“That’s my family. It’s not me.”

Con questa battuta, durante il clamoroso matrimonio italiano all’inizio del film Il Padrino, un giovane Michael Corleone crede di tenersi lontano dal destino che perderà la sua anima. Ma le sue parole descrivono anche, in un registro molto più comico, l’atteggiamento di buona parte degli accademici italiani. Agamennone Interno, nelle pause del concorso che porterà alla vittoria il suo prediletto Oreste, si lamenta della decadenza del sistema, del clientelismo e del nepotismo – beninteso, esclusi i presenti. Certi colleghi, pur sapendo benissimo che i concorsi si vincono per meriti non scientifici e non propri, una volta vinto il “loro” concorso – che fa eccezione, beninteso – si dimenticano che avrebbero, ora, il compito di dimostrare che il caso corrisponde al merito e si trasformano in un batter d’occhio in arroganti baronetti wannabe. E può pure succedere che gente cui è ben noto il morso della precarietà metta ignobilmente sul lastrico un assegnista di ricerca perché, poniamo, ha osato dire che l’assegno di ricerca serve per fare ricerca, e non per altro.

Come spesso avviene in Italia, ci troviamo di fronte a una tipico caso di classe dirigente irresponsabile: niente dipende dalle nostre scelte; tutto è dovuto a un destino cinico e baro da cui noi, accidentalmente, riusciamo però sempre a trarre un nostro tornaconto personale. Tutti deplorano che i concorsi siano vinti dagli candidati locali spesso mediocri, ma nessuno si preoccupa di proporre soluzioni semplici come regolari contratti di lavoro per i ricercatori precari o la proibizione delle carriere interne. Il lassismo è sempre colpa di tutti gli altri.

Non a caso, alcuni dei progetti di riforma in discussione puntano sulla selezione e sull’oligarchia – come se il sistema attuale non fosse già ferocemente selettivo e oligarchico. Come se le oligarchie che hanno finora governato l’università non fossero di questa responsabili – perché la colpa, appunto, è sempre di tutti gli altri.

That’s my family. It’s me.

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