Il dottorato di ricerca

Da un po’ di tempo, il dottorato di ricerca è il primo gradino che un giovane studioso deve salire, se vuole percorrere la lunga e dolorosa scala della carriera accademica. I dottorati per lo più funzionano come si narra in questo articolo dell’Unità. Sono, cioè, gestiti interamente su base locale: questo rende molto facile usarli a vantaggio esclusivo degli ordinari locali e dei loro scudieri.

Forse vale la pena raccontare che nel settore della filosofia politica, a Pisa, Giuliano Marini aveva fondato – assieme con Norberto Bobbio – un dottorato di ricerca molto particolare. Le commissioni di concorso erano composte, a rotazione, esclusivamente da commissari esterni; le borse di studio per i vincitori non erano solo pisane, ma erano offerte, per lo più, dalle altre università consorziate. I candidati che vincevano i concorsi ottenevano un titolo di prestigio, perché di natura non localistica, e poi continuavano le loro carriere altrove. Questo dottorato fu però soppresso come dottorato autonomo, perché l’università di Pisa ritenne che la formazione del dottore di ricerca dovesse considerarsi come il terzo grado dell’istruzione universitaria – meramente locale.

L’articolo di Luigi Cancrini che ho citato sopra propone di rendere i concorsi di dottorato non più locali, ma nazionali: cioè di imporre per legge quanto, per un certo periodo di tempo, si è riusciti a fare a Pisa. L’esperienza pisana dimostra che per produrre un simile mutamento non occorrerebbe neppure cambiare la normativa: basterebbe avere comunità scientifiche che prendono sul serio il problema del potere accademico, discutendolo pubblicamente. E, negli atenei, istituzioni di governo che sappiano raccogliere le esigenze delle comunità scientifiche che funzionano. Quando funzionano.

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