Gli allegri chirurghi

Che differenza c’è fra un lavoro scientifico da considerarsi affidabile e un’opera che non merita questo titolo?

Secondo una tradizione moderna, la differenza sta in un procedimento chiamato peer review. Se un testo è stato valutato da un paio di colleghi scienziati – il cui nome non viene reso noto all’autore – che l’hanno considerato accettabile per la pubblicazione su una rivista scientifica, si può supporre con una certa sicurezza che abbia un qualche valore. Questo sistema, inventato in un’epoca in cui la stampa era soggetta a una censura preventiva da parte del potere politico, è ora molto criticato.

I redattori e i revisori anonimi da loro scelti hanno in mano un potere che, essendo incontrollato, può essere esercitato in modo arbitrario, inaccurato o truffaldino. Inoltre, in un’epoca in cui pubblicare è diventato facile e veloce, la revisione ritarda l’uscita di un testo esponendolo al rischio di diventare vecchio ancor prima di essere reso pubblico.

Potremmo fare a meno del peer review? Secondo Chris Anderson, in rete è molto più funzionale affidarsi all’intelligenza collettiva, cioè pubblicare tutto e lasciare che i lettori, tramite la registrazione delle loro scelte e discussioni, selezionino quello che è più valido.

Ma anche questo processo richiede tempo. E richiede, soprattutto, un lettore – se non direttamente competente – capace, almeno, di riconoscere le persone competenti. Il peer review non serve tanto agli scienziati, quanto ai profani che si rivolgono alla scienza per avere risposte.

Prendiamo il caso della medicina. Un malato ha bisogno di sapere se il suo tumore si cura con la chemioterapia o con il bicarbonato. E di saperlo in fretta. Il peer review dovrebbe aiutarlo a distinguere un medico da un ciarlatano.

Ma che cosa succede se si importa questo modello in un ambiente tecnologico in cui pubblicare è divenuto molto più facile che nell’epoca della stampa?

Oggi Usenet è nota solo a una minoranza, per quanto abbia offerto un sistema di pubblicazione distribuita in rete ben prima dell’invenzione del web. Gli articoli sono organizzati in gruppi di discussione tematici; i lettori possono filtrarli come preferiscono dal loro lato, mentre dal lato della scrittura i gruppi di discussione possono essere liberi o moderati.

Fra i gruppi di discussione di lingua italiana, it.scienza.medicina è moderato; it.salute non lo è. Di conseguenza, chi vuole propagandare cure “miracolose” non convalidate dalla medicina ufficiale affolla questo secondo gruppo. Come si può immaginare, scrittori di questo tipo sono soliti usare il gruppo per cercare di delegittimare la medicina ufficiale, accusandola di pratiche censorie e di interessi innominabili. Come fa il lettore profano che capita su it.salute a distinguere il medico dall’imbroglione?

Fra i due gruppi c’è una divergenza così totale sui paradigmi, da somigliare a quella che oppone molte scuole umanistiche. Questa divergenza rende molto difficile una discussione propriamente dialettica. Eppure è essenziale che discussione vi sia: se non è chiaro se Kant sia o no un teorico della proprietà intellettuale, non muore nessuno, ma così non è per chi deve scegliere fra bicarbonato e chemioterapia. Per questo, molti medici che moderano o scrivono su it.scienza.medicina discutono anche su it.salute, usando tutti i mezzi possibili – dall’informazione alla satira. La loro presenza assidua sul gruppo di discussione libero offre un contraddittorio che permette ai malati di riflettere seriamente sulle loro opzioni terapeutiche.

Ma se i medici “ufficiali” scegliessero di discutere fra loro nel solo gruppo moderato, e se questo gruppo fosse ad accesso riservato, gli “alternativi” dominerebbero interamente la parte libera della rete. Quando esiste un sistema di pubblicazione libero, accanto a quello filtrato dal peer review, chi vuole comunicare in modo efficace deve a sua volta discutere apertamente e da pari, se non vuole diventare irrilevante.

I medici di Usenet, che devono salvare della vite, l’hanno capito, a dispetto delle loro convinzioni teoriche.

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