I diritti dell’autore

Molti ricordano l’illuminista tedesco Gotthold Efraim Lessing per la favola dei tre anelli. Il testo che ho qui tradotto – Leben und leben lassen – è invece assai meno noto: lo conoscono, tutt’al più gli storici del diritto d’autore. Questi lo considerano, solitamente, come uno dei tanti gradini che conducono alla – scontata, inevitabile – affermazione della proprietà intellettuale.

Lessing, in realtà, non scriveva cose scontate – soprattutto perché, nella sua epoca, la proprietà intellettuale non era affatto scontata.

Nella Germania del ‘700 non esisteva il copyright e perdurava il regime del privilegio, cioè di un monopolio sulla stampa di testi ottenuto grazie a una concessione del potere politico. Il privilegio, per quanto di solito illimitato nel tempo, era assai limitato nello spazio: essendo frutto di una concessione politica, valeva solo nel territorio dello stato che lo aveva dato. Poiché gli stati tedeschi erano una miriade, per ristampare un testo senza l’autorizzazione del primo detentore del suo privilegio, ma legalmente, bastava valicare un confine.

In questo gioco, gli autori avevano la parte peggiore: dato che il privilegio veniva concesso all’editore sulla stampa e non allo scrittore sull’opera, l’autore doveva rassegnarsi a vendere per un boccon di pare il suo manoscritto a un libraio-stampatore, e a cercarsi qualche altro introito, in una umiliante dipendenza dal mecenatismo dei potenti e da attività collaterali.

Lessing voleva che lo scrittore diventasse economicamente autonomo.

In questo compito, il primo passo da compiere era quello di attribuire all’opera dell’autore un senso economico. Lessing lo fece applicando alle opere dell’ingegno la teoria lockeana della proprietà: può dirsi legittimamente mio tutto quello che è venuto ad essere in virtù del mio lavoro.

Questa idea era già stata usata da altri. Lessing, però, si rende conto che questa posizione ha due limiti. In primo luogo, come facciamo a invocare la nostra proprietà intellettuale su oggetti che è impossibile recintare? Per quanto un autore possa lamentarsi, una volta che il suo testo è stato reso pubblico, esso può essere riprodotto. Non esiste un modo semplice per impedirlo.

In secondo luogo, è davvero utile per gli autori trattare le loro opere come una proprietà, trasferibile all’editore con una mera compravendita? Una volta che lo scrittore ha ceduto all’editore il suo testo, al modo in cui viene ceduto un oggetto materiale, chi è che trae profitto dalla sua vendita? La risposta è ovvia: esclusivamente l’editore. Perché, dunque, offrirgli l’arma di una proprietà intellettuale che, pur essendo fondata sulla creatività dell’autore, finisce per difendere esclusivamente i suoi interessi? I diritti d’autore, tanto cari agli editori una volta che li abbiamo acquisiti, non sono affatto identici ai diritti dell’autore come lavoratore.

La questione va dunque riformulata: come garantire all’autore una remunerazione, in un mondo in cui copiare è facile, e nel quale i mediatori di mercato tendono a fare esclusivamente i loro interessi?

Questa è una domanda settecentesca, ma tuttora molto attuale, perché oggi, per diverse ragioni, siamo tornati a una situazione parzialmente simile a quella della Germania del XVIII secolo.

Lessing propone una forma di stampa su prenotazione, i cui proventi devono essere divisi equamente fra tipografo, autore ed editore, e che deve essere basato su una preliminare circolazione libera e a basso costo del meglio di quanto lo scrittore ha intenzione di comporre, se ci sarà richiesta sufficiente. Questo comporta che, per quanto le opere possano poi venir ristampate senza autorizzazione, la loro prima edizione avvenga sempre solo se è tale da garantire un ragionevole profitto.

E ha un altro vantaggio: in un sistema in cui prima si stampa e poi si offre alla vendita – nota Lessing – le recensioni dei libri, pur essendo un momento essenziale di valutazione, sono esposte, per motivi commerciali, alle pratiche poco trasparenti che anche noi ben conosciamo. Nel progetto di Lessing, di contro, sarebbe l’interesse dei lettori sottoscrittori a rendere un testo meritevole di stampa, e dunque commerciale. Non viceversa. E dopo la prima edizione, ci si potrebbe addirittura permettere di lasciare che le opere circolino liberamente.

Il progetto di Lessing è interessante anche per noi. I diritti dell’autore non si potrebbero difendere in modo più intelligente se rinunciassimo alla retorica della proprietà intellettuale e al suo tintinnio di manette?

3 Responses to “I diritti dell’autore”

  1. Complimenti per il blog, cercherò di seguirlo più spesso. Una delle pochissime voci, nella rete italiana, specialistica, “accademica”, ma anche moderna e contro. Buon lavoro.

Trackbacks

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: