“Filosofare è un po’ copiare”

Chi l’ha detto? Non l’ho detto io: l’ha dichiarato Gianni Vattimo, in difesa del collega Umberto Galimberti accusato di plagio. La copiatura, nelle cosiddette scienze umane, sarebbe normale e neppure tanto grave, a voler credere al virgolettato del Corriere della Sera:

Capisco se fossimo scienziati in corsa per il Nobel e ci rubassimo i brevetti per curare il cancro ma i nostri sono solo pensieri.

E ancora:

Il sapere umanistico è retorico. Non dico che sia aria fritta, ma è tutto argomentativo. Noi si lavora su altri testi, si commenta. Platone e Aristotele sono stati saccheggiati da tutti. Nei saperi umanistici, dal diritto e alla teologia, è tutto un glossare. C’ è chi copia dagli altri e chi da se stesso.

Per Vattimo sembra scontato che la ricerca scientifica seria sia protetta da una robusta proprietà intellettuale, perfino nel campo dei farmaci salvavita – con la conseguenza che, nei paesi privi di un sistema sanitario nazionale, ci sarà qualcuno che dovrà morire perché non può permettersi la cura. L’ambito umanistico, di contro, consiste in una stratificazione di citazioni, commenti, glosse, compendi e anche franchissime copiature, e dunque il problema della proprietà intellettuale non si pone.

L’idea che la ricerca scientifica “dura” sia per sua natura originale e “dunque” soggetta a monopoli, mentre gli studi umanistici – tendenzialmente retorici – non lo siano è piuttosto discutibile. In generale, una tesi è scientifica quando è in grado di trasformarsi in un discorso comune: quando viene offerta alla pubblica discussione, viene verificata in esperimenti ripetibili e riesce ad essere parte di argomentazioni altrui, dimostrando di non essere soltanto originalissima aria fritta.

Ma quale dovrebbe essere il regime di testi che si intendono come copiature – o addirittura plagi – sedimentate nei millenni? Esiodo, che non si rappresentava come autore ma come esecutore non originale, non limitava la libertà di riprodurre la sua opera: se i poeti antichi si facevano pagare, si facevano pagare solo per lo spettacolo del loro canto. Similmente ci aspetteremmo che i libri dei filosofi-copisti non fossero in regime di copyright: non si remunera un retore per la novità del suo pensiero – ha copiato tutto – ma solo per la finezza del suo dire, se viene a dar spettacolo da noi. Qual è il regime delle opere di Vattimo?

Per rispondere a questa domanda, è sufficiente guardare il suo sito personale, senza fare altre ricerche. Non è importante, in questo caso, sapere quanti lavori di Vattimo si possono effettivamente trovare in rete, ma solo quale politica di distribuzione egli ha scelto di adottare. Sul sito troviamo un link Pubblicazioni dal quale si accede – liberamente – a un gran numero di recensioni e articoli di politica, di attualità e di varia umanità. Se non ci si fa distrarre dalla piccolissima rivendicazione di copyright del frame in basso, il Vattimo pubblicista è una persona abbastanza coerente. Lo è anche il Vattimo professore? Se si fa una ricerca nella sua sezione Bibliografia impostando il massimo intervallo temporale possibile (1961-2007), si scopre che neppure una delle sue opere accademiche è ad accesso aperto. E se per curiosità si guarda la home page di Galimberti, illustrata da una fotografia in bianco e nero che lo ritrae in una espressione intensamente pensosa, si rimane altrettanto delusi: niente di suo è stato reso disponibile.

Qui c’è qualcuno che tiene i piedi su due staffe.

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