Oligarchie frattali

Sono andata alla conferenza pisana di presentazione dell’ultimo libro di Marco Travaglio. Non ero interessata tanto a sentire lui – che posso leggere comodamente sul suo blog – quanto a vedere il pubblico. La Leopolda Storica era completamente piena, con la gente seduta per terra perfino dietro al tavolo riservato agli oratori, e moltissimi in piedi agli altri tre lati della sala. A occhio almeno i due terzi degli ascoltatori, in questa folla straripante, erano giovani. Giovani che hanno ascoltato con grande partecipazione, in posizioni per lo più scomode, una conferenza che ha superato le due ore, su temi seri come questo, questo, questo o questo.

C’è da rifletterci sopra. Ci stanno facendo una domanda a cui nessuna persona sola può dar risposta.

Per Travaglio, il problema fondamentale dell’Italia – quello da cui derivano tutti gli altri – è la corruzione strutturale delle classi dirigenti. Se si allentano, per gli amici, i rigori della legge, la nostra costituzione – la costituzione di uno stato di diritto – obbliga ad allentarli per tutti.

Ne deriva – continuo io – un sistema di oligarchie frattali, che coinvolge tutti quelli che hanno un briciolo di potere e se lo vogliono conservare, nell’impotenza della legge e nella lotta di tutti contro tutti. Il risultato – nel microcosmo accademico su cui qui mi diverto a fare letteratura – è la privatizzazione dell’uso pubblico della ragione: da noi è pericoloso perfino dire quello che si pensa veramente di un libro in una recensione, perché ciò verrebbe scambiato per un attacco personale. Nel macrocosmo politico, a quanto pare, succede esattamente lo stesso.

Così avviene che il medesimo fatto, “chiuso in un libro” [*], si possa liberamente raccontare, purché rimanga nascosto, e che diventi una pietra dello scandalo non appena lo si porta davanti a un pubblico più ampio, per esempio riferendolo in televisione. Io stessa, nel 2003, ho tranquillamente spiegato agli studenti il logos epitaphios di Pericle quasi nello stesso momento in cui la Rai lo censurava, con i suoi due millenni e mezzo di storia.

Le oligarchie sembrano temere la pubblicazione ad accesso aperto, perfino nelle sue forme più unilaterali e più rozze, non appena diventi una vera pubblica azione. In effetti, il modo in cui si diffondono le idee è parte di una medesima questione, politica e cognitiva a un tempo, nel macrocosmo e nel microcosmo: quella del rapporto fra sapere e istituzione.

[*] Travaglio ha usato l’espressione “chiuso in un libro” proprio come Michael Ellis, del Center for Earthquake Research and Information dell’università di Memphis, usa l’espressione “locked in an academic journal”, a proposito di un suo studio di meno di un anno fa che prevedeva la possibilità di un forte terremoto nella regione cinese del Sichuan: una informazione che nessuno conosceva perché se ne stava – appunto – rinchiusa in una rivista accademica ….

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