Le coltri della storia

Continua da: Over the rainbow

Il sistema accademico italiano, come ho già scritto altrove, è oligarchico. Si tratta di una oligarchia invero bizzarra, composta com’è di intellettuali per lo più di sinistra, che, salvo eccezioni, non si curano affatto di condividere le loro idee al di là dei vecchi mezzi di comunicazione di massa, anch’essi, strutturalmente, oligarchici. Ma perché mai questa cultura non si vuole – non si sa – comunicare, condannandosi a storiche, meritatissime sconfitte?

In un tempo lontano ma storicamente vicino, perché in esso affondano le radici dell’oggi, il partito egemone di questa cultura decise di venire a patti sulla questione della comunicazione televisiva, in cambio di una mancia insignificante. In luogo di combattere per la parità nella comunicazione pubblica, si scelse di vendersi per un piattino di lenticchie sul tavolo della comunicazione oligarchica: un piccolo canale della televisione di stato. Come fu possibile compiere una sottovalutazione così grave?

In un tempo lontano ma storiograficamente vicino, gli intellettuali di sinistra sognavano sogni rivoluzionari dormendo tranquilli tra le coltri della storia. Se, infatti, abbiamo la certezza che la struttura del mondo ci accompagnerà felicemente da sé verso il comunismo, quello che facciamo noi conta ben poco. Possiamo dunque scrivere testi allegramente incomprensibili che i soliti quattro gatti faranno finta di capire e occuparci serenamente dei nostri amati concorsi, mentre ai piani alti si negoziano princípi in cambio di reti televisive. Sarò la storia a sanare le nostre incoerenze.

La storia, in effetti, l’ha fatto, ma in un modo capriccioso e irridente, indicando che sarebbe stato meglio schiacciare altrove i nostri pisolini dogmatici.

Così, gli intellettuali di sinistra sono rimasti con tanta voglia di occuparsi dell’attualità e di denunciare le ingiustizie del mondo – hanno infatti il terrore di essere “accademici” – senza più una storia in cui credere, e, soprattutto, senza aver chiaro il senso del proprio lavoro. Se si continua a pensare – non diversamente dai disprezzati neoliberali – che il mondo cammina sulle gambe dell’economia, a che cosa servono tutte le nostre teste?

Alcuni, per darsi un tono, hanno continuato a fare da cronisti dell’attualità con le sue parole alla moda – postfordismo, globalizzazione, cognitariato, post-secolarismo – mentre altri, o gli stessi, hanno scoperto in America le filosofie di corporazione.

Per produrre una buona filosofia di corporazione bisogna in primo luogo disporre – come succedaneo del proletariato – di una classe oppressa: le donne, per esempio, che sono sessualmente differenti, oppure gli omosessuali, oppure gli stranieri, o, per i più raffinati, il cognitariato. Bisogna quindi affermare che detta minoranza, se teoreticamente agitata, secerne una sua filosofia, del tutto aliena rispetto al discorso dominante, e produrre, infine, rivendicazioni ad hoc.

Questa ricetta culturale, se convertita in politica, è ottima per perdere alle elezioni.

In primo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente minoritarie, perché non sono in grado di produrre discorsi comuni a tutti. Se la nostra classe oppressa preferita viene raccontata come essenzialmente diversa, i suoi problemi rimarranno soltanto i problemi suoi e difficilmente verranno intesi come problemi di tutti. Perché mai – per esempio – agli uomini dovrebbe importare che le donne raggiungano una effettiva parità , se le donne sono così diverse?

In secondo luogo, le filosofie corporative sono strutturalmente di destra. Sono di destra non solo antropologicamente, ma teoreticamente. Se incominciamo a dire che il discorso delle donne, degli omosessuali, degli stranieri e via categorizzando è intrinsecamente diverso, non importa quanto questa diversità ci piaccia: noi stiamo producendo, avrebbe detto il vecchio Marx, una zoologia dell’umanità. La destra del secolo scorso usava parole grevi, come sangue, razza e suolo. Ora si usano parole più sfumate come identità, differenza e cultura. Ma, operativamente, la sostanza è sempre la stessa: ci sono categorie umane che sono determinate indipendentemente dalle loro scelte, ci sono scelte che non possono essere ridotte a discorso, Noi siamo noi e loro sono loro. L’egoismo corporativo che viene rinfacciato alla destra, il suo sostanziale razzismo è presente anche qui. Una sinistra che ragiona così – una sinistra che rinuncia a comunicare, perché non sa più parlare a tutti – è una sinistra che ha già perso.

[continua]

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