Una questione di prestigio

Era da un po’ che avevo nella tastiera qualcosa sul professor Joseph Ratzinger, che cerco di leggere senza mediazioni. Ma non ho voglia, ora, di unirmi al fracasso.

Vorrei, piuttosto, considerare la mancata allocuzione del papa alla Sapienza dal punto di vista della teoria della comunicazione accademica. Nella comunicazione accademica, la legge fondamentale è una variazione dell’altrimenti famoso “il mezzo è il messaggio” che suona così:

non importa che cosa si dice; importa dove lo si dice

Pubblicare su certe riviste, essere oratore ufficialmente invitato a certi congressi, avere la parola in certe cerimonie è importante non per quello che si ha da dire, ma perché ciò conferisce prestigio – cosa, questa, da cui le multinazionali dell’editoria scientifica hanno tratto gran lucro.

Qualche professore, naturalmente, dice anche qualcosa. Ma i più geniali si costruiscono una reputazione semplicemente piazzando nei posti giusti il nulla che hanno da dire. Una prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico è, da questo punto di vista, un’ottima occasione per far spiccare il proprio nome fra le autorità sonnacchiose, con la certezza che nessuno ascolterà veramente quanto diremo e quindi, Dio ce ne scampi, nessuno ci criticherà.

Anche nel caso dell’apertura dell’anno accademico alla Sapienza di Roma, quello che le parti avrebbero avuto da esprimere è ormai noto, qui, qui e qui. Il problema, checché se ne pensi, non è la censura. Tutti hanno potuto dire tutto. La materia del contendere, piuttosto, è dove si dicono le cose.

I filosofi naturali della Sapienza hanno opinato, esercitando un peer review il quale, a quanto pare, sarebbe dovuto rimanere riservato, che a parer loro non si dovesse conferire un prestigio immeritato e politicamente inopportuno al collega filosofo-teologo Ratzinger, dandogli la parola in una certa occasione. Gli amici del teologo, dal canto loro, hanno gridato alla censura – una stenografia accademica per significare non che lo studioso in questione è stato messo a tacere, ma che qualcuno non vuole conferirgli prestigio.

Per che cosa, dunque, giornali, politici e prelati vorticano di indignazioni d’opposta fazione? Per quella che, agli occhi dell’antropologo accademico, è solo una disputa fra professori su una questione di prestigio. In un sistema di pubblicazione che ci abituasse a valutare quello che diciamo, discuteremmo assai più sulle cose che sulle sedi.

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