificò come “una grazia fondata sulla giustizia”. Una “grazia”, perché la produzione letteraria era un bene pubblico, e dunque poteva sopportare solo la concessione di esclusive temporanee; “fondata sulla giustizia”, per remunerare l’autore e proteggere la stampa. La sua scelta s’ispirava a tre princìpi:

  • pubblicità del sapere
  • necessità di compensare l’autore
  • legittimazione del potere politico come garante dello spazio pubblico e dell’equità economica.

Anche oggi, a proposito di copyright, abbiamo problemi simili a quelli di Diderot e Condorcet. E abbiamo anche un potere politico, che appare sempre più chiuso in se stesso e disposto a discutere – preferibilmente tramite cellulare – solo con le grandi concentrazioni economiche.

Luigi XVI, alla vigilia della Rivoluzione francese, aveva capito, almeno per quanto riguarda la proprietà intellettuale, che non poteva legittimare la monarchia né asservendola interamente a interessi privati – quelli della lobby degli editori – né rappresentandola come un’autocrazia che concede privilegi ad arbitrio. Con i decreti, tentava di ritagliarsi il ruolo di garante del dominio pubblico, al di sopra delle parti.

Questo tentativo non salvò Luigi della ghigliottina.

I parlamenti e i governi delle democrazie occidentali, dicendosi democratici, non hanno questa preoccupazione, e si schierano sistematicamente a favore delle lobby della proprietà intellettuale. Come se la necessità di giustificare il potere politico fosse un problema delle monarchie assolute, ma non delle democrazie rappresentative.

Attualmente, le leggi sul diritto d’autore sono trasgredite sistematicamente da milioni di cittadini altrimenti onesti. Non è sorprendente che qualcuno cominci a teorizzare che questa trasgressione non vada compiuta di nascosto, ma debba essere un esercizio aperto di resistenza.

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