Siamo quello che facciamo finta di essere

Hans Werner Gottiger nel corso dei decenni – si legge qui e qui – è riuscito a farsi passare per professore, a pubblicare articoli copiati su riviste peer reviewed e a ricevere inviti e cariche da istituzioni accademiche di tutto il mondo.

Il suo successo non stupisce. Figure come la sua hanno un vantaggio evolutivo. Andare ai congressi, coltivare rapporti personali e trar profitto delle limitazioni alla ricerca della nostra “biblioteca incompleta” per produrre articoli copiati è facile e veloce, una volta che se ne dominino le tecniche di base. Chi fa ricerca sul serio, oltre a non copiare, deve invece sacrificare la sua vita sociale allo studio ed esporsi al rischio di farsi dei nemici.

Chi ha smascherato il professore? Tutto è partito da un articolo pubblicato nel 1993 sulla rivista “Research Policy” , ancora riportato, nel momento in cui scrivo, nel suo indice. Un articolo simile era stato pubblicato tredici anni prima, con la firma di un altro, dal “Journal of Business“. Un lettore attento si è accorto della somiglianza e l’ha segnalata al direttore di “Research Policy”, che ha cominciato a indagare per conto suo.

Il peer review tradizionale, anteriore alla pubblicazione, richiede un’organizzazione e ha costi che – si dice – possono essere sostenuti solo da editori commerciali. Il peer review, però, offre un controllo di qualità che è nell’interesse della comunità scientifica, per il quale – si dice – conviene che le istituzioni pubbliche paghino le multinazionali dell’editoria e si inchinino alla loro pubblicazione ad accesso riservato.

Ebbene, chi ha scoperto il plagio di Gottinger? Un lettore attento. Qualcuno, cioè, che stava facendo ricerca per conto suo e conosceva bene la letteratura del settore di cui si stava occupando. Non un revisore annoiato, intento a fare un lavoro onorifico per conto terzi, ma per lui d’interesse marginale. La vera valutazione dell’articolo è stata dunque fatta ex post, da un revisore non ufficiale. Anche questo non stupisce: siamo giudici molto più affidabili quando facciamo ricerca per conto nostro, che quanto sediamo nel tribunale di Kafka.

Che cosa sarebbe successo se la stessa vicenda fosse avvenuta in un sistema di pubblicazione interamente ad accesso aperto, con forme di valutazione soltanto ex post? Entrambi gli articoli – l’originale e il plagio – sarebbero stati pubblicamente disponibili e indicizzabili. E presto o tardi qualcuno si sarebbe accorto che il secondo era un plagio del primo, facendo ricerca per conto proprio – esattamente come è accaduto in questo caso.

Se tutta la produzione scientifica fosse ad accesso libero, la scoperta di una copiatura sarebbe molto più probabile, perché tutto sarebbe soggetto al vaglio di un pubblico molto più numeroso. E anche se un plagio riuscisse a rimanere nascosto per quattordici anni, i suoi costi culturali sarebbero comunque molto inferiori, perché a nessuno verrebbe negato l’accesso al sapere in nome di un controllo di qualità che nemmeno funziona.

2 Responses to “Siamo quello che facciamo finta di essere”

  1. Premesso che non faccio parte del circuito accademico, mi è capitato di collaborare ad un paio di paper e di fare il peer-review di altrettanti paper, ed ho trovato l’approccio poco efficace: chi effettua il peer-review spesso non è esperto della materia, ha quindi poco tempo da dedicare a qualcosa che in fondo non lo interessa e viene selezionato sulla base di criteri a volte imperscrutabili. Il risultato è quello che descrivi, a volte, a volte addirittura ci sono di mezzo i soldi, e anziché trattare di paper scientifici si parla di ricerca finanziata dalla comunità europea. E lì, è decisamente peggio.

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