Libri, merci e discorsi

Secondo Roberto Casati, filosofo, Kant ha escogitato il diritto di copia per inventare una merce di tipo speciale. così da riuscire a far vendere non solo le sedie, ma anche entità immateriali come i contenuti culturali.

La costruzione kantiana si fonderebbe sul presupposto che i contenuti culturali siano merci – un presupposto del tutto relativo:

La ragione per cui si pagano le canzoni e il libri è contingente, ed è certo legata a un momento storico molto preciso. Finora gli autori avevano bisogno di un intermediario per arrivare al pubblico. Questo bisogno tende inevitabilmente a scomparire. Un largo pubblico pagante esiste da poco tempo. Questo pubblico si troverà sempre di più di fronte a un’offerta sterminata di contenuti culturali gratuiti e avrà sempre meno voglia di pagare quelli paganti. Senza il diritto di copia, la vita dell’autore professionista sarà appesa al filo della solidarietà del lettore, che gli verserà un obolo – come a un aedo – per ringraziarlo di mantenere in vita l’arte della parola. Senza quest’obolo, lo scrittore professionista diventerà una figura socialmente marginale, e il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo verranno ricordati nella storia culturale dell’umanità come i Secoli dell’Autore. Per duecento anni l’umanità avrà potuto permettersi – dietro il compenso, o grazie al miraggio, di royalties sontuose – il lusso di schiere di autori che hanno dedicato la loro vita a scrivere opere magnifiche, con rari eguali nei millenni precedenti e in quelli successivi.

Per quanto appaia discutibile che le opere letterarie del XIX e del XX secolo siano “senza paragone”, si tratta pur sempre di questioni di gusto. Però, l’argomento complessivo si poggia su alcune semplificazioni, che forse conviene esporre.

Cominciamo da Kant, che si è occupato di questi temi qui e qui. Per lui il diritto di trasmettere un testo al pubblico non è un diritto reale, bensì personale. Non è cioè un diritto su una cosa – perché i testi non sono oggetti materiali – bensì, secondo una definizione tradizionale, un diritto su una persona, o meglio, su una sua azione. Il testo è un discorso, che può essere comunicato al pubblico – dietro mandato dell’autore – tramite un editore. Il ristampatore abusivo è semplicemente qualcuno che parla a un pubblico in nome dello scrittore, senza esserne autorizzato. Facendo questo, egli impegna l’autore in un rapporto con altre persone, senza che questi lo abbia voluto.

Non è una sottigliezza causidica. Il carattere illegittimo della ristampa non sta nel suo essere una copia del testo, ma nel portare al pubblico questo testo senza autorizzazione. Se io copio un libro per tenerne la copia per me, non commetto nessun abuso.

Inoltre, la restrizione alla ristampa è legittima solo ove essa abbia a che fare con dei discorsi veri e propri: quando l’oggetto non è un discorso, cioè una allocuzione linguistica di un autore a un pubblico, chi lo compra lo può riprodurre e rivendere. La proprietà privata è un diritto terribile, ma deve valere allo stesso modo per il discografico che vende un Cd-Rom musicale, e per il ragazzino che lo acquista.

Per quanto il pubblico sia desideroso di avere contenuti culturali gratuiti e di superare i due Secoli dell’Editore – perché è soprattutto l’editore che ha fatto affari d’oro grazie a un copyright via via più aspro ed esteso – il futuro della condivisione dei testi non è semplice. La copiatura manoscritta, con la sua lentezza artigianale, e la stampa, con i suoi costi industriali, erano barriere tecnologiche effettive alla circolazione delle opere. Ma nuove barriere tecnologiche e legali possono essere inventate, specialmente se i più si trattengono in una beata condizione di minorità informativa e informatica.

Quello che stava a cuore a Kant non era che l’editore facesse soldi, ma che l’autore fosse libero nei suoi rapporti col pubblico. Le persone possono essere impegnate solo con il loro consenso. Se una ex-moglie scrive all’ex-marito una lettera sul loro divorzio, ha tutto il diritto di distribuirla a chi vuole lei, senza vedersela pubblicata sul “Corriere della sera”.

La privacy è un concetto anglosassone i cui confini sono culturalmente variabili, e dunque difficilmente definibili. Kant avrebbe invocato, per una questione di tal genere, soltanto il diritto dell’autrice a scegliere il tipo di rapporto col pubblico in cui vuole impegnarsi. Una ex-moglie può desiderare parlare del suo divorzio con alcuni amici, ma non col pubblico silenzioso e passivo di un giornale scandalistico.

L’elemento personale del diritto d’autore è anche alla base delle licenze Creative Commons e GPL: se l’autore non avesse il diritto di scegliere il tipo di rapporto col pubblico che vuole intrattenere, nulla impedirebbe a chi è tecnologicamente in grado di farlo di chiudere il codice e i contenuti. Anzi, proprio la diffusione della troppo semplice convinzione che ormai sia tutto liberamente riproducibile rende attuabili – e temibili – le barriere tecnologiche di cui parlavo prima.

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