Lettere morte

Questo commento merita una risposta articolata, perché affronta un problema comune a molti.

Come mai i nostri begli strumenti – HyperJournal, Tauro -, progettati per fare uscire gli umanisti dal loro stato di minorità informatica, vengono usati o poco, o male? Perché buona parte dei nostri colleghi preferisce nascondere i propri lavori in riviste di difficile accesso?

La risposta più ovvia è tecnica. I nostri strumenti sono difficili da usare. Per esempio, quasi nessun autore del “Bollettino telematico di filosofia politica” usa il nostro motore di contestualizzazione dinamica (se ne può vedere un esempio cliccando su “Apri la finestra degli articoli” in questa pagina) che avevamo pensato per rendere il fattore d’impatto trasparente, qualitativo e democratico. E come si può immaginare che chi cerca un testo abbia voglia di andare oltre la pagina di accoglienza di Tauro, con le sue parole di colore oscuro?

I nostri colleghi, se usano la rete, in genere la impiegano per scopi meramente pubblicitari, e con poca consapevolezza tecnica – per esempio rendendo disponibili file nel ben noto formato proprietario Uord. Altro che XML ….

Noi proponiamo delle Ferrari a gente che si sta ancora chiedendo se la ruota abbia una qualche utilità. O che, più probabilmente, non è affatto interessata alla locomozione terrestre.

Ma una cosa ci appare difficile – anzi, di una difficoltà insormontabile – quando il senso del suo uso non ci è chiaro. Molto spesso, in bocca a persone di intelligenza normale, l’espressione “E’ troppo difficile per me” significa, semplicemente, “Chi me lo fa fare?”. Se la pubblicazione per i più non serve per rendere pubblici dei testi, ma per affermare il proprio nome presso un editore o una rivista “prestigiosa”, è inutile affaticarsi su strumenti sofisticati pensati, ingenuamente, per pubblicare in senso proprio. Tanto è vero che i nostri colleghi latitano – con le solite, meritorie, eccezioni – anche da strumenti semplici come gli archivi e-prints.

Ci sono vie d’uscita?

Gli accademici minimi sono notoriamente vili – la viltà delle accademie è stata la felix culpa da cui ha avuto origine il peer review. Basterebbe, anche oggi, che il legislatore imponesse la pubblicazione ad accesso aperto per la partecipazione ai concorsi o per la valutazione della ricerca, e tutti si adeguerebbero.

E qui dobbiamo fare i conti con la miopia di molte nostre scelte di politica accademica e di politica in senso stretto. Mi dicono, per esempio, che lo stato canadese ha finanziato l’Open Journal System un con investimento pubblico a sei cifre. L’HyperJournal italiano, per quanto sia molto apprezzato – all’estero – e a suo tempo sia stato molto innovativo, per quella nostra feature di cui parlavo prima, ha ricevuto in tutto 25.000 euro, a pezzi e bocconi.

Ora ci piacerebbe aggiungere alla struttura della rivista paludata col peer review in doppio cieco la possibilità di far valutare e commentare gli articoli ex post, da parte degli utenti, per allontanarlo dal tribunale di Kafka e approssimarlo al tribunale di Atene. Ma, finché non ci ricapiterà di vincere alla lotteria, non potremo farlo. Eppure ci basterebbe appena qualche migliaio di euro in più.

I miei colleghi bibliotecari della commissione Crui per l’open access stanno esultando perché il MIUR con una circolare del 20 luglio revoca l’obbligo dell’invio alle biblioteche nazionali delle tesi di dottorato in DVD e autorizza a depositarle in formato digitale direttamente sui server delle biblioteche stesse. E’ un piccolo passo per la burocrazia, ma un passo piccolo anche per l’università. Eppure in questo momento sembra non sia possibile fare di più.

(continua)

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