La monografia di Sisifo

Sisifo, condannato a un castigo infernale che lo obbliga in eterno a trascinare e ritrascinare lo stesso masso per la stessa china, raffigura miticamente la condizione dell’umanità, se pensata come incapace di progredire. Ma potrebbe anche essere usata come metafora della condizione degli umanisti.

C’è un bellissimo libro di Gabriele Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, uscito postumo, il cui pdf è stato meritoriamente messo on-line e reso accessibile a chiunque. E’ il testamento spirituale di uno studioso insigne. Ma, leggendolo, non si può fare a meno di provare un senso di frustrazione.

Il libro ha delle lunghissime parti espositive, nel quale si riferiscono – certo con grande intelligenza – i dialoghi di Platone. Ha un ricchissimo apparato bibliografico nel quale l’autore riporta – certo con grande erudizione – le opinioni degli infiniti filologi che hanno affrontato le stesse questioni, prima di lui. In una monografia si deve fare così.

Nelle 512 pagine del testo di Giannantoni ci sono, certo, tante cose intelligenti. Ma per scovarle si devono leggere, appunto, 512 pagine, molte delle quali ripetono quello che già si sa, oppure rimandano a opere con le quali confrontarsi è difficile, perché ad accesso chiuso, oppure sepolte in qualche biblioteca cartacea. Il risultato è che non solo l’autore deve fare il lavoro sisifeo di riportare, per lo più, pietre che già altri hanno rotolato, ma che la stessa fatica viene inflitta anche al lettore.

Il nostro lavoro potrebbe invece essere organizzato meglio a più strati, così:

  1. il testo di Platone
  2. il lavoro esegetico dei filologi, riconosciuto da motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo
  3. le teorie filosofiche costruite a partire da Platone o in dialogo con lui, sempre riconosciute con motori di ricerca semantici che fanno uso del tagging collaborativo.

Sarebbe bello avere una specie di Technorati platonico. Certamente, ci sarà molto disaccordo su che cosa collocare nello strato 2 e nello strato 3, ma tutti gli interessati avranno finalmente la possibilità di votare per stabilire se questioni molto dibattute ma risolvibili definitivamente solo con una seduta spiritica o una macchina del tempo – come per esempio qual è esattissimamente l’ordine dei dialoghi o se essi siano o no al servizio di una ipotetica dottrina non scritta – siano il cuore degli studi platonici.

Nel libro di Giannantoni c’è una cosa interessante, meritevole di essere sviluppata. Nel Protagora, Socrate e il sofista stanno discutendo su come discutere, Il primo trova poco utili all’indagine i lunghi discorsi monologici – monografici, verrebbe voglia di dire – del secondo. Protagora, da studioso affermato e poco desideroso di mettersi in gioco, risponde che non si fa certo dettare il modo di disputare dall’interlocutore. Viene proposto di eleggere un arbitro o un presidente:

 Socrate respinge questa idea con l’argomento che un personaggio del genere, non potendo essere certo inferiore ai contendenti (perché non sarebbe all’altezza del compito), né loro pari (perché sarebbe inutile), dovrebbe essere superiore: ma chi è più “sapiente” di Protagora o a lui superiore? In realtà un arbitro non ha senso in una libera e comune indagine. (p. 66. corsivo mio)

Ora, su che cosa si basa la nostra valutazione della ricerca? Su arbitri e su presidenti, spesso nominati o autonominati sulla base delle loro capacità organizzative e dei loro contatti con gli editori. Un arbitro ha certo senso in una partita di calcio: ma ha senso in una libera e comune indagine? Gabriele Giannantoni, con finezza, risponde di no. Non si tratta, infatti, di vedere, chi segna più goal sulla base di regole date, ma di inventare e di renderne comuni nuove regole e nuovi giochi.

Questo cercavano di fare Socrate e Platone. Nessuno dei due ha mai pensato di dirlo con una monografia.

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