Backdoor

Chi volesse leggere l’articolo di “Nature” sul professor Gottinger, accademico perfetto, che è ad accesso riservato, lo può trovare qui, se è un bravo ricercatore – nel senso intelligente e letterale in cui l’hacker  Fravia intende questo termine. Un articolo ad accesso chiuso è diventato ad accesso aperto grazie alla felice violazione del diritto d’autore compiuta da un partecipante al gruppo di discussione Usenet soc.culture.czecko-slovak.

In un suo intervento recente Paul Ginsparg, il padre di ArXiv, scrive che un terzo degli articoli scientifici ad accesso chiuso si ritrovano anche altrove – almeno per i ricercatori che sanno usare i motori di ricerca. Questa percentuale, secondo lui, è destinata ad aumentare, man mano che si affacciano agli studi i giovani cresciuti con la rete, abituati a dare per scontata l’accessibilità dei testi. Abbiamo dunque, accanto a quella ufficiale, una forma peculiare, clandestina, di accesso aperto, che Ginsparg chiama, con un termine informatico, backdoor.

I ricercatori, in effetti, hanno sempre amato leggere il gran libro di “Nature” senza pagarlo. Ma è veramente appropriato chiamare “aperto” questo accesso dalla porta posteriore?

Attualmente, il problema principale della pubblicazione ad accesso aperto “per la porta principale” è la scarsa consapevolezza di buona parte degli autori, i quali sono di solito molto lontani dell’immaginare che le modalità di diffusione dei loro testi sia una questione che li riguarda.  L’argomento “tanto i più furbi riescono sempre a trovare una backdoor” li incentiva, semplicemente, a curarsene ancor meno; e a lasciare inalterato il loro mondo di biblioteche incomplete e di comunità accademiche sconnesse. L’accesso backdoor danneggia l’accesso aperto, proprio come la pirateria danneggia il software libero.

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