Incontri di civiltà

Secondo un bell’articolo di Carla Hesse,  per la tradizione islamica tutta la conoscenza viene da Dio e tutti i testi derivano dalla scrittura di Dio: il Corano, che incarna la parola di Dio, non può dunque appartenere a nessuno.

Ci sono iman che custodiscono la sua verità, ma la sua conoscenza si trasmette con la recitazione. Il termine “Corano” significa, appunto, “recitazione” e allude alla trasmissione orale della parola vivente da maestro a discepolo. Il libro è solo uno strumento per rinfrescare la memoria: i manoscritti, per rimanere vivi, vanno continuamente rivisti alla luce della parola vivente – del sapere delle comunità di conoscenza.

Questa prospettiva implica  la libertà dei testi e il primato delle comunità di conoscenza. Ed è sorprendentemente simile a quella del Fedro di Platone. L’Islam sembra condividere con il padre delle cosiddetta filosofia occidentale una tesi fondamentale: il sapere vive nelle comunità di conoscenza.

In questo momento, in oriente e in occidente, sono in atto strategie per allontanare i testi dalle comunità di conoscenza, per esempio così, come scriveva Terzani,

Ma quel che conta è l’istruzione religiosa ricevuta nelle tante piccole scuole coraniche, le madrassa, sparse nella campagna. Mi han portato a visitarne una. Disperante.
Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina di bambini – c’erano anche alcune bambine – dai tre ai dieci anni, tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo, che nessuno sa. “Sanno però che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria, lui e tutta la sua famiglia andrà in paradiso per sette generazioni!”.

oppure, più sottilmente,  così, o così, o anche così.

Il risultato? Un mondo di biblioteche incomplete e di comunità sconnesse.

Un mondo, appunto, come questo.

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