Gli ipertesti di Platone

Chi ha voglia di leggerlo e di commentarlo può prelevare il mo ultimo saggio a questo indirizzo. Verrà pubblicato anche su carta, ma per me è infinitamente più importante lasciarlo libero in rete.

Forse a pochi interesserà quello cerco di dire nel testo – Platone, anziché affannarsi a mostrare che la filosofia serve a qualcosa cerca di costruire una politica che cominci dall’amore per il sapere – ma credo sia utile spiegare in che modo ho cercato di dirlo. Ho letto la Repubblica come se fosse un ipertesto, cioè un sistema di nodi collegati da nessi complessi, nel quale il lettore può scegliere liberamente le sue rotte, da una banale, che parte dell’economia per arrivare alla filosofia, a una meno ovvia, che percorre questa strada a ritroso.

Diderot, che fondava la proprietà intellettuale sul lavoro originale dello scrittore, vedeva l’autore come il signore della propria opera. Platone, per il quale questo concetto non aveva senso, scrive dei testi fatti apposta per essere interpretati, e li lascia liberi. Un testo è vivo quando i lettori ci possono girare dentro, scoprendoci connessioni sempre nuove. Non quando viene presentato a un lettore impotente come un terreno recintato, dominato da un autore onnipotente.

Un testo licenziato per le stampe e soggetto alla proprietà letteraria tradizionale, anche quando esce presso un editore prestigioso, nasce già moribondo. Io, invece, voglio che i miei testi nascano vivi, e camminino da sé.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: