Lettere morte II

[Continua da Lettere morte]

Qualche tempo fa, ci stavamo chiedendo come mai buona parte dei nostri colleghi – accademici minimi, medi e massimi – ignorino le questioni che a noi stanno tanto a cuore: la pubblicazione ad accesso aperto e la condivisione della ricerca nei suoi risultati e, soprattutto, nel suo farsi, con gli strumenti che gli sviluppatori di social software mettono a disposizione. Tanto è vero che, fra quanti in Italia si occupano di accesso aperto, moltissimi pensano che l’unico modo per renderlo diffuso sarebbe imporlo per legge ai ricercatori finanziati pubblicamente.

Fra l’introduzione di una nuova tecnologia della parola nella società e il suo uso consapevole c’è sempre un intervallo più o meno lungo. Una cosa è disporre degli strumenti e adoperarli, un’altra è sapere quello che si sta facendo. Geronte Cariatide non è nemmeno in grado di accendere il computer; Prisco Architrave, affermato professore cinquantenne, usa la posta elettronica le sue interazioni personali. Anche se, per le cose serie – come gli accordi sui concorsi – preferisce il cellulare, ritenendolo, chissà perché, più sicuro dell’e-mail cifrata con GPG, di cui del resto ignora l’esistenza. E per pubblicare si rivolge a un editore, cui dà quel che è suo – i suoi diritti d’autore – e quel che non è suo, cioè i fondi di ricerca a lui attribuiti. L’editore, a sua volta, diffonde i suoi testi a prezzi assai più alti e in misura molto minore di quanto sarebbe possibile se Prisco usasse i siti istituzionali e disciplinari con consapevolezza. Puttino Pluteo, giovane ricercatore precario di poche speranze, naturalmente gli va dietro: non può permettersi il lusso di usare la rete – ammesso e non concesso che sia in grado di andare oltre il suo amato Uord -, quando sa che Prisco, ai concorsi, non valuta i suoi testi leggendoli, ma guardando il nome dell’editore.

A Prisco, in effetti, non interessa diffondere i suoi testi. Perché? Su può dire, in modo pudico, che le barriere non sono propriamente tecniche, ma sociali e psicologiche. O, in modo meno pudico: se buona parte delle carriere accademiche sono decise da rapporti personali, perché mettere le cose in rete, rischiando pure qualche brutta figura?

Recentemente, l’American Anthropological Association ha deciso di trasferire tutte le sue riviste dall’University of California Press a Wiley-Blackwell, potente multinazionale dell’editoria scientifica, sollevando molte preoccupazione sulla futura accessibilità dei suoi testi. Ecco il commento di un antropologo anonimo, contenuto nell’articolo appena citato:

One anthropologist who asked not to be identified said that the open access and publishing debates have shined light on problems for the association and the discipline. Traditionally, he said, the “big issues” confronting the association (what stance to take on the Vietnam or Iraq wars, for example) have been debated by members at open meetings, while the business decisions have been made, largely out of view and without much member interest, by association staff. Open access is an issue that “connects anthropological ethics with our scholarly institution’s bottom line, and many of us are learning for the first time” that they aren’t controlling decisions made on their behalf. Editors, he said, “are concerned but in the dark.”

This anthropologist continued: “Will Wiley-Blackwell transform our publications program into a money making machine with generous use rights for our content? Will it run them into the ground? We simply have absolutely no idea. Regardless of the consequences — and I’m not optimistic — this represents a failure of the AAA to make decisions in a transparent and rational way. Until we learn how to do that, we have bigger fish to fry than open access.”

Chi ha frequentato gli ambienti accademici, o è familiare con la finta informalità delle tante società italiane di studi cartacei, non ha che da rallegrarsi per il mal comune. Oligarchie che preferiscono parlarsi fra loro al cellulare hanno ben poco interesse per la trasparenza. Col risultato che l’opinione pubblica colta, e pure io, preferisce – che so? – il blog di Beppe Caravita, o le riviste fai-da-te, al Saggio del Collega. E che, per quanto uno dei nostri compiti sia l’insegnamento, per il quale è disperatamente necessario farsi capire, siamo così disabituati a comunicare che ci facciamo pure –  giustamente – ridere dietro.

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