L’onore delle armi

Qui non amo parlare di politica – della squallida, oligarchica politica italiana. Di quella politica che mi sembra così simile alla cosiddetta politica accademica – anch’essa squallida, oligarchica,  e. soprattutto, sempre pronta a tuonare sui massimi sistemi e a progettare grandissime riforme per non cambiare assolutamente nulla, o per consolidare altrimenti i rapporti di potere esistenti, che ben poco hanno a che fare con la scienza.

In questo momento, però, voglio parlare bene di un accademico massimo: il presidente del consiglio Romano Prodi. In una situazione difficilissima e sospetta, alle prese con del materiale umano di scarsissimo  valore, ha fatto. Ha fatto piccole cose – per esempio la liberazione, con la legge Bersani, dai contratti-capestro delle compagnie telefoniche -; ha fatto cose tecniche – come il risanamento del bilancio -; ha fatto cose sgradevoli per alcuni, ma giuste – far pagare le tasse anche a chi non ne aveva l’abitudine -, ma ha fatto.

A me è dispiaciuto che ben poco si sia agito per l’università. Ma devo dire che i piccoli passi che il governo Prodi era riuscito a compiere, per il paese nel suo complesso, andavano nella direzione del cambiare poco per cambiare tutto – una sapienza politica che passa facilmente inosservata fra i cembali sonanti e i rami squillanti, ma che, evidentemente, ha dato fastidio a qualcuno.

Prodi è caduto con coraggio. In questa situazione io avevo cominciato a pensare che uno come lui – un vecchio democristiano pragmatico, ma con una coscienza chiara – fosse il meglio che l’Italia potesse avere. Continuo a pensarlo ora.

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