Cambiare poco per cambiare tutto III

Lavorando nella commissione Crui per la pubblicazione ad accesso aperto, ho appreso un dettaglio giuridico molto interessante. La legge 21 febbraio 1980, n. 28, che istituì il dottorato di ricerca, prevede, all’articolo 8, quanto segue:

Il rilascio del titolo di dottore di ricerca è subordinato al deposito di copie, anche non stampate, dei lavori sulla base dei quali il titolo è stato conseguito presso le biblioteche nazionali di Roma e di Firenze, che ne devono assicurare la pubblica consultabilità per non meno di trenta anni

Il successivo regolamento sul dottorato di ricerca (D.M. n. 224 del 30/04/99) prevede che tale deposito sia curato dalle università stesse.

L’aspetto giuridicamente notevole di questa normativa è che, per quanto la tesi sia soggetta a diritto d’autore, non è necessario richiedere il consenso del dottorando – o del suo editore – per compiere il deposito legale. Il deposito, infatti, è un obbligo di legge, che semplicemente deve essere rispettato se si vuole ottenere il titolo di dottore di ricerca.

Stando così le cose, non sarebbe difficile estendere l’obbligo del deposito legale in archivi elettronici istituzionali e pubblicamente accessibili per tutte le pubblicazioni che vengono presentate come titoli nei concorsi pubblici.

Otterremmo, così, almeno due vantaggi:

  1. diventerebbero accessibili anche gli articoli pubblicati sulle riviste ancora cartacee o ad accesso chiuso.
  2. i lavori delle commissioni giudicatrici diventerebbero più trasparenti e pubblicamente controllabili

In questo momento, si può apprendere che il paradigmatico concorso che ha portato alla vittoria di Oreste Interno abbia degli aspetti scandalosi, a causa della qualità mediocre delle pubblicazioni di Oreste rispetto a quelle degli altri candidati, soltanto nelle chiacchiere fra colleghi. Che rimangono fra i tavolini da bar che le hanno generate.

Ma occorrerebbe un pelo sullo stomaco di gran lunga più spesso, se i titoli di Oreste e dei suoi concorrenti fossero accessibili, in rete, a chiunque. In fondo, i professori universitari sono stipendiati dal contribuente. Il cittadino avrebbe diritto di sapere per che cosa paga.

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