Il copyright non è un problema serio

Quando dico ai miei colleghi che l’attuale regime del diritto d’autore è  un ostacolo al nostro lavoro – tanto è vero che loro stessi, quando fanno ricerca, lo violano spensieratamente – ottengo in genere il loro accordo in teoria, e il loro disaccordo in pratica.

Un articolo di P.R. Wagner, del 2003, esprime benissimo il senso comune da cui dipendono le loro convinzioni. Secondo lui, non è vero che il controllo diminuisce l’informazione di pubblico dominio Chi sostiene questa tesi sottostima sia il contributo che anche un oggetto perfettamente controllato dà al dominio pubblico, sia gli incentivi alla produzione offerti dalla proprietà intellettualr, e sovrastima le potenzialità di controllo da parte dei “proprietari” del sapere.

Information wants to be free: l’informazione è per sua natura non rivale e non escludibile, cioè:

  • prendere un’idea da qualcuno non è come rubargli la bicicletta, perché l’autore può continuare a pensarla per proprio conto;
  • posso recintare il mio campo, ma non posso impedire a nessuno di trarre ispirazione da un mio articolo

I sistemi di protezione della proprietà intellettuale, perciò, saranno necessariamente non del tutto efficaci e assai costosi. Ad attenuare il controllo intervengono anche le pratiche sociali di condivisione, per esempio quelle tipiche degli ambienti accademici o del mondo del software libero.

Ci troveremo, dunque, in una situazione di “cattura incompleta” che, se viene soccorsa da draconiane leggi sulla proprietà intellettuale e da una confidenza forse troppo ottimistica nei difetti delle tecnologie di controllo -, porterà a un aumento complessivo dell’informazione di dominio pubblico. Io, per esempio, non perderei tempo a scrivere questo blog se non avessi la certezza che gli editori dei miei pro-pronipoti ne trarranno gran lucro, mentre la mia anima, sollevata dal peso di essere me, starà già da tempo vagando in qualche luogo al di sopra del cielo.

A questo punto, a qualcuno potrebbe essere venuta una gran voglia di leggere l’articolo, che si trova su Jstor, qui.

Jstor si dice senza scopo di lucro. Ma il suo sito è ad accesso riservato. Il che significa che se non fate parte di una istituzione che ha pagato l’abbonamento, o se non riuscite a rubare la password a qualcuno, dovrete accontentarvi del mio riassunto fazioso. Ma per l’autore va bene così.

Per chi fa ricerca, invece, non va affatto bene.

La cattura incompleta produce una biblioteca incompleta, nella quale alcuni testi sono noti solo di seconda mano. o solo a una minoranza, alcuni link non possono essere chiusi e alcuni testi circolano liberamente, ma solo nel sottosuolo dell’illegalità. Un biblioteca incompleta nella quale non può che sedere una comunità scientifica sconnessa.

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