Felice Le Monnier, rivoluzionario e ristampatore

Le Monnier è una storica casa editrice fiorentina, ora inglobata dal gruppo Mondadori. Avremmo motivo di aspettarci che il cammino di una intrapresa editoriale vada di pari passo con la vicenda dell’invenzione e dell’imposizione della proprietà intellettuale. Ma il fondatore, il francese Felice Le Monnier, ha una storia molto diversa.

Felice, figlio di un ufficiale napoleonico, insofferente alla carriera militare cui il padre vorrebbe avviarlo, viene indirizzato al mestiere di tipografo. Nel 1830, divenuto proto, contribuisce alla scintilla che accenderà la rivoluzione di luglio.

Una delle Ordinanze di Saint Cloud emanate dal re Carlo X imponeva che tutte le pubblicazioni a stampa necessitassero di una preventiva autorizzazione. Il 27 luglio, quattro giornali escono senza averla ottenuta. Il prefetto di Parigi dispone il sequestro dei torchi che hanno stampato i quattro giornali. Gli operai delle stamperie si oppongono con la forza alla polizia: in quel momento, difendere il proprio posto di lavoro, affermare la libertà di stampa come libertà economica e lottare per la libertà di parola sono tutt’uno. Il giorno dopo scoppia la rivoluzione.

Successivamente, Le Monnier, fermatosi per caso a Firenze, si fa strada come editore. All’epoca, in Italia come altrove, le leggi sul diritto d’autore erano valide, come i vecchi privilegi, solo entro il territorio dello stato che li aveva concessi. Questo faceva fiorire miriadi di ristampe non autorizzate, ma del tutto legali. Anche Felice Le Monnier, come si racconta qui, ristampava, unendo la sua avvedutezza imprenditoriale ai fremiti risorgimentali.

Nel 1840, una convenzione aperta fra l’Austria e il regno di Sardegna “concernente la guarentigia del diritto di proprietà delle opere letterarie e artistiche negli Stati rispettivi”, cui successivamente aderirono tutti gli stati italiani tranne Napoli, mise fine a questo stato di cose. Le ristampe si concentrarono, come si può immaginare, a Napoli. Ma Felice Le Monnier continuò a ristampare testi pubblicati prima del 1840, forte del parere legale dell’avvocato Pietro Fraticelli, secondo il quale la convenzione riguardava solo le opere uscite dopo l’entrata in vigore della convenzione. Le Monnier non era un volgare pirata: sosteneva, infatti, di voler pagare gli autori, senza però privare il pubblico di qualcosa che era già suo.

Manzoni fu la sua vittima più illustre: Le Monnier, però, aveva avuto cura di ristampare l’edizione dei Promessi sposi del 1832 – quella scritta prima che Don Alessandro si valesse, gratis, della lingua toscana sciacquando i suoi panni famosi in Arno. Ne nacque un caso legale, nel corso del quale Manzoni non esitò a prendere la penna per difendere il suo presunto diritto.

Felice Le Monnier si rivolse a Girolamo Boccardo, economista e avvocato. Questi sostenne che la cosiddetta proprietà letteraria non è un diritto naturale, ma meramente positivo: per questo motivo, può essere fatta valere solo dopo che una legge in merito è entrata in vigore. Non prima. Quindi il testo manzoniano del 1832 è fuori dalla portata della convenzione del 1840.

Manzoni, che aveva pubblicato a suo spese e non era riuscito neppure a pareggiare il suo investimento a causa delle molte ristampe, gli diede tuttavia ragione sul piano dei principi: il concetto di proprietà letteraria è un concetto spurio, nato da un uso meramente analogico, dal momento che solo le cose “corporali e limitate” – come voleva il diritto romano – possono appartenere a qualcuno. Dunque, anche per Manzoni, espressioni come “generare e valorizzare la proprietà intellettuale” sono prive di senso.

L’autore, per Manzoni, conclude piuttosto un patto con la società, per il quale egli rende pubblica la sua opera in cambio della garanzia – di diritto positivo – di un monopolio sulla sua riproduzione. Questo patto si esprime in una legge positiva. Una tale legge – senza bisogno di essere retroattiva – colpisce tutti i fatti possibili che avverranno dopo la sua entrata in vigore, compresa la ristampa di un testo uscito prima.

Manzoni vinse la causa. Ma, dal punto di vista dei principi, i due contendenti erano d’accordo: non si può avere proprietà su oggetti immateriali, indefinitamente condivisibili. Se Manzoni, invece di adottare il costoso mezzo della stampa, avesse potuto affidare, in open access, la distribuzione del suo testo alla rete, non avrebbe lamentato nessuna perdita economica e avrebbe potuto ridimensionare le sue rivendicazioni in un diverso patto con la società – tali sono, per esempio, le licenze Creative Commons – , in modo da renderle più compatibili col diritto del pubblico a condividere e ridistribuire il suo testo, tramite migliaia e migliaia di Felici Le Monnier. Sempre che qualcuno non cerchi di fermarli con qualche brutta copia burocratica delle ordinanze di Saint Cloud.

One Comment to “Felice Le Monnier, rivoluzionario e ristampatore”

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: