Debiti formativi

Continua da Le coltri della storia

Che cos’è l’Illuminismo? Immanuel Kant rispondeva così: è imparare a pensare da sé, senza tutori. Per gli individui isolati fare questo esercizio è difficile, ma per un pubblico – se lasciato libero – è quasi inevitabile. “Poiché, perfino fra i tutori ufficiali della grande massa, ci sarà sempre qualche libero pensatore che, liberatosi dal giogo della minorità, diffonderà lo spirito di una stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé”.

La libertà del pubblico si identifica per Kant con la libertà dell’uso pubblico della ragione: una libertà che non è per pochi, ma per chiunque voglia fare un discorso serio, rivolto a tutti. Nella sua società dei cittadini del mondo non ci sono pulpiti privilegiati: chiunque può parlare; tutti, allo stesso modo, possono informare ed essere informati, discutere ed essere discussi. I pensatori liberi servono solo da stimolo agli altri: se politici, giornalisti. ecclesiastici o professori universitari si ergessero a tutori, usciremmo dal rischiaramento e ricadremmo nel mondo dei minorenni. Di fronte a un pubblico che può essere passivamente illuminato, ma non è in grado di illuminarsi da sé, si comincerebbe inevitabilmente a discutere su che cosa i tutori possono o no dirgli. Se invece fossimo tutti pari nel dibattito, l’unico limite sarebbe la confutazione reciproca. Che funziona bene, dove c’è libertà di parola: una persona di media cultura, frequentando i gruppi di discussione tematici, riuscirà probabilmente a capire da sé se il cancro si cura meglio con la chemioterapia o col bicarbonato.

L’illuminismo non è soltanto un’idea ad uso dei pochi abitanti del mondo delle idee: c’è una bella differenza – in moneta sonante – fra chi compra o vende una casa avendo avuto la possibilità di apprendere queste cose e chi lo deve fare ignorandole. C’è una bella differenza fra un sistema di informazione in cui è facile sapere se un politico ha avuto frequentazioni criminali o comportamenti disinvolti con i soldi delle mie tasse e uno in cui queste vicende divengono note soltanto a un’élite o, nel caso, ridotte a bagatelle.

L’illuminismo, da noi, non è un progetto banale. Gli intellettuali possono storcere il naso di fronte al cyberpopulismo, o impegnarsi, proprio in questo momento, in un dibattito sui professionisti dell’indignazione, eventualmente opinando che le voces clamantium in deserto, dei Grillo o dei Travaglio, non sono perfettamente cristalline, come se il problema principale fosse il loro timbro e non il nostro deserto, il loro rumore e non il nostro silenzio.

In un paese senza debiti formativi, non occorrerebbe indossare l’aureola degli eroi per essere cronisti bravi e brillanti autori satirici.

Che oggi a riconoscere l’importanza della libertà dell’uso pubblico della ragione sia un comico – che i buffoni facciano i filosofi – potrebbe pure essere un segno confortante di progresso verso il meglio. Soprattutto se evitiamo di chiederci che cosa fanno i filosofi, invece.

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