La crisi della monografia accademica

… ovvero: perché scriviamo cose che neppure i colleghi vogliono leggere?

Non sono la responsabile di questa domanda irriverente. Se la pone il professor R. Stephen Humphreys, in un intervento in seno a una conferenza altrettanto irriverente: The Specialized Scholarly Monograph in Crisis: Or How Can I Get Tenure If You Won’t Publish My Book?

Per monografia si intende un’opera specialistica – tipicamente frutto di una ricerca individuale – che tratta un argomento ristretto con grande dettaglio. Le monografie, negli Stati Uniti, sono apprezzate come titoli per farsi assumere da qualche università; in Italia servono per vincere i concorsi.

Se un editore sta sul mercato, le monografie, rivolgendosi a un pubblico di nicchia, non sono redditizie; le biblioteche universitarie – dice Humphreys – tendono a comprarne sempre meno, perché costano troppo. Anche a me capita di ricevere messaggi di colleghi che, annunciando orgogliosi l’uscita di un loro volume dal prezzo stratosferico, supplicano umili che si interceda affinché tanta fatica venga acquistata dalle nostre biblioteche. Io, a dire il vero, tendo a trattare il tutto come pane per i denti bayesiani del mio filtro antispam – ma è bene che questo non si sappia in giro.

Che bisogno c’è di scrivere monografie? Servono per fare carriera. E siccome si deve aver l’aria di produrre qualcosa di originale, molte monografie propongono nientemeno che nuove teorie, o sedicenti tali. E come si fa a sapere quali teorie sono frutto di mode intellettuali e di ambizioni contingenti, e quali sono quelle che rimarranno? Humphreys stesso racconta di leggere poco e in fretta i lavori dei colleghi, e di preferire, essendo un islamista, investire il suo budget limitato in testi arabi medioevali, cioè in fonti primarie.

Mi sono resa conto che anch’io mi comporto in modo simile. Leggo volentieri i miei auctores – cioè coloro che per me meritano la mia attenzione nella sua interezza – ma considero buona parte della letteratura accademica alla moda come scritta nell’acqua. Però se trovo in internet qualche buona idea, di qualcuno che la sa mettere in rete in tutti i sensi del termine, non esito a valorizzarla all’interno del mio personale percorso di ricerca.

Secondo Humphreys, “la crisi della monografia specialistica è in realtà la crisi della professione accademica”. Il sistema che governa le nostre carriere ci costringe, contraddittoriamente, a scrivere cose che nessuno legge. La monografia non è più un raro tassello nel mosaico prezioso di una ricerca specialistica, bensì un inflazionatissimo volantino propagandistico destinato a finire rapidamente – e giustamente – al macero.

C’è una via d’uscita da questa situazione? Secondo Humphreys, pur nella crisi, non abbiamo ancora trovato niente che sia in grado di sostituire la monografia. Anche perché solo la monografia è in grado di contenere in maniera organica e conchiusa un corpus di ricerche stratificato nel tempo – il lavoro di una vita reso in un microcosmo librario.  Questo tipo di produzione richiederebbe, però,  molta autodisciplina.

La conclusione di Humphreys, che invita a contenersi e a pazientare, è  simile allo sguardo dell’angelo della storia, lucido sul passato, ma cieco sul futuro.

Le monografie potrebbero – come la scrittura per Platone – essere riservate agli studiosi anziani, perché, finalmente liberi da ambizioni di carriera, possano diventare auctores sulla base del lavoro di una vita. Ai giovani si potrebbe chiedere qualcosa di diverso: di costruire nuovi percorsi di ricerca, di renderli comuni in rete, di imparare, finalmente, a discutere: di farsi misurare, insomma, dalla social scholarship. Perché un bellissimo blog deve continuare a valere meno di una pessima monografia?

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